Archivio mensile

Gennaio 2020

Onegin

di Le righe di Ornella

Il romanzo l’ho letto l’anno scorso. E’ stato un regalo, sotto l’Albero di Natale 2017. Raramente leggo un libro immediatamente dopo l’acquisto o dopo averlo ricevuto. Perché devo sapere qual è il momento giusto. E nel caso di “Onegin” era il 2019. Dal romanzo è stato ricavato un film di cui conosco la scena finale, e purtroppo mi è capitata sott’occhio prima di leggere il libro, per cui l’ho letto conoscendo la fine. Drammatica. Oggi tutto questo si chiama spoiler. Un tempo, senza internet nelle case, questo rischio non si sarebbe corso.

In più, uno dei fastidi di quando si guarda la trasposizione da un romanzo, prima di averlo letto, è che si fissano in testa i volti degli attori, e se poi si decide anche di leggerlo, è praticamente impossibile immaginare i personaggi con tratti diversi. Per esempio, a casa abbiamo tutta la saga di Harry Potter; io ho visto i film prima che arrivassero i libri e per quanto mi sforzi, finisce sempre che: Harry ha il volto di Daniel Radcliffe, Hermione di Emma Watson, Piton di Alan Rickman, e così via. E nel caso di Onegin, Ralph Fiennes che impersona Eugenio Onegin e Liv Tyler, Tatyana Larina.

Va bene, leggerlo è stato bello lo stesso e siccome lo ha scritto Pushkin, non avevo dubbi.

Non vi parlerò della trama, (perché spero che chi non lo ha ancora letto si dia una mossa) che è bella ma tipica di un’opera dell’800; vi dirò invece che è un romanzo in versi, quasi 5.000. Sì. L’edizione che ho io è in lingua originale con traduzione in italiano, a fronte. E’ un’opera che in Russia si studia nelle scuole, scritta nel corso di 7 anni e, se non sono male informata, è incompiuta (almeno secondo le intenzioni dell’Autore).

Pushkin è presente nell’opera. Gli eventi che riguardano uno dei personaggi, sono molto simili alla vita dell’Autore, ma questo sarà evidente alcuni anni dopo la pubblicazione del romanzo; come un misto di biografia e profezia.

Mi fermo qui. Il mio intento (come per tutti gli articoli di questo blog) era quello di vellicare la curiosità di chi si fermerà a leggere.

Perciò, leggetelo!

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Questi due verbi sono strettamente legati, fra loro. Aprire il frigorifero e aprire l’armadio hanno lo stesso scopo. Soddisfare un bisogno. A dir la verità prima del frigorifero e dell’armadio ci sono i negozi di generi alimentari e in negozi di abbigliamento. Quindi già comprare soddisfa un bisogno o un piacere. E il piacere è un bisogno.

Vi è venuto mal di testa?

Dunque, cibo e abbigliamento sono sicuramente compagni dell’uomo dalla notte dei tempi. In comune hanno praticamente tutto: oltre a tenere in vita, consolano nei momenti tristi, arricchiscono i momenti belli, e fanno compagnia nei momenti solitari; entrambi hanno un costo economico e sono molto pubblicizzati. Se sono tipici di un luogo, contribuiscono alla sua popolarità.

Scatenano le nostre emozioni; se siamo troppo magri o troppo grassi, dipende sempre dal cibo o da ciò che indossiamo, mai da noi.

Una cosa che rilevo spesso, riguarda certi luoghi comuni, soprattutto sul vestiario, ma anche sul cibo. Mi viene in mente che qualche anno fa, girava su Facebook un post illustrato in cui si dichiarava, grossomodo che: “c’è chi si incanta davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento, io davanti alla vetrina di una libreria”. Ecco, è una delle cose più retoriche e banali che abbia mai letto. E non fa nemmeno ridere. Vestiti e libri non hanno alcuna connessione, fra loro. Si può leggere un saggio sulla metafisica in tuta ginnica, in pigiama o con un bellissimo vestito; si può avere tra le mani un pessimo libro e addosso una camicia bianca con un paio di jeans: la sostanza di ciò che leggiamo non cambierà, così come il gusto per quello che abbiamo addosso, mentre leggiamo.

I luoghi comuni sul cibo, invece, riguardano fantasiose regole a tavola, che in qualche caso hanno trasformato persone comuni in autorevoli nutrizionisti, della domenica.

E così, concludo richiamando alla mia e vostra memoria, Audrey Hepburn che in una ancora assonnata New York, mangia un croissant, sorseggia un cappuccino, e guarda la vetrina della gioielleria Tiffany con indosso un abito nero e fili di perle, che da sola basta a zittire qualsiasi stereotipo. Giusto?

