Archivio mensile

Ottobre 2019

Solitamente parliamo di film divertenti e magari, anche comici. Poi ci sono i libri. I libri che fanno sorridere e anche ridere hanno il vantaggio dell’età, perché esistevano ben prima dell’invenzione del cinema. La risata che scaturisce da un libro è solitaria; da un film può anche essere di gruppo. Le fattezze dei personaggi di un libro, uno qualsiasi, sono il frutto della fantasia di chi sta leggendo, non di chi ha letto prima, e non di chi leggerà dopo quello stesso libro. E se si tratta di un romanzo umoristico, probabilmente i personaggi avranno, nella nostra immaginazione, volti ilari o buffi. Senz’altro espressioni allegre. Mi viene in mente Jerome Clapp, che poi diventò Jerome Clapp Jerome e poi ancora Jerome Klapka Jerome.

E mi viene in mente il suo romanzo più famoso: “Tre uomini in barca (per tacer del cane!)”. Per la verità, anche i romanzi successivi consolidarono il suo successo ma questo, e la continuazione “Tre uomini a zonzo”, sono quelli che già a dire il titolo, si sorride. Infatti, è quello che sto facendo…

La prima cosa divertente è che era nato come vademecum turistico, per gite lungo il Tamigi, ma le avventure di questi tre uomini e del cane Motmorency, strappavano talmente tante risate (pur mantenendo una descrizione fedele della parte storico-geografica), che alla fine vendette 1 milione di copie più per le battute divertenti, che per le notizie turistiche. Non ci sono scuse per non leggerlo, quindi facciamolo.

Lasciamo Albione e torniamo in Patria. Chi mi ha fatto ridere fra gli italiani? Ma lui, Giovannino Guareschi!

Avete presente la saga “Mondo piccolo” (in tv Don Camillo e Peppone)? E “Il destino si chiama Clotilde”? Questo è in assoluto il mio preferito e, se non lo avete ancora letto, rimediate perché è divertentissimo. E comunque la lista è lunga.

E’ un romanzo che si burla di quelli pubblicati nell’800; storie d’amore, colpi di scena, malintesi divertenti, svolgimenti incredibili, battute commoventi ma anche spiritose, come spiritosi sono i nomi dei personaggi e delle loro storie personali.

Non vi dirò oltre: leggete e godete! E se non ne avrete abbastanza, cercate i romanzi di Pierre Daninos, scrittore e umorista francese. Anche questo, come gli altri che ho citato, me lo ha fatto scoprire mio padre. E ovviamente mi è piaciuto.

Infine, ogni scusa è buona per leggere, come per mangiare.

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Mi era venuta voglia di scrivere sui guanti e mentre approfondivo, ho scoperto che (ma succede spesso) la Mitologia, anche in questo caso, aveva anticipato la Storia. Cercavo notizie in più rispetto a quello che sappiamo tutti e voilà, ecco Venere che si ferisce alle mani; chiama le Grazie che le cuciono delle bende intorno alle dita e così nascono i guanti. Potere della deità.

Miti a parte, di guanti si parla già nella Bibbia (sapete l’inganno di Giacobbe, no?), poi hanno fatto parte della vita quotidiana, dai barbari a noi, assumendo tante funzioni.

Per i barbari appunto, erano una protezione dal freddo; secondo i Romani un inutile orpello. Per gli Egizi segno di prestigio. Nel Medioevo diventano un accessorio importante da indossare nelle occasioni ufficiali, quindi per nobili e alto clero; ma nella vita di tutti i giorni, avevano anche funzioni pratiche: per esempio, il passaggio di un guanto di padre in figlio, stabiliva una trasmissione di eredità. Fino a quel momento erano stati usati prevalentemente dagli uomini. Poi iniziano ad attirare anche l’interesse femminile e così diventano parte integrante dell’abbigliamento delle dame di corte. Nel Rinascimento, i guanti, diventano veri e propri gioielli: si realizzano con stoffe preziose e pietre preziose, per uomini e donne.

