Archivio mensile

Dicembre 2019

Fra le cose che mi piacciono assai, c’è la moda. Ciò premesso, ci sono modi di vestire, così come accessori, acconciature e maquillage che non adotterei per alcun motivo. Principalmente perché sono piccola di statura (per esempio mi piacciono molto i cuissardes, ma riuscite a immaginarmi con quelli ai piedi?) e poi perché non tutto mi aggrada.

Ovviamente, quando scrivo moda, mi riferisco anche alle tendenze del passato. Un pensiero di sincera partecipazione va alle donne della Preistoria. Con poca scelta, e neanche uno specchio, deve essere stata dura!

Sarà per quello che poi, nei secoli seguenti si è cercato di migliorare, e devo dire che i risultati sono stati eccellenti, con le immancabili eccezioni. La gorgiera, per esempio, non mi piace. Sapete cos’è? Un colletto di tela, credo solo bianco, in uso da donne e uomini, dal 1500 al 1600. Brutta. Altre cose sì, ma non le elencherò tutte. Tempo fa ho scritto sui guanti, oggi, su corsetti e crinoline.

Il corsetto nasce per l’esigenza di mostrare un ventre piatto, una postura dritta ed elegante, e a seconda del periodo strizzare la vita e, appiattire o sottolineare il seno. Era molto costrittivo, in piena adesione all’idea che la bellezza richieda sacrificio, corto ai lati e allungato sul davanti. La prima donna a inserire il corsetto come parte indispensabile dell’abbigliamento femminile, fu Caterina De’ Medici, alla corte di Francia, e presto questa moda si diffuse in tutta Europa. Era realizzato sovrapponendo vari strati di tessuto e allacciato sul davanti. Successivamente si arricchì di stecche fatte di legno, avorio, ferro (in ferro, probabilmente, per questioni ortopediche). L’uso del corsetto rimase in voga fino alla Rivoluzione Francese, quando si pensò che le modificazioni sociali, dovute all’Illuminismo, dovessero riguardare tutte le sfere.

Nei primi anni del 1800, e per tutto il regno di Napoleone, si diffuse un certo interesse verso il mondo classico in campo artistico, architettonico e di riflesso anche nella vita pratica, quindi anche nell’abbigliamento femminile. Gli abiti avevano la “vita alta” per cui i corsetti in uso erano meno costrittivi e più corti. A metà del secolo, torna l’attenzione per questo capo che, però, presenta delle variazioni. E’ il periodo Vittoriano, il corsetto si è allungato e tocca i fianchi, e la regola ferrea è: vita sottile. Di seguito, si avranno corsetti prodotti dalle industrie e non più cuciti a mano. A partire dal 1900, con la Grande Guerra, e poi con la lenta ma progressiva emancipazione della donna, il corsetto conobbe ancora fasi alterne di fortuna, ma oggi è prevalentemente un capo di lingerie, praticamente nascosto.

Passiamo alla crinolina.

Con questo termine si indica sia una struttura a gabbia, che la stoffa rigida con cui veniva realizzata, ed era un accessorio usato dalle donne nel 1800. Serviva a dare ampiezza e sostegno a gonne e abiti. In realtà nell’800 non avevano inventato nulla poiché, già in epoca Cretese (così come per il corsetto) si faceva uso di questa struttura. Tra questa e la crinolina ottocentesca, si passa per il verdugale/guardinfante e il panier.

Il verdugale, sottana irrigidita da cerchi sovrapposti fatti da stecche di balena, nacque in Spagna nel 1500 e serviva appunto per dare volume alle gonne. Non oso immaginare la gara fra dame, per chi avesse la gonna più ampia!

In alcune pubblicazioni i termini verdugale e guardinfante sono ritenuti sinonimi; in altre viene citata una differenza minima. Si sa però, che guardinfante stava a indicare una struttura nascosta sotto le gonne, che proteggesse le donne incinte (guardare l’infante, appunto) e nello stesso tempo garantisse femminilità a chi lo usava.

E il panier?

Anche il panier nacque in Spagna e poi si diffuse in tutta Europa intorno al 1700. All’inizio si presentava come una cupola ma con il tempo assunse una forma ellittica. Questa insolita forma costringeva le dame a passare per le porte, lateralmente e, in genere, ad adottare abitudini che oggi non sarebbero minimamente proponibili. Subito dopo il panier arriverà la crinolina, a cui ho accennato prima. Lo scopo era sempre lo stesso, cambiavano solo le forme.