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Giorni fa, scrivendo di fumetti, ho citato Diabolik ed Eva Kant, e questo a proposito di ladri gentiluomini, nel mondo della fantasia. A essere sincera, non credo che nella realtà esistano, ma cinema, carta stampata e tv ne hanno prodotti un buon numero.

Chi ha visto “Caccia al ladro” di Hitchcock, sa chi è John Robie; per tutti gli altri, Jonh Robie è il protagonista ed è impersonato dal molto bello Cary Grant. Nel film, Robie è un ladro di gioielli che dopo aver scontato una pena, cambia vita, entra nella Resistenza francese, e a guerra finita si stabilisce nel Sud della Francia, dove cura i suoi vigneti. E’ un uomo dai modi impeccabili e attraenti, è riservato ma attento a tutto ciò che lo circonda (la naturale eleganza di Cary Grant ha reso il personaggio molto credibile). La nuova vita però, non lo proteggerà dall’ennesima accusa di furto, che poi è il punto di partenza di questa commedia gialla.

Tranquilli, con la trama mi fermo qui.

Arsenio Lupin (interpretato da Georges Descrières) è pure lui un ladro gentiluomo. Si tratta di un personaggio creato da Maurice Leblanc, scrittore francese vissuto tra la seconda metà del 1800 e la prima del 1900. Non bello come John Robie, ma molto affascinante. In comune con John Robie ha classe innata, gusto per le belle donne e la bella vita; è una specie di Robin Hood perché aiuta i poveri e ruba solo a gente molto ricca. Mi ricordo che quando da bambina guardavo la serie in tv, rimanevo colpita dalla sua abilità di trasformista: poteva assumere le sembianze di chi voleva e farla sempre franca. Pratica lo sport, in particolare le arti marziali e comunque, a tutti i ladri inafferrabili è richiesta agilità e destrezza.

Alle calcagna ha un ispettore francese e un detective inglese di nome Herlock Sholmes, chiaro riferimento a Sherlock Holmes.

Bene, se deciderete di dare un’occhiata a entrambi, sappiate che vi divertirete ma siate guardinghi, e nascondete orologi e collane, gemelli e bracciali, portafogli e fermasoldi.

Perché è un attimo.

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Sono salita su una carrozza due volte, in vita mia. A Vienna e a Messina. Per amore di precisione, in entrambi i casi, si è trattato di un landò, cioè un tipo di carrozza con tetto retraibile a mantice. Non ricordo quanti cavalli ci trainassero a Vienna, ma a Messina sono quasi certa che fosse uno solo. L’epoca di costruzione era tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900.

Il landò, così come lo conosciamo noi è stato inventato in Germania, nella città di Laundau, ed era destinato al servizio pubblico. Ma andiamo con ordine perché la storia delle carrozze, inizia molti secoli fa; antenato della carrozza fu il carro, praticamente nato subito dopo l’invenzione della ruota, già nella civiltà mesopotamica. In quel caso era soprattutto destinato al trasporto di merci o nell’attività dei campi. Fra i Romani, il carro detto “biga” era destinato all’uso in guerra, ma anche durante le giostre.

Nel Medioevo, la carrozza assomigliava ancora ai carri ma da lì in poi iniziò ad essere sempre più un veicolo per le persone. La sua produzione si diffuse soprattutto in Germania e in Italia (Ferrara fu la prima città ad avere una fabbrica di carrozze a metà ‘500), molto meno in Francia e in Inghilterra. Ovviamente, l’uso e il possesso era riservato ai ceti più elevati. E siccome non bastava, fra le famiglie che erano in grado di possederne una si ingaggiavano delle “gare” di bellezza perché, nel frattempo, erano diventate sfarzose, ricche di intagli, pitture e dorature.

Leggendo su vari testi ho scoperto che Rubens dipinse la carrozza imperiale austriaca (Dizionario di Antiquariato A.Vallardi-Garzanti) e la Francia, durante il regno del Re Sole, così come Napoli e Milano per l’Italia, divennero eccellenze nella costruzione di carrozze sfarzose.

Nei primi anni del 1800 tornò in auge l’omnibus, una carrozza che consentiva il trasporto fino a 10 persone. In verità, il primo omnibus, fu costruito in Francia a metà del ‘600, ma non ebbe molto seguito. Due secoli dopo, invece si recuperò, e non solo per i percorsi cittadini ma anche per i collegamenti fra città vicine.

