Archivio mensile

Novembre 2019

Credo sia uno dei materiali più bello, più sano, più luminoso e più facile da possedere. Mi riferisco al vetro. E’ un prodotto con tanti anni sulle spalle: ben 3500. Nacque in Medio-Oriente, ma da lì arrivò a Roma. Ai Romani piacque talmente tanto, che impararono a riciclarlo.

Nel Medioevo, l’uso del vetro uscì dalle mura domestiche ed entrò nel mondo delle vetrate (per la prima volta colorate) delle chiese, dei mosaici e poi rientrò, in forma di vasellame, nelle case. L’arte del vetro si diffuse in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna e poi anche in Italia, precisamente a Murano.

Lo stile veneziano fu molto apprezzato in tutta Europa e per molto tempo. Si diffusero così prodotti “à la façon de Venise” sia nei Paesi Bassi che in Germania, calici con stelo a forma di fiore o serpente; in Spagna, calici con steli molti esili e lunghi; in Inghilterra arrivarono produzioni muranesi sia in stile veneziano che in stile inglese.

Ancora durante l’epoca barocca, l’arte vetraria veneziana mantenne un certo prestigio e, proprio nel 1600 si affermò la produzione di posateria in vetro, con manici di forma animale, intesi come complementi di arredo e non per l’uso a tavola.

Progressivamente Venezia lasciò il passo alla Boemia e all’Inghilterra per tutto il XVIII.

Nel 1800 ci fu, più che in passato, un susseguirsi di stili che videro ancora l’Inghilterra in testa alla produzione vetraria. La produzione veneziana, invece, era in grosse difficoltà poiché la dominazione austriaca limitava le aziende venete in favore di quelle di Slesia e Boemia.

E per finire, lo stile che secondo me, ha esaltato più di tutti le potenzialità del vetro è lo Stile Liberty (detto anche Art Nouveau, Floreale, Jugendstil, Arte Modernista, Arts & Craft), a partire dalla fine dell’800 e fino ai primi 25 anni del ‘900. Si orientò al perfezionamento della decorazione e dell’ornamento, sia in architettura che nella creazione di interni dove richiami alla natura, colore, forme asimmetriche furono protagonisti.

La produzione di vetri colorati, di questo periodo non ebbe eguali e gli artisti che si applicarono nell’arte vetraria (Daum, Gallé, Lalique, Tiffany) ebbero risonanza mondiale.

Immediatamente dopo, nacque l’Art Déco. Corrente artistica che propose simmetrie e geometrie, in contrapposizione al Liberty ma, in comune con esso condivise la scelta di produrre vasi colorati come fossero quadri o sculture.

Queste produzioni, si distinsero per gusto, eleganza e tecnica e rimangono tuttora un tesoro di arte e antiquariato che non si era mai espresso. E non si è più espresso.

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Tutti, ma proprio tutti i lavori da dipendente passano per un colloquio preliminare. Posso dire che l’ansia del colloquio di lavoro sia pari a quella del primo giorno di scuola materna? Quando non si sapeva bene perché, da quel momento, le mattine sarebbero state in un posto che non era casa con una signora che non era mamma?

Sì, posso.

Solitamente, il colloquio avviene al mattino. Fare o non fare colazione? Lo stomaco è chiuso ma è necessario forzare un pochino e aprirlo; poi, se vivete al Sud, e anche il colloquio è al Sud, vi conviene mangiare qualcosa di vostra iniziativa, altrimenti le matriarche (nonne e mamme) ci penseranno per voi. E proprio quel giorno non sarebbe una buona idea.

Dalla cucina si passerà alla camera da letto. Già si sente l’armadio tremare di paura, perché sa bene che nei successivi 30 minuti sarà il mobile più maltrattato. Manco a dirlo, i capi disponibili non sono adatti a un colloquio di lavoro e quelli che potrebbero andare sono da pulire o stirare. Un disastro!