Personalmente, ho avuto la possibilità di usare un abito con crinolina semplificata, una sola volta diversi anni fa, e posso confermare che entrare in auto, come un tempo in carrozza, non fosse la cosa più semplice del mondo. Ma la piacevole sensazione provata valeva tutte le piccole difficoltà del caso.

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Per natura, ho sempre avuto uno sguardo al passato. Non è una novità, giacché l’ho precisato parlando di libri e poi, fra le altre cose, mi occupo di antiquariato. A questa tendenza mi sento di includere anche i film. Che siano pellicole su storie in costume o che siano pellicole del passato, confesso che le preferisco.

Proprio in questi giorni si festeggiano gli 80 anni di “Via col vento”. Un film di 4 ore, diretto a turno da tre registi, che ha contribuito a fare la storia del cinema americano, ma direi mondiale. Tratto da un romanzo di Margaret Mitchell (se non sbaglio anche l’unico) che ebbe molto successo, e questo poteva essere garanzia di riuscita ma, diciamolo, comportava anche una seria responsabilità. Andò bene, talmente bene che ancora oggi rimane il film con il maggiore incasso.

Non ricordo che età avessi quando l’ho visto, ma sarà stato fra i 20 e i 30 anni. La trama fece arricciare il naso a chi, intravide un sottofondo razzista. La vera nota razzista però, fu più marcata quando, alla presentazione del film, si esclusero tutti gli attori neri, in osservanza alle leggi della Georgia. Anche a Hattie McDaniel (Mami), prima attrice nera a vincere il premio Oscar, si proibì di partecipare alla prima.

Nonostante ciò, negli anni che seguirono, questo film continuò a passare, fra cinema e televisione, mantenendo un alto livello di apprezzamento, anche se la critica cinematografica più severa, non lo considerò più di una soap opera.

Posso dire, benché siano passati molti anni, che lo trovai piacevole. Ricco in tutti i sensi: cast di rilievo, ambientazioni ben riprodotte, fine umorismo ben mescolato alle scene più drammatiche, cura dei costumi e degli accessori, e l’antiquaria che c’è in me ebbe soddisfazione. Le storie d’amore, gli intrecci, i caratteri dei personaggi e le varie sfumature si espressero bene. La guerra di secessione raccontata discretamente, considerando che non si trattava certo di un film di guerra. Insomma un film che spero, le mie figlie guarderanno, prima o poi. Ovviamente in lingua originale.

Auguri!

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Un libro è come una mela, toglie il medico di torno. Non dico che si possa leggere di tutto, io non ne sono capace. Dico che è una della cose più belle che si possa fare in vita, a qualsiasi età e in qualsiasi luogo, sempre che la immancabile buona educazione lo consenta (ma non è di buone maniere che scriverò oggi).

A me piacciono i classici della letteratura moderna. Non ce la faccio a scrivere anche contemporanea, perché ho difficoltà a etichettare un romanzo di oggi come un classico. Non è una critica, è che non leggo i contemporanei, nel senso che stanno in una mano i libri di oggi che ho letto; quando sono in libreria non li cerco proprio e magari sbaglio, ma è così.

Mi sento fortunata e grata per avere questa passione e se penso al mondo intero, in qualche caso anche privilegiata. Il mio rapporto con la lettura e con i libri, come con tutto ciò che abbia a che fare con emozioni e sentimenti, non è stato sempre liscio; la prima volta in cui mi sono arresa di fronte a un romanzo che non riusciva a catturarmi, ho provato un senso di colpa vero. Trovavo la faccenda esagerata, eppure mi creava disagio fino a quando non ho compreso che, alla fine, si trattava semplicemente di un romanzo brutto, almeno per me. Era “Il serpente piumato” di D. H. Lawrence, e non era colpa di nessuno, naturalmente. Qualcun altro lo avrà trovato bellissimo e questo chiarisce quanto il rapporto con le passioni sia sempre unico, nel bene e nel male. Superato il senso di colpa, ho compreso un’altra cosa.

Si può tentare di “contagiare” chi ci sta intorno con le proprie passioni, ma non si può imporle; e se l’operazione contagio riesce, non si può esagerare con consigli, suggerimenti, raccomandazioni, suggestioni. Questo vale per tutto e quindi anche per i libri. L’esplorazione dovrà essere personale e chi vorrà una guida, saprà a chi rivolgersi. C’è chi ama la Fantascienza, chi la Saggistica, chi la Storia, chi la Letteratura, chi la Biografia. A ciascuno il suo percorso.