Ovviamente, l’invenzione dell’auto piano piano definì il tramonto delle carrozze, limitandole a mezzo di trasporto nei percorsi turistici o confinandone la collocazione nei musei. E a proposito di musei delle carrozze, in Puglia, che è la mia regione, ce ne sono almeno due. Cercateli!

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Quando ero una bambina, sentivo molto forte il richiamo verso le attrici americane, tutte brave e tutte belle, le loro vite perfette e il loro mondo generalmente patinato. Ingenuità di bambina, visto che poi, nel tempo, ho scoperto che dietro quel luccichio negli occhi e nei sorrisi, si celavano drammi più o meno grandi. Non che per le attrici di adesso sia diverso, è solo che nel frattempo sono cresciuta e ho perso un po’ di incanto. Solo un po’, sia chiaro.

Il titolo di oggi, è un elenco in ordine alfabetico e non di preferenza. So di aver saltato qualche nome, ma se li avessi messi tutti, avrei finito per fare un titolo più lungo dell’articolo. Insomma, per anni davanti al televisore guardavo film, commedie o drammi, con queste donne da cui cercavo di prendere tutto. Portamento, eleganza sotto ogni punto di vista, leggerezza, grinta e stile insieme, umorismo, sicurezza di sé. Ovvio, sopra ogni cosa l’educazione, ma quella era una certezza, grazie ai miei genitori e all’ambiente in cui sono fortunatamente cresciuta. Insomma, ogni film che guardavo era un’occasione per osservare, scrutare e interpretare l’insieme che caratterizzava ognuna di esse.

Il passo ballerino di Audrey, la freschezza di Grace, la nordica riservatezza di Ingrid, la fragilità di Marylin, la disinvoltura e forza di Liz, la bellezza esplosiva di Rita le ho studiate tutte, senza però cucirmele addosso, perché volevo imparare da loro, ma non copiare banalmente e fiaccamente. Si potrebbe dire che un conto fosse l’attrice e un altro il personaggio, ed è giusto. Ci vuole molto talento a recitare un personaggio diverso o molto diverso da chi lo impersona; ci vuole anche coraggio (aggiungerei). E come ho scritto all’inizio, son dovuta crescere un po’, prima di imparare a distinguere le due cose. In ogni caso, credo di poter affermare che ogni ruolo assegnato a queste donne fosse molto molto vicino alla loro reale personalità.

E così, per quanto mi riguarda, mi auguro di aver sviluppato una personalità completamente mia, con tutto quello che significa per chi fa parte della mia vita.

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Come dico sempre (per qualcuno fino alla noia), amare i libri e amare la lettura sono cose diverse. E se non fosse chiaro, propendo per la seconda. Di libri brutti è pieno il mondo. Siccome a me piace leggere, leggo pure le scritte pubblicitarie sui furgoni, le strisce luminose delle farmacie che a volte recitano “aperti tutti i sabato” e in genere, tutto quello che ho a tiro. Da ragazza, anche i fumetti, Intrepido e Monello. Quanto mi piacevano! E quanto mi sentivo una femminuccia tra i maschi! Sì perché (in realtà non so perché), non avevo amiche che li leggessero, come me. Ma partiamo dall’inizio: non riesco a ricordare chi me li passasse; tanto perché si sappia, non avevo il permesso di tenere soldi in tasca e quindi ricordo perfettamente di non averne mai comprato un solo numero.

Dunque, dicevo, qualcuno (di cui non ricordo né il viso né il nome) me li passava e se dovesse riconoscersi mentre legge, si faccia avanti. La cosa si svolgeva così: prima controllavo i titoli di tutte le storie e poi facevo un indice personale, che spesso non aveva niente a che fare con la successione già stabilita, nel giornaletto. E poi, ovunque mi trovassi, mi sistemavo per leggere senza seccature intorno. Le storie erano diverse, per accontentare tutti, ma per esempio, L’Intrepido strizzava l’occhio allo sport, il Monello era più generalista. Poi non so come, ho smesso di leggerli, o “il dimenticato” ha smesso di passarmeli. E’ certo, però, che li ho sempre restituiti, perché non ne possiedo neanche un numero. O forse li buttavo? No, non credo. Intanto ho scoperto che non si pubblicano più.

A pensarci, mi piaceva anche Diabolik con la sua bellissima Eva Kant. Questo lo leggevo di nascosto perché mio padre non gradiva che mi appassionassi alle storie vincenti di un ladro e di sua moglie, ladra pure lei. Ma a me, che sono romantica, piaceva molto l’idea di una storia d’amore indissolubile, di totale fedeltà, pura e inattaccabile e che i due facessero i ladri di alto profilo, era secondario. La loro vita avventurosa, scaltra, ricca di colpi di scena nella quale erano inseparabili, per me 15enne era un piccolo sogno che non mi ha mai lasciato.