Dopo varie prove, anche la pratica “cosa mi metto?” è archiviata; ultima occhiata allo specchio e si esce di casa. Appena fuori dal portone incontrerete l’amica logorroica di vostra madre, con il suo vivace cagnolino che cercherà di attirare l’ attenzione poggiando le zampe anteriori…Dove? Come dove? Ma sui vostri pantaloni blu, ovvio!…

Vi liberate anche di lei, poi il traffico, il parcheggio, un’ultima occhiata al trucco, o alla barba e con le scarpe strette, andrete incontro al vostro futuro. Intanto tra voi e il vostro futuro c’è la persona che vi riceverà, vi metterà a vostro agio ma subito dopo inizierà a porvi delle domande apparentemente strampalate ma che in realtà hanno un senso (almeno uno).

Il recruiter, in inglese si chiama così, (a proposito, com’è il vostro inglese?) ha un ufficio luminoso, una scrivania impeccabile, qualche pianta, dei libri, e un paio di poltrone e, nel tempo del colloquio, si sentirà padrone di voi e si atteggerà a filosofo e psicologo, alternerà un’alzata di sopracciglio a un sorriso e voi oscillerete tra un “non gli piaccio” e un “forse sì”. Vi chiederà cosa vi aspettate dal lavoro per cui vi siete presentati, vi chiederà dove e come vi immaginate fra 10 anni e altre domande più o meno interessanti. Ma la più bella è l’ultima: “Mi dica, in tre parole, perché dovrei sceglierla”. A me non l’hanno mai fatta, ma provo sincera tenerezza per i meno fortunati che si ritrovano in questa situazione.

Perché si fa questa domanda? Cosa si vuole sentire? L’autocelebrazione sarebbe facile, ma anche rischiosa; ammettere di aver bisogno di lavorare e basta, è da persone sincere, ma anche più rischioso. Ecco, mi sento di dire che la migliore delle risposte non è stata ancora data (Nazim Hikmet, perdonami!).

Insomma il colloquio di lavoro è un fatto molto serio che richiede sobrietà, autoironia, garbo e tanta pazienza e, che voi siate o meno la persona giusta per quel lavoro, ricordate sempre che tutto si gioca in 15/20 minuti e che comunque vada, quando tutto sarà finito (per consolarvi o per festeggiare), un bel cono gelato con doppia panna, sarà il vostro amico del cuore.

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Da 3 anni mi capita spesso di viaggiare in pullman. Ho scritto qualche tempo fa dei mezzi di trasporto in generale e della moto in particolare. Oggi è il turno del pullman, ma non parlerò tanto della tipologia di viaggio, quanto dei viaggiatori.

Dunque, i viaggiatori salgono sul pullman sorridendo, e sicuramente lo faccio pure io. Però è vero: forse si sorride perché si sta per partire; io sorrido quando riesco a salire i due gradini senza inciampare o cadere (cadere è il mio destino). Una volta su, si cerca un posto a sedere: da quando alcune compagnie consentono di prenotare, mi servo di questo servizio perché voglio il posto al finestrino; molti invece, vanno all’avventura e magari scelgono proprio il mio posto prenotato. Mi è successo a luglio, destinazione Roma. Insomma c’era una coppia di giovani spagnoli e lei era seduta al mio posto. Gli autisti non hanno fatto una piega, e siccome a volte sono timida, ho rinunciato a prendere la ragazza per capelli e sistemarla su un altro sedile. Scherzo!

Dicevo, ho rinunciato al mio posto e mi sono seduta dietro di loro, accanto a una giovane suora, molto gentile e carina. Però ero al lato corridoio. Circa un anno prima mi era capitata una cosa simile ma con un uomo maleducato. Va bene, andiamo a vanti.