Chi invece mangia pane e libri, non è mai satollo, e anche a Natale sarà contento di riceverne uno. Magari con biglietto aereo per una piccola vacanza, come segnalibro.

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A dir la verità, questa domanda vale anche per il compleanno, S. Valentino, anniversario di matrimonio, anniversario del primo appuntamento. Anniversario del giorno in cui vi ha chiesto il numero di telefono, del giorno in cui si è accorto del nuovo taglio di capelli; di quando non si è accorto che siete dimagrite e quindi, un regalo si impone, se vuole essere perdonato.

I giorni prima di una festa con regalo, per i nostri mariti, fidanzati, aspiranti tali si aprono scenari apocalittici. Aguzzano i 5 sensi, sono più concentrati, si guardano intorno, spiano nell’armadio, controllano la bottiglia di profumo, contano il numero di borse, sistemate per colore e grandezza, ripassano gioielleria e bigiotteria, e sudano. E basta? Vogliamo escludere le scarpe? No no. Scarpe per sempre. A casa mia, tra me e le mie figlie ci sono 64 paia di scarpe estive, ma possiamo sempre migliorare. Delle invernali non saprei dirvi con esattezza, forse un po’ meno, e questo non è sano. Quando non avete idee, un paio di scarpe sta sempre bene. Se passiamo indifferentemente dal tacco 12 al tacco 3, ci serviranno scarpe nere o marroni (e gradazioni del marrone) sia basse che alte, e in estate anche in altri colori, sia basse che alte. Non potete sbagliare.

Dopo aver individuato il regalo che potranno farci, passeranno alla fase 2 che sarebbe: trovare un paio d’ore nella settimana, per comprarlo (dopo lo studio, il lavoro e il calcetto, o il calcio in tv o altro sport, una birra con gli amici compilando una schedina) . Piccola confidenza che mi sento di fare agli arditi: la fase 2 avrà successo completo se:

1. Si darà la giusta importanza alla confezione: non usate carta da regalo in un colore sgradito. Faccio per dire: non amo il verde.

2. Se siete fidanzati da poco, fatevi accompagnare da una sorella o da un fratello; a meno che non abbiano un conto in sospeso con la vostra fidanzata, saranno di grande aiuto.

Bene, scelta fatta, acquisto pure. Si passa al cartoncino di auguri. Chi non è bravo a parlare, troverà le parole giuste nei cartoncini, ce ne sono di tutti i tipi per tutti i gusti; chi invece ha dimestichezza con le parole, potrà lanciarsi a suo piacimento. Ora non vi resta che scegliere il posto in cui sistemarlo, in bella vista, dove starà fino alla Vigilia, oppure al 25 mattina, o secondo la tradizione di alcune famiglie, l’Epifania. Ho scritto in bella vista, perché noi donne impazziamo letteralmente di fronte ad un pacchetto che è lì per noi, ma che non possiamo aprire fino al momento giusto. Sarà la vostra piccola ma innocua vendetta, dopo essere usciti sani e salvi dall’impresa.

Sappiate però, che anche noi ci saremo date da fare per veder brillare i vostri occhi mentre maneggiate quella cosa che, volevate da tempo e rimandavate a comprare. Il dettaglio che ci differenzia è che solitamente, noi donne evitiamo gli acquisti dell’ultimo minuto. E non sbagliamo mai.

Buon Natale!

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Uno dei tanti aneddoti che mi riguardano, risale a quando avevo forse due anni. I miei genitori, mi scoprirono ad addentare palline dell’albero di Natale, di vetro. Sì, avevo vetro sulle labbra e grazie a un certo tempismo da genitori, impedirono che ingoiassi quei frammenti. Avete presente la frase anni ’80: “Milano da bere”? Ecco, per me vale “Palline di vetro da mangiare”.

Del Natale mi piace tutto, cibo, film, albero, presepe, e quindi anche gli addobbi. E siccome, come sa chi mi conosce, mi piace molto anche l’antiquariato, ho deciso di unire le due cose e scriverci su.

Parto dall’albero. Inteso come vita che si rinnova, ha origini che si perdono nel tempo e anche se è un simbolo pagano, riguarda diverse religioni. A metà del 1400, in Estonia, c’era l’usanza fra i giovani di ballare intorno a un albero, messo nella piazza principale, come rito per trovare l’anima gemella. Anche in Germania c’era l’usanza dell’albero in piazza ma decorato con frutta, fresca e secca.