E sempre nel Rinascimento, ho scoperto che erano anche strumenti di morte o corruzione: nel primo caso si introduceva un veleno letale, nel secondo denaro. Insomma, le buone vecchie abitudini di ogni epoca.

Dalla loro invenzione, i guanti sono stati protagonisti: per usi pratici e come simboli di appartenenza ad alto rango. Con due eccezioni: la Rivoluzione Francese e il ’68. Entrambi questi eventi storici, proprio per la loro natura di sollevazione, avevano rifiutato tutto ciò che riconducesse al vecchio regime aristocratico e, per il ’68, alla borghesia. E questo dimostrava come i guanti rappresentassero un accessorio distintivo.

Al di là di queste associazioni, fra Storia e Costume, i guanti sono davvero un accessorio glamour, di quelli che non passano inosservati, forse perché oggi si usano poco e li usano in pochi e in poche. Io per prima, li uso prevalentemente contro il freddo ma ne ho anche di pelle, primaverili. Sono beige, con piccoli disegni all’altezza del polso. Sono degli anni ’50, un acquisto di mia madre quando era ragazza, poi li ha regalati a me; ogni tanto mi chiede se li uso e io rispondo puntualmente: “no, ma ho intenzione di farlo”

Ecco, ora so che per la prossima primavera ho un proposito da seguire: cominciare a usarli, anzi no, sfoggiarli.

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Normalmente, circola la convinzione che la solidarietà femminile esista davvero. In passato, ma molto passato, ero cascata in questo luogo comune, e come me milioni di donne. Poi ho scoperto che è un falso sociale.

A scuola, a lavoro, nella vita sociale e di relazione, è davvero difficile che due o più donne stiano bene insieme. La competizione è sempre in agguato, sottile, quasi impercettibile, sempre con il sorriso sulle labbra ma inesorabile. Intendiamoci, esiste una competizione sana che non è in discussione. Io parlo di quella tendenza a voler superare in tutto, anche in ciò che non è strettamente legato al lavoro, le colleghe, solo per il gusto di avere l’ultima parola, l’ultima chance, l’ultima benedizione del capo.

E se il capo è una donna? Ecco, non voglio generalizzare, ma in questo caso tutto diventa più lento, più faticoso, più improbabile. E se il capo-donna ha una vita personale disastrosa, il lavoro delle sue collaboratrici diventerà un vero e proprio corso di sopravvivenza. So che sto scrivendo cose tremende, so anche che siamo in tante a pensarle ma, la prudenza non è mai troppa e adeguarsi al preconcetto è sicuramente consigliato.

In passato, ho fatto questo genere di esperienze, sia in ambiente di lavoro che nelle amicizie; ho anche osservato, in altri luoghi e contesti diversi dal mio, esperienze simili con le stesse dinamiche.

Gli uomini, invece, sono più leali fra loro, fanno unione e quindi forza. Sono camerati nel profondo, e se per caso non si piacciono, se lo dicono in faccia, perché non si temono. Usano la parola, e se non basta, la parolaccia.

Noi donne abbiamo molte armi, più raffinate e più letali. Colpiamo, anche a distanza di km, con la leggerezza di una vela al vento, lanciamo un’occhiata ad una rivale e la fulminiamo, e se ci chiedono una ricetta di cucina gliela diamo sbagliata. Perché siamo gelose pure dei fornelli. Io dei fornelli no, dei libri sì. Se mi fido di una donna, mi offro di prestare un libro spontaneamente. Se invece il mio stomaco si chiude, solo al pensiero di un libro che esce di casa momentaneamente, allora non si può fare.

Nel dubbio, non chiedetemeli mai. Se sarà il caso, farò io la prima mossa.