Saluti di rito e raccomandazioni dell’autista e si parte. Ora, guardare il panorama mentre si viaggia è rilassante e piacevole in tutte le stagioni ma, potrebbe capitare che vogliate appisolarvi un po’; bene, se siete fortunati avrete la gestione della tendina oscurante, altrimenti quello dietro di voi, deciderà che i 2/3 di questa tendina sono i suoi e che dovrete dormicchiare con il Sole dritto negli occhi.

Durante il tragitto, fra le altre cose, vi renderete conto di quanto sia variegato il popolo di viaggiatori.

C’è quello che sonnecchia, ma anche quello che russa, quello che legge, quella che ascolta musica e batte il tempo sulla gamba. Quello che lavora al telefono e siccome dall’altro capo c’è una persona vagamente sorda, è costretto a urlare. Ci sono i fidanzati che guardano un film sul tablet e mano nella mano lo commentano, quello che “oddìo ho l’esame domani e non ricordo nulla”, quello che mangia solo un frutto, quelli che invece hanno una scorta di cibo da bunker.

Quelle che devono raccontare i malanni dell’ultimo anno, le amiche che parlano di viaggi fatti e da fare (e tu non hai viaggiato neanche un decimo di loro), quelle che hanno visto il film che tu hai in programma e così inizi a tossire per finta, così non sentirai come finisce, e poi dulcis in fundo, quelli che arrivati a destinazione sani e salvi, applaudono. Sì, ci sono anche quelli.

Per dire, niente di insopportabile, anche se capite bene che il bon ton del viaggiatore, a volte, viene sacrificato. Ammetto che mi piace viaggiare in pullman proprio perché mi godo queste situazioni a volte grottesche, ma buone per un vignettista o una blogger in erba. Sappiate però, che se vi trovo seduti al mio posto, vi faccio volare a destinazione senza che abbiate il tempo di dire “oibò”. Naturalmente, sempre con il sorriso. Ciao

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Mi sono chiesta per anni cosa volesse dire “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Poi ho letto il romanzo, di Milan Kundera (per i pochissimi che non lo sanno), e sinceramente non è bastato. Così, ho continuato a cercare.

Il titolo è misterioso e per questo accattivante. Certo, dovrebbe essere così per tutti i romanzi o film: il titolo vale quanto la trama, e se è criptico il primo sarà intrigante la seconda. I personaggi sono 4 (come i Fab Four, direte voi? No, non c’entrano niente, tranne che più o meno per il periodo in cui si sono mossi), chiamati “Il Quartetto di Kundera”, appunto.

Dicevo, i protagonisti del romanzo sono 4: Tomas, Tereza, Sabrina e Franz. Tomas e Tereza i cardini e la Primavera di Praga, fino all’invasione da parte dell’Unione Sovietica, lo sfondo. Tomas è un chirurgo con la passione per le donne, a cui non sa rinunciare neanche quando conosce e si innamora di Tereza, una fotografa; Tereza per questo si lacera di gelosia. Sabrina è una pittrice che ha una relazione con Tomas ma si innamora, ricambiata, di Franz, professore universitario.

La trama non è altro che la base per la riflessione che Kundera rivolge ai suoi lettori: leggerezza e pesantezza esistono, ma possono convivere? La leggerezza di Tomas che ha tante amanti ma un solo amore può convivere con Teresa, fragile e malinconica e che rappresenta la pesantezza del legame serio? E possono Sabrina e Franz, spirito libero lei e uomo leale e onesto lui, ma ingabbiato nella rete delle convenzioni sociali, cedere al loro amore? Sabrina incapace di impegnarsi in una relazione seria, lascerà Franz, pur amandolo; Franz per questo, morirà. Tomas si arrenderà a Tereza, dopo aver provato a starle lontano vanamente, e insieme andranno incontro al loro destino che poi è anche la conclusione del romanzo.

Ovviamente, il mio è solo un veloce sorvolo sulla trama, che in realtà e molto intensa e complessa.