Nei secoli l’attenzione si fissò sulla cima dell’albero: l’oggetto più significativo era il puntale sistemato sulla sommità; acquistò importanza in epoca vittoriana, quando proprio sotto il regno della Regina Vittoria, si scelse un angelo come raffigurazione dell’Arcangelo Gabriele, in quanto annunciatore del Messia. Prima dell’invenzione della corrente elettrica, sugli alberi si sistemavano delle candele, usanza che si diffuse in Europa dalla Germania. Personalmente, trovo che gli addobbi inglesi-vittoriani e tedeschi, denominati Biedermeier perché ideati e prodotti all’interno di quel movimento artistico, sono i più belli ma anche i più difficili da trovare nei mercatini di antiquariato.

Il presepe. Il primo presepe vivente ha come ideatore S. Francesco di Assisi, a Greccio. Il primo, inanimato, appartiene ad Arnolfo di Cambio e si trova nella basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. In origine era composto da 8 statuine, se non erro in legno; purtroppo, oggi si può ammirare un presepe di 6 pezzi perché sia la Vergine che Gesù Bambino, sono andati perduti. A partire da questo, nei secoli il presepe non ha mai smesso di attrarre pittori e scultori; partendo dalla Toscana per arrivare ai presepi napoletani, famosi in tutto il mondo. A Napoli, a partire dal 1600 e per tutto il 1700, si sviluppò l’idea di allargare il presepe inserendo personaggi che rappresentassero la vita quotidiana e le classi sociali.

Questi personaggi, dal contadino al nobile, smisero di essere statuine per diventare manichini, con abiti e fil di ferro per creare piccole animazioni, e tutta una serie di oggettistica in miniatura per rendere più realistico l’impianto scenico. Fra il 1800 e il 1900 il presepe si diffuse anche nelle case del ceto medio, e non è mai stato offuscato dall’albero anzi, entrambe le rappresentazioni convivono da secoli.

Oggi purtroppo, in tutto ciò che rientra nella produzione natalizia, la plastica è il materiale più in uso anche perché più economico, ma se siete in cerca di addobbi per albero o personaggi e oggetti per il presepe, storici e quindi esclusivi, negozi o mercati di antiquariato potranno aiutarvi. La ricerca non sarà né facile né breve e neppure economica, ma il risultato vi soddisferà. Volete mettere?

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Nel mio breve elenco di posti visitati c’è la Calabria. Non la conosco tutta, solo la zona dei laghi, nel Parco Nazionale della Sila, durante una vacanza agostana.

Si trattò di una vacanza familiare, diversi anni fa. All’epoca avevamo una bella roulotte e ci sistemammo in un campeggio che si affacciava sul lago Arvo. Tanto per sorridere, il campeggio era pieno di ospiti baresi. Il lago Arvo è un invaso artificiale, uno dei tre più importanti presenti nel Parco. Gli altri due si chiamano: Cecita e Ampollino. Poi ci sono i minori, ma non li conosco e non ne parlerò.

Dunque, il lago Arvo non ha ancora compiuto 100 anni e ha una temperatura bassa, per cui immergersi per una nuotata è solo per persone eccezionali. Mi ricordo però che il Sole del mattino e del primo pomeriggio, invogliava a stendersi a riva, per favorire l’abbronzatura e, quindi, metà dell’esperienza balneare era salva. A parte il lago, nel campeggio immerso in una pineta, c’erano castori e alveari. In effetti, i calabresi ci raccontarono che quell’anno c’era stata una super presenza di api. Una situazione inquietante per parecchi giorni, ma poi nessuno fra noi, né fra gli altri campeggiatori, fu punto.

A pochi chilometri, c’è Lorica: un villaggio turistico che appartiene a due comuni: S. Giovanni in fiore e Casali del Manco. E’ giovane come il lago (1930) e probabilmente, in tempi remoti, il territorio era usato come pascolo. Essendo stato concepito prevalentemente per il turismo, le attività che si possono svolgere sono di carattere sportivo per esempio canottaggio, pallacanestro, calcio; la visita dall’alto dell’altopiano della Sila con la cabinovia, il giro del lago sul battello e poi visite nei Comuni a cui appartiene.

San Giovanni in Fiore è un Comune di montagna. Molta parte del suo territorio rientra nel Parco Nazionale della Sila, per cui è protetto proprio da un punto di vista naturalistico ed è il secondo della Calabria per estensione. Vi consiglio di visitare l’Abbazia Florense, il resto cercatelo da soli: è più divertente.

Casali del Manco è giovanissimo (2017), nato dalla fusione di 6 Comuni e questa fusione l’ho scoperta di recente. In questo territorio si trova Monte Botte Donato che è la vetta più alta della Sila.