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Sono tradizionalista. Questo tanto per le cose importanti, quanto per le quisquilie della vita, in genere. Anche sull’uso delle parole faccio fatica ad adeguarmi alla modernità (che, diciamolo, a volte è inutile). Ecco, lo dico: a me la parola “fiction”, riferita a storie televisive divise per puntate, non piace. Io sono rimasta affezionata alla parola “sceneggiato”. Fiction è proprio finzione; sceneggiato è trasposizione. Prendiamo un classico della letteratura a caso, per esempio “David Copperfield”, di Charles Dickens. Molti ricorderanno sicuramente lo sceneggiato tratto dal romanzo omonimo, diretto da Anton Giulio Majano e trasmesso in RAI fra il 1965 e il 1966, di 8 puntate. All’epoca avevo pochi mesi e lo guardai qualche anno dopo. La trasposizione era fedele, la trama rispettata dall’inizio alla fine. Domanda: ve lo immaginate se si fosse chiamato fiction? Io no, non me lo immagino e credo che non sarebbe stato adeguato.

Nel 2009 l’intento si ripete: stesso romanzo ma in 2 puntate. Nel frattempo la parola fiction è entrata nel gergo comune televisivo. Non l’ho visto e non ne parlerò, ma temo che tutta la vicenda sia stata un po’ sacrificata. Le trame dei romanzi hanno bisogno di spazio, di tempo, di aria. Comprimere una bella storia è un po’ mortificare autori, attori e spettatori.

So che da qualche parte tutta la produzione degli sceneggiati RAI è conservata e mi ricordo che forse una decina di anni fa, erano rientrati nel palinsesto ma alle 6 del mattino. Già, alle 6 del mattino, di sabato e domenica. Vagamente scomodo.

Oggi non seguo più il genere e credo che l’antipatia per la parola fiction mi condizioni parecchio. Intanto proverò a recuperare quello che guardavo da bambina. Credo che comincerò da “Il tenente Sheridan”. Oppure “Gamma”? …”E le stelle stanno a guardare”? “La baronessa di Carini”? No, ora che ci penso, comincerò da “La figlia del capitano”. Perfetto.

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Lou Reed diceva che: “Se ci sono più di tre accordi, è jazz “. Gli aforismi sul jazz sono tanti e mai scontati, proprio come il jazz.

Non so come, ma giorni fa mi è venuto in mente Franco Cerri, che ha compiuto 96 anni , la maggior parte dei quali, trascorsi suonando jazz con la sua chitarra. E in effetti in campo jazz è considerato il chitarrista più importante. Per qualche tempo è stato anche “l’uomo in ammollo”; si presentava così durante la pubblicità di un detersivo da bucato. Ma questa è un’altra storia.

Io me lo ricordo soprattutto per il gioco musicale per ragazzi: Chitarra e Fagotto, che davano in RAI. Credo che questo programma abbia contribuito parecchio al mio interesse verso il jazz, ma stranamente in rete non lo trovo. O forse devo cercare meglio. Intanto, se chi leggerà questo piccolo articolo, ha qualche informazione, può scrivere fra i commenti. Ricordo che mi piaceva che un genere musicale per grandi si avvicinasse ai ragazzini e io avevo credo 10 anni (se non ricordo male, era del 1975). E potrei essere smentita, ma non mi pare che le reti televisive, in genere, abbiano nel tempo, proposto ancora qualcosa di simile.

E’ vero che, il jazz, normalmente viene considerato un genere difficile, per quella sua caratteristica tipica che è l’improvvisazione. Anche quando si parte da un brano basico, si procede con variazioni di melodia e armonia, pensate sul momento; questo lascia spiazzato l’ascoltatore. Io lo trovo interessante, però concordo che non sia facile e l’ho verificato tante volte.

Detto questo, il gusto per il jazz l’ho mantenuto sempre, a prescindere: lo ascolto, in passato anche dal vivo e mi piace in tutte le sue sfumature e di qualsiasi tempo e nazionalità, perché riesce sempre a sorprendermi. E qualcosa riesco pure a canticchiarla. Mi piace, proprio. Ma anche l’acid jazz, il fusion ma a piccole dosi, lo swing e dintorni, e il blues.

E voi, cosa pensate del jazz?