Detto questo, non si ruba, mai. Nemmeno se si è belli, innamorati e invincibili.

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Quando ho scelto le categorie di cui avrei scritto in questo blog, ho escluso la politica e sono convinta di aver fatto una scelta giusta. Non fraitendetemi, la politica mi piace moltissimo, la seguo quotidianamente e nel mio piccolo partecipo scrivendo le mie opinioni, ma altrove.

Ovviamente, interessarmi alla politica fa di me una persona assolutamente nella norma, né più né meno. Ma lo confesso, a volte mi ha fatto arrabbiare, e questo non è un bene. Dunque, mi fanno arrabbiare i telegiornali, a volte completamente incolori e a volte sottilmente schierati, e più è ricercato l’uso della parola per riferire le notizie, più sono schierati.

I programmi televisivi di politica. Ecco, in questo campo, da qualche anno c’è una timida pluralità. Si può scegliere, salvo poi procurarsi comunque qualche bruciore di stomaco.

I social. Qui, le cose sono più serie. Non per suscitare simpatie, ma ho avuto la peggio, perché l’impegno di chi ha pesantemente giudicato male le mie opinioni, è andato ben oltre la più vivace creatività. Sui social non si tratta più di sbattere la scarpa come Nikita Kruscev all’Onu, nel 1960. Sui social, l’insulto è all’ordine del giorno, la volgarità, la bassezza quasi la norma, augurare la morte un passatempo. A me, ma certamente non solo a me, queste cose sono capitate tutte e manco a dirlo, da gente con una conoscenza mediocre delle questioni. Perché poi, come spesso accade, più si ringhia e meno si sa. No. Non mi piace.

Ecco, ho descritto un po’ cosa avviene dentro lo schermo, di tv, cellulare o computer. Negli incontri di persona, fra amici e conoscenti, per fortuna gli scambi di opinione sono più smussati. In casa (propria o d’altri), l’osservanza delle buone maniere impone di mantenere un profilo basso perché se avete invitato, rischiereste di essere dei cattivi padroni di casa; se siete stati invitati, rischiereste di essere banditi dalla cerchia di amici o parenti, per le riunioni successive.

In un luogo pubblico, non cambia poi molto. All’aperto o al chiuso, quando si tratta di politica, dal sorriso alle fauci infuocate il passo è breve. In un ristorante chic è richiesto un tono di voce basso, e probabilmente le vostre idee politiche al vicino di tavolo, non interessano; se invece siete in una rumorosa trattoria non servirà il vostro contributo per renderla ancora più rumorosa.

Al mare, per come sono affollate certe spiagge, libere o attrezzate, la regola è ancora più ferrea, a meno che non vogliate rischiare di finire in acqua da chi vuole liberarsi di voi. E in montagna, urlando di politica si rischia la valanga.

Quindi, ricapitoliamo. La politica è bella, interessante e fa parte di noi, ignorarla non serve, anzi è dannoso. Detto questo, non imbruttiamola e non imbrattiamola con comportamenti sopra le righe. Questo lasciamolo ai politici.

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Firenze

di Le righe di Ornella

A Firenze ci sono stata due volte, a metà degli anni ’80. Ero con due delle mie cugine, in pratica tre ventenni carine e spensierate. Alloggiavamo in un pensionato gestito da suore, di cui non ricordo l’Ordine. Questo pensionato si trovava a San Frediano, un quartiere molto carino ma pare che, all’epoca, non fosse proprio tranquillo. Si diceva che fosse zona di spaccio, anche se noi in realtà non abbiamo mai avuto problemi durante i due soggiorni. Oggi, mi risulta che San Frediano sia stato elevato a quartiere di tendenza sia per il divertimento che per la sua tipicità. Santo Spirito e San Frediano sono i due rioni famosi in Oltrarno. Oltrarno (o Diladdarno), è la zona di Firenze, situata oltre la sponda sinistra dell’Arno.

Dunque, tornando a noi, la prima visita fu a ottobre del 1985. Viaggio notturno in treno, arrivo e sistemazione in questo pensionato che, se non ricordo male, all’ingresso aveva un bel lucernario, e già solo per questo mi piaceva.

Naturalmente gli orari di colazione, pranzo e cena erano molto rigidi, così come gli orari di uscita e rientro. Il rischio di rimanere a dormire fuori dal portone, sembrava serio. Ma noi eravamo brave e li rispettavamo. La colazione era abbondante e anche gli altri pasti non erano da meno. Ricordo che una volta, a pranzo ci servirono la polenta. La mangiavo per la prima volta e non mi piacque, così scelsi solo la parte più condita e lasciai il resto. Le suore cuoche mi guardarono male.