I laghi Ampollino e Cecita sono rispettivamente il più vecchio e il più giovane dei laghi silani, il lago Arvo è il mezzano. Di questi, l’Ampollino bagna ben tre provincie: Catanzaro, Cosenza e Crotone ed è collegato con l’Arvo, con il quale condivide anche le caratteristiche specifiche.

Ecco, ciò che avete letto è l’insieme dei ricordi e di qualche lettura recente. Se siete già stati in Sila o in Calabria, in genere; se prevedete di andarci o se magari siete calabresi, lasciate pure un commento con le vostre impressioni o aspettative e non dimenticate che il nome Italia è nato in Calabria.

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Da qualche anno sono entrata nel club di “quelli che cadono”. E infatti, cado. L’ultima caduta (per adesso), risale a sabato 30 novembre. Una cosa fresca. La penultima ad agosto di un anno fa. Entrambe le circostanze hanno richiesto Pronto Soccorso, controlli, analisi e riposo; questa volta però anche il gesso a un piede. Una esperienza nuova, capitata durante un fine settimana in Abruzzo.

Partiamo dal fatto che a me piace molto camminare e lo faccio praticamente tutti i giorni, e quindi anche quando sono fuori città. Insomma, dopo un ottimo pranzo con le specialità abruzzesi (in Italia si mangia bene ovunque), ho deciso di andare a camminare, anche in vista della cena, che prevedevo altrettanto ottima ed abbondante. Dunque, me ne andavo libera e gioconda e non ho visto un pezzetto di marciapiede staccato da tutto il resto, e il volo è stato inevitabile. Non so se fossi più arrabbiata o dolorante, credo l’una e l’altra cosa. Non vi annoierò con il racconto dei successivi giorni, ma un ringraziamento agli amici di Pescara, Chieti, Bergamo, Bari e Monopoli voglio farlo. Tutti gentili e premurosi. Alla mia grande famiglia paziente e attenta e al mio romano, che le mie buffe cadute se le perde sempre.

All’ospedale di Atri, piccolo ma di tutto rispetto e all’ospedale di Monopoli, affollato ma efficiente.

E poi? Ecco, mi è venuto in mente il film di Alfred Hitchcock “La finestra sul cortile” ma so già che non ci sarà nessun omicida che ucciderà la moglie, qui nelle mie vicinanze (ops! qualcuno di voi non lo ha visto, immagino) e che da fotoreporter che non sono, non potrò diventare detective alla finestra. Per contro, potrò dedicarmi alla lettura che ultimamente ho un po’ trascurato e alla cura di questo blog, che umilmente sta crescendo.

Grazie ancora a tutti e alla prossima caduta (la mia, non spaventatevi)!

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Gli ingredienti del Natale sono tanti, vediamoli! I colori (rosso, blu, verde, oro, argento), le luci, l’atmosfera, i dolci tipici, le decorazioni, il traffico delle città, che a dicembre aumenta. Finito? No, la scelta dei regali, da fare e da farsi, l’albero, il presepe. E poi? I film, ovvio!

I film di Natale sono sempre belli, questo è un dato di fatto. Quelli americani, soprattutto.

Le trame semplici, gli attori molto sorridenti, le ambientazioni giuste, le colonne sonore avvolgenti, le feste in ufficio e che proseguono in case generalmente molto ben arredate, ma con gli addobbi ancora più belle e all’esterno, tanta ma tanta neve. Chi mi conosce sa che amo il mare ma, confesso, che per me il Natale è sotto la neve e non sopra la sabbia. Comunque, rimane un periodo dell’anno che tocca molte corde di sensibilità ed emotività anche perché, la mancanza delle persone che hanno avuto un peso nella nostra vita, si sente molto di più.

Tornando ai film, da romantica quale sono, li aspetto e li guardo tutti ma il top in classifica resta lui, l’immancabile “Una poltrona per due”. Da quando è uscito (1983?) non me lo sono mai perso e sono certa che, fra chi mi legge, ci sarà qualcun altro che come me non si è ancora stancato.

Ricchezza, finanza, cinismo, umorismo, ma anche povertà, bel cast e tanta atmosfera natalizia, compresi i buoni sentimenti che alla fine trionfano, sono stati gli ingredienti che hanno trasformato una divertente commedia per famiglie, in un cult. Il classico film della Vigilia, del quale ormai si conoscono a memoria pure le battute, ma poi il bello è proprio fingere di essere sul set a recitare.

Allora, esiste davvero qualcuno che non lo abbia ancora visto?

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