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E’ davvero curioso, come Storia e Politica possano influenzare la percezione di un luogo.

C’è stato un tempo in cui, se pensavo ai viaggi da fare, e ai posti che avrei voluto visitare, la Russia era in fondo all’elenco perché me la immaginavo più grigia, di una scena in una giornata grigia, di un film in b/n. Ovviamente, mi riferisco agli eventi dopo la caduta dei Romanov, cioè alla nascita dell’Unione Sovietica. Ecco, ai miei occhi, la Russia era perennemente grigia e poco attraente.

Ad un certo momento, e non saprei dire bene quando e perché, ho iniziato a curiosare e, fra articoli, fotografie, libri (…e ti pareva?!), il mio atteggiamento è cambiato. Voglio dire che la Russia ha iniziato a salire nel famoso elenco, e pure la mia curiosità. Per esempio, vorrei vedere San Pietroburgo durante le famose Notti Bianche, cioè da fine maggio a metà luglio; non che sia l’unico posto al mondo dove ammirare il sole di mezzanotte, ma San Pietroburgo, è la città più vicina al Circolo Polare Artico, dove questo fenomeno astronomico è molto seguito. E infatti, c’è tutta una successione di festival e festeggiamenti dedicati a questo evento.

Lo stesso vale per Mosca: spero di andare al Kafe Pushkin, dal nome del poeta e scrittore russo che, proprio nel viale in cui 20 anni fa è nato il ristorante, conobbe Natalya Goncarova, sua futura moglie.

E questo è pane per il mio romanticismo. Pane caldo.

Naturalmente, il mondo intero già conosce tutto quello che riguarda queste due città; un elenco di bellezze che avevo scritto e poi cancellato, in quanto superfluo. Come dire che dovete venire in Puglia, perché ci sono trulli e tutto il resto che già sapete.

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In passato, rispetto ai gioielli in oro, ho avuto un interesse medio, una cosa di mezzo. Ecco, le perle, sì; l’acquamarina, sì; insomma poche cose scelte. Per intenderci, diciamo che non mi avrebbero chiamato a cantare, insieme a Marylin Monroe e Jane Russell, in “Gli uomini preferiscono le bionde”.

Questo interesse distaccato è andato avanti per un po’, fino a quando non ho scoperto che c’era, ancora in circolazione, un discreto numero di gioielli d’epoca, che mi hanno colpito molto di più di quelli contemporanei, lo confesso. Grazie al mio lavoro nell’antiquariato, ho potuto ammirare e maneggiare queste bellezze per diversi anni. Intanto il disegno originale ed elegante, complesso o semplice ma mai banale; le pietre, certo le pietre sono sempre le stesse in ogni tempo, ma sulle montature d’epoca hanno un’altra luce, un altro protagonismo. I cammei antichi, per esempio, che a me piacciono moltissimo, sono delle vere e proprie piccole sculture.

Gli astucci per gioielli che conosciamo noi sono in cartone, plastica, a volte rivestita di velluto o panno; quelli antichi erano, essi stessi, dei piccoli capolavori, sia in Occidente che in Oriente, in cristallo, porcellana, con intarsi di madreperla, lacche e a volte, pietre incastonate. Insomma gioielli che custodivano gioielli.

I gioielli Liberty e dopo la I Guerra Mondiale, i gioielli Déco, hanno rappresentato perfettamente le correnti intellettuali, le influenze artistiche e gli eventi storici. Comunque, il XX secolo, almeno fino agli anni ’60 ha saputo distinguersi nel disegno e nella creazione. Poi, è mia opinione che le cose siano un po’ cambiate. Questo è dipeso anche dalla produzione parallela di bigiotteria di alto livello che, a volte, ha presentato ottimi prodotti accostando pietre dure a metalli alternativi ai classici oro, argento e platino.