E infatti, con questo lavoro, Kundera è entrato a gamba tesa nel circolo dei grandi scrittori del ‘900; qui si tratta di una indagine sull’esistenza umana; un viaggio bello e difficile, tenero e violento, gentile e brusco, inserito in un particolare periodo storico (Primavera di Praga), che nel romanzo cammina parallelamente alle vicende dei 4. E per questa indagine Kundera tira in ballo Platone e Nietzsche: “Il Simposio” e la teoria dello “eterno ritorno”. Dunque un romanzo d’amore, che è anche filosofico, storico, drammatico ma anche pervaso di umane speranze.

Da leggere.

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Se c’è un oggetto che attira su di sé piacere o rabbia, quello è lo specchio. Non possiamo non averne almeno uno, ma se non riflette quello che speriamo di vedere (noi al meglio), diventa un nemico.

Credo che lo specchio più famoso, e forse anche quello più desiderato, sia lo specchio parlante della Regina Grimilde, in “Biancaneve e i sette nani”. Chi non vorrebbe uno specchio che parla, a comando?

Al di là delle fiabe, c’è la Storia che ci informa sulla presenza dello specchio già durante l’Età del Bronzo; era prevalentemente circolare perché associato al Sole, di cui rifletteva i raggi e questo particolare ci fa comprendere come avesse anche un carattere rituale, oltre a contribuire all’abbellimento del corpo. In Egitto i primi di cui si abbia notizia, ma poi nella Toscana degli Etruschi, in Grecia e anche a Roma. Presso queste popolazioni, anche se il bronzo era dominante, non era raro che alcuni fossero realizzati anche con il piombo o l’argento.

Tra Medioevo e Rinascimento si produssero specchi piccoli, anche in gesso o piombo decorati, che si indossavano come fossero orologi da tasca, ed erano custoditi in scatole di legno, metalli preziosi o avorio. In questo periodo nacquero gli specchi veneziani, a Murano (oltre ai vetri).

Gli specchi di Murano erano particolarmente raffinati e la tecnica di produzione era tenuta segreta; nel 1500 fu fondato il “Consiglio dei dieci” che aveva il compito di proteggere gli artigiani vetrai e custodire i segreti di lavorazione. Questo stratagemma funzionò fino al XVII sec. quando la Francia di Luigi XIV, corruppe tre artigiani e si appropriò di questi segreti.

Fino a tutto il 1700, lo specchio fu un complemento di arredo o un oggetto di vanità personale, molto esclusivo e costoso. Dal 1800 però, le tecniche moderne di lavorazione permisero una produzione più vasta che rese lo specchio un oggetto alla portata di tutti.

Anche oggi lo specchio ha importanza nell’arredamento di una casa: senza dubbio di grande effetto decorativo ma anche funzionale, per quella capacità di conferire ad una stanza, magari piccola, l’illusione prospettica che la farà sembrare più spaziosa.

Per quanto mi riguarda, mi piacciono molto quelli da tavolo, piccoli o medi, soprattutto antichi, in foglia oro e che prudentemente non parlino di prima mattina e non contino le mie rughe…

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Noi meridionali abbiamo un rapporto molto stretto con il cibo. Non necessariamente d’amore, ci sono anche meridionali che mangiano solo per vivere, così in modo indifferente. E poi noi altri. Insomma che piaccia o meno, il cibo al Sud è comunque emozione e sentimento.

Il rito della tavola apparecchiata, a colazione, è ancora sentito e mentre si macchia il latte con caffè o cacao e si alterna un biscotto bianco a uno al cioccolato, oppure si spalma nutella o burro di arachidi (o entrambi) su una banana, si pensa già al pranzo.

Dunque, il pranzo nei giorni normali non prevede tutte le portate come religione comanda, ma la preparazione è un atto d’amore perché la base di partenza è accontentare i gusti di tutti. Ricordo che quando vivevo con i miei, in certi giorni contavo anche tre primi diversi. Mia madre non si scoraggiava per così poco!