A parte questa spigolatura, il resto del tempo lo trascorrevamo in giro per la città anche perché, avevamo solo 4 giorni a disposizione (sia a ottobre che ad aprile) e tante cose da vedere. Ovviamente, non farò elenchi di posti che sono noti a molti; dirò solo che non riuscimmo, in entrambe le occasioni, a visitare gli Uffizi. La prima volta, alcune sale erano chiuse per lavori di manutenzione; la seconda, in aprile, c’erano le chilometriche file delle scolaresche in gita, persino sul marciapiede, e capite bene come non fosse il caso di unirsi al coro. Ovviamente, anche solo per colmare questa mancanza, si impone un ritorno a Firenze, e con l’occasione una visita alle altre città della Toscana.

Una cosa che mi piace sempre quando visito una città, è l’osservazione anche da fuori o dall’alto, dal terrazzo di un castello, da un colle e nel caso di Firenze, la facemmo da Fiesole.

Fiesole, città prima etrusca e poi romana, sorge su un doppio colle, da sempre considerato uno dei centri più ricchi dell’Italia Centrale, e fa parte della città metropolitana di Firenze.

Nei secoli, ha conosciuto il dominio longobardo con un declino a favore di Firenze, una rinascita artistica e architettonica con i Medici, saccheggi di opere d’arte da parte dei Francesi (i cosiddetti “furti napoleonici”) e dal 1700, tanti stranieri di passaggio o che comprarono e ristrutturarono antiche ville, stabilendo lì la residenza.

All’epoca, ne apprezzai l’ordine, la pulizia e la luce: trattandosi di una domenica pomeriggio di aprile, la luce fino al tramonto era particolarmente calda, così come l’aria piacevolmente tiepida.

Tornando a Firenze, se potete, evitate di farvi entrare in testa “Firenze (canzone triste)”, è contagiosa!

Bene, mi fermo qui, e se ancora non ci siete stati, andateci. Vi piacerà!

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Ho cercato, in rete, aforismi sui soldi come suggerimento per il titolo giusto. Come al solito, Oscar Wilde non delude mai, ma poi mi è venuta in mente Liza Minnelli e ha vinto.

Come per tutte le cose che contano, anche per i soldi ci sono le fazioni. Quelli che li disprezzano, quelli che li adorano (al punto di non spenderli neanche per le medicine), quelli che “i soldi muovo il mondo” e quelli che “servono ma non comandano”. Io ritengo di far parte dell’ultima fazione. Li rispetto, li tengo in considerazione, so che la vita è molto difficile quando mancano; detto questo, non ho mai consentito che guidassero la mia. Intendo dire che non ho mai barattato i miei valori per un pugno di soldi in più.

Quello che però non voglio più sentire è che non danno la felicità. Semmai non danno l’immortalità. La felicità la danno, eccome. A chi è affetto da una malattia rara, a chi ha perso il lavoro, a chi deve spostarsi per studiare, a chi deve semplicemente arrivare a fine giornata, perché pensare alla fine del mese è futuro troppo futuro. Ai giovani che hanno ben chiaro cosa vogliono essere e cosa vogliono fare ma non hanno una base economica da cui partire, ai pensionati a cui si fa credere che la pensione sia un dono del Cielo, ma è semplicemente un salario differito.

Allora, sapete cosa cosa c’è? Nel rispetto delle nostre possibilità, diffondiamo benessere spendendo ogni tanto per qualcosa di voluttuario, un piccolo lusso. Risvegliamo l’economia con piccole iniezioni di danaro, perché la ricchezza si crea così, con la circolazione. Non con lo spreco ma neanche con l’accumulo ossessivo di chi idolatra un pezzo di carta o un pezzo di polimero.

Mia madre, quando vuole definire un avaro dice: “Quello spera di portarsi i soldi nella tomba”! Ecco, tra un po’ inizieranno i saldi invernali e anche se con qualche senso di colpa, proviamo per una volta a togliere la precedenza alle bollette, che tanto pagheremo comunque. Ma vogliamo mettere il piacere di spendere per quel foulard, per quel rossetto, per un paio di occhiali da sole, una bottiglia di vino pregiato, una sera a teatro? O prendere il treno per andare a vedere una mostra, una pizza con vecchi amici persi e ritrovati?

Insomma, una volta ogni tanto godiamoci il presente, ché tanto, tutto il resto non mancherà mai.

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