Nel tempo ho imparato ad apprezzare anche le produzioni recenti,e mi sposto dal gioiello antico, a quello contemporaneo, alla bigiotteria, con nonchalance tutta femminile, perché non voglio rinunciare al piacere di completare un outfit con accessori preziosi o semplicemente belli, ma senza esagerare. Purché ci siano.

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La letteratura per ragazzi non ha nulla da invidiare a quella per adulti. Tra l’altro, penso sia particolarmente difficile, trattare argomenti con profondità e leggerezza insieme. Ma forse è così che dovrebbe essere, quando ci si rivolge ai giovani. Io ho letto molto nella mia vita, ma non moltissimo. Ho iniziato a 6 anni, con Grimm, Perrault, Andersen, le Mille e una Notte. Ho letto anche cose impegnative prima del tempo e tra queste “Piccole donne”.

Ero alle elementari e, di questo romanzo, apprezzavo l’ambientazione, le buone maniere della borghesia americana di metà ‘800; ritrovavo in zia March una sorella di mia madre, il focolare, il profumo di dolci e in modo sfumato gli eventi della guerra di secessione americana, nella quale combatteva il padre delle 4 piccole sorelle. A completare, la madre delle ragazze, la domestica e i vicini aristocratici, i Lawrence.

Ecco, non era poco a 9 forse 10 anni, ma era un pacchetto romantico a cui mancava la vera essenza del romanzo. Il femminismo nella sua manifestazione migliore. Tutte le donne della storia, erano in primo piano, da Natale a Natale, perché quello era lo spazio di tempo in cui si sviluppava la storia. Erano adolescenti, diverse fra loro ma forti e pronte ad affrontare la vita con gioia e indipendenza, in una società ancora legata al dominio maschile. E infatti qui, gli uomini, erano a latere, se non dietro le protagoniste. Il padre, per esempio, compare abbondantemente nella seconda parte del romanzo. Insomma, per anni era stato solo uno dei romanzi di avvio, fino a quando un critico letterario, (come si chiamava?), lo definì “il manifesto del femminismo americano”, ma direi del femminismo, semplicemente.

Poi arrivò Pollyanna, I ragazzi della via Paal (si legge ancora?), Pattini d’argento e altri titoli che possedevo già, ma che non ho mai letto perché nel frattempo, da questi, erano stati tratti i film. Per esempio Il giro del mondo in 80 giorni, e altri. Poi sono arrivate le letture di transizione, i classici della letteratura, e un ritorno al passato con Il piccolo Principe (a 46 anni).

Ecco, se tornassi bambina, rileggerei esattamente le fiabe, le favole e i romanzi che ho letto, perché per me, i libri sono una famiglia nella famiglia e come la mia, mi hanno accompagnato, formato e quando dovevano, sollevato.

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Domanda: è nata prima la donna o la borsa?

Scherzi a parte , ho letto un articolo in cui si citava Kathlyn Kendrics , esperta di linguaggio del corpo, a proposito dei vari modi di portare una borsa, compreso uscire senza. A mano, sull’avambraccio, a spalla, a tracolla (tracolla davanti, tracolla dietro) e come già accennato, senza completamente. Ad ogni modalità corrisponderebbe una personalità precisa. Se avesse chiesto a me “Dimmi come porti la borsa e ti dirò chi sei”, avrei risposto: “In tutti i modi che hai elencato”. Non ce l’ho un modo fisso di portare la borsa, perché le mie borse sono molto diverse tra loro ed è vero pure che a volte esco di casa senza. Che è pure curioso, per una come me, però succede. Ma non tanto spesso.

In altre parole, secondo me, è la borsa che decide.

La borsa che vedete in foto è mia, ed è senza dubbio una borsa a mano; l’ho avuta in regalo per il mio compleanno ed è stata realizzata da Leontina (che non ricorda mai quando ci siamo conosciute. Ma io, sì). L’ho scelta fra quelle che possiedo, perché ha un manico corto, non ha tracolla, ma non è una pochette. Tutto questo, per dire che non è poi così immediato l’accostamento fra borsa e personalità di chi la porta. E voi come vi regolate?

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