“Questo non mi piace”, “questo mi piace ma oggi non lo desidero”, “questo lo volevo proprio ma devo dimagrire un po’”; insomma non potendo sopravvivere al dolore di uno dei figli, scontento a tavola, mia madre ma poi credo tutte le mamme (o no?) preveniva invece che curare, e cucinava l’alternativa dell’alternativa, così ci tappava la bocca in tutti i sensi.

Io poi, adoro la pasta e sono grata di non essere nata pianta o minerale, perché me la sarei persa. Adoro i farinacei in genere, e siccome ho avuto anche le nonne brave in cucina, questo amore non poteva e non può che essere incondizionato.

E poi la cena. Diciamo che è più semplice, perché al Sud cuciniamo “un po’ di più, non si sa mai” e il cibo riscaldato è buonissimo; poi capita di cenare fuori, ma chi è ancora in famiglia, non dirà mai alla mamma o alle nonne che ha mangiato benissimo nella tale trattoria: rischierebbe di essere diseredato. Insomma, sarà prudente limitare i commenti a “mangiato bene, ma tu fai di meglio”.

A parte la cucina per la famiglia, esiste la cucina per gli ospiti, per gli amici che vengono da fuori, in vacanza. Ecco, credo che questi facciano una dieta anticipata, perché quando si viene al Sud, la parola dieta è impronunciabile. Se non siete mai scesi oltre l’Abruzzo o il Lazio, imparatelo adesso. E sappiate che nel giorno di rientro, alle vostre valigie, i padroni di casa aggiungeranno una vagonata di prodotti alimentari, che non potrete assolutamente rifiutare. Sarà il loro modo per dirvi che vi vogliono bene e che vi aspettano per un’altra vacanza.

Ecco, al Sud il cibo è una dichiarazione d’amore, come dire “siccome mi mancavi ti ho preparato la pasta al forno”, e ogni giorno è così. C’è un problema da risolvere in famiglia, un amico in crisi, un esame superato, un’assunzione, una domanda di matrimonio? Si finisce sempre a tavola.

E anche se non c’è un motivo particolare, si finisce a tavola, a mangiare insieme, parlando di cibo fra un boccone e l’altro.

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Pomeriggio di agosto, caldo al punto giusto, luce e silenzio. Scelgo un film su Netflix, un film americano da guardare in inglese con sottotitoli in italiano. Si chiama “The lovers-Ritrovare l’amore”. Storia di due coniugi ultra 50enni borghesi, in crisi fra di loro, ma felici con i rispettivi amanti. Lei tradisce lui, e viceversa.

Lei non sa che lui la tradisce, lui non sa che lei lo tradisce. Sensi di colpa, divorzio all’orizzonte ma senza confessare l’infedeltà e, sullo sfondo, gli amanti che chiedono con sempre meno pazienza di dare una svolta positiva alla liaison clandestina. Fin qui tutto nella norma. Il mondo è pieno di questi quadretti.

Di colpo, però, tutto cambia. Senza preavviso, senza un motivo scatenante, questo marito e questa moglie si riscoprono e si ritrovano. Una passione ritrovata ma forte che li coglie increduli, che non intendono ignorare, rende questa commedia particolarmente curiosa. Non rinunciano al divorzio ma nemmeno a questo ritorno di fiamma; e fanno i conti con una inaspettata gelosia quando scoprono le reciproche infedeltà. Lasciano la loro casa e vanno a vivere con i compagni (ormai non più amanti), diventando essi stessi amanti.

Trama a parte, questo film mi è piaciuto per le musiche, gli ambienti, gli attori non più giovanissimi, e non è frequente che, nel cinema, una storia d’amore punti su personaggi maturi.

Così come non è frequente per lo spettatore non riuscire a scegliere da quale parte stare; voglio dire che, di solito capita (che si tratti di film o libro) di prendere una posizione, prediligere uno o più personaggi sugli altri, immaginare il finale come lo vorremmo se dipendesse dai noi. In questa commedia non è possibile perché hanno tutti ragione e hanno tutti torto. Sono tutti amabili e tutti egoisti, tutti un po’ confusi ma proprio per questo molto simpatici.

Insomma tutti innamorati e tutti felici e contenti.

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In una delle prime pubblicazioni, mi sono occupata del fastidioso vociare in spiaggia. Di quello che sovrasta il rumore del mare. Torno sull’argomento perché, a pensarci, situazioni simili possono verificarsi ovunque.

Giorni fa, ero a pranzo fuori e all’aperto con il mio romano. Tavoli tutti occupati, prevalentemente da turisti stranieri, poi noi due e accanto al nostro tavolo, un gruppo di impiegati di banca, credo 7 fra uomini e donne. Gli stranieri silenziosissimi, i camerieri molto attivi ma discreti, una bella giornata di sole, qualche scooter intorno, negozi aperti, insomma cose di vita cittadina quotidiana. Ecco, in tutto questo quadretto, i 7 bancari emergevano per i loro modi un po’ rustici. Per quanto si possa comprendere che una pausa dal lavoro debba essere uno svago, e sia apprezzabile che non si parli di lavoro a tavola, non si può essere benevoli nei confronti di chi parla a voce alta, senza alcun riguardo per gli astanti. Non è gradevole, non è interessante (a meno che non si tratti di due fidanzati che bisticciano), né utile e anzi, almeno per me vagamente fastidioso.

Che siate in 2 o in 10 sedetevi, sistemate il tovagliolo sulle gambe, leggete il menu, ordinate e poi godetevi il cibo e la compagnia senza esercizi di solfeggio. Non serve che la trattoria per intero, conosca la vostra opinione sul programma televisivo della sera precedente, sulle ferie ancora da godere, sul caffè espresso con o senza zucchero, tutto questo mentre salutate da lontano il collega che, chissà perché, ha deciso di pranzare da solo

Bene.

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Aereo, treno, nave, auto, sidecar, moto, bicicletta, gambe. Tappeto volante? Sì, dai. I più fortunati hanno fatto o faranno un viaggio usando tutti questi mezzi. Ai comuni mortali, qualcuno di questi.

Avete fretta di arrivare? Aereo. Volete godervi il paesaggio dal finestrino, come se foste davanti alla tv? Treno. Volete un tragitto romantico? Nave. Probabilmente preferite guidare perché vi rilassa (come a me)? Auto. Viaggio rètro? Sidecar. Viaggio e sport? Bici. Viaggio, sport ed esperienza attiva? Gambe. Viaggio e fiaba? Tappeto volante. Ok, vi sarete accorti che ho saltato la moto. Ah, no? Non importa. Di moto vorrei parlare qui e ora, e l’impresa è ardita.

Ardita poiché, vi avviso, di meccanica non so nulla. So che la moto mi piace. Ho solo un’unica esperienza di viaggio in moto, familiare, e la ricordo con una sensazione di benessere. Percorsi siciliani in giovane età.

Ecco, la moto è attraente poiché rimanda all’agilità, alla sfida, alla prontezza, alla capacità di adattamento (come anche la bici), al superamento continuo dei limiti, anche di chi la guida, alla comunione con la Natura, alla pausa contemplativa prima del viaggio successivo. Il viaggio in moto, anche quando si è in due o in comitiva, consente di regalarsi un momento privato di raccoglimento.

E a proposito di viaggi in moto, che siano in giro per l’Europa, come pure di gite domenicali nei dintorni, vi suggerisco i filmati di Anto&Nadi, su youtube. Tralascerò di dire che si tratta di mio fratello e di mia cognata. Una delle cose più divertenti è la videocamera agganciata al casco, poiché crea l’illusione di essere in moto, e non davanti a un monitor. Guardateli, sono certa che stuzzicheranno il pilota che è in voi.

Soprattutto il pilota fifone che è in quelli che pensano che 2 ruote siano poche. Bon voyage!

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