Archivio mensile

Febbraio 2020

Credo che sul nostro pianeta i colori siano distribuiti in modo equilibrato. E per fortuna, aggiungo io.

I mie colori preferiti, ex aequo, sono: rosso, bianco e nero. E chi mi conosce sarà d’accordo sul fatto che mi rappresentino. Dicevo, sono i miei preferiti ma in modo circolare, nel senso che non vorrei fare a meno di nessuno dei tre. Tuttavia, ce n’è uno di cui sono gelosa, il rosso. E infatti lo tengo ben nascosto, cioè nascondo la mia quota di rosso fino a che non decido io se e quando tirarla fuori. Per alcune scelte di vita, di cui non voglio scrivere in questo blog, prevale il nero. Lo dico a scanso di equivoci, perché non si sa mai.

Per il bisogno di calma e tranquillità, scelgo il bianco. Il bianco mi rappacifica innanzitutto con me stessa, poi con gli altri. Non che abbia guerre in corso, ma la voglia di lanciare la polvere per starnutire, in faccia a qualcuno, ogni tanto ce l’ho. Il bianco mi riporta a compostezza vittoriana.

Il nero mi concilia la riflessione approfondita, quando lo indosso inizia l’introspezione. Se ho voglia di nero significa che devo raccogliere le idee e possibilmente prendere una decisione. Spesso, per molte persone diventa l’unico colore per l’abbigliamento; personalmente, non faccio scelte monotematiche, mi annoierei.

Il rosso.

Il rosso è vita pura. Per me è cibo, sangue, calore, potenza, libertà, prosperità (secondo i Cinesi, e concordo); non lo associo all’eros (anzi lo trovo un luogo comune), all’aggressività e neanche all’istinto animale, come tradizionalmente avviene in Psicologia. Per me il rosso ha solo valore positivo. Gli attributi che restano li lascio, rispettosamente, agli altri. Il rapporto che io ho con il rosso è esclusivo e non lo condivido con nessuno. E’ mio, punto.

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Roma

di Le righe di Ornella

Ho visto Roma, per la prima volta volta, dal finestrino dell’aereo, avevo 27 anni. Prima mattina di fine luglio, cielo pulito, Sole ancora clemente, e sotto lei, l’Eterna. In quella occasione, Roma era solo un tramite prima di Vienna, e la seconda cosa che vidi fu l’aeroporto di Fiumicino. Un’ora di attesa prima della coincidenza. Quindi Vienna, poi Praga, poi di nuovo Roma e poi casa. Ma di Roma nuovamente solo l’aeroporto e il panorama dall’alto.

Passarono 4 anni e si creò l’occasione per andarci sul serio. Nel frattempo avevo 31 anni e pure due figlie. Posso dire che da allora l’incanto che ho provato non è mai venuto meno e so che sarà sempre così.

Dunque, avendo due figlie molto piccole, quasi 3 anni la grande e 1 la piccola, si scartarono monumenti e musei e si scelsero lunghe passeggiate in cui comunque c’era moltissimo da ammirare. La prima cosa furono i Fori Imperiali e il Colosseo; nel pomeriggio Piazza Navona, Piazza di Spagna e Trinità dei Monti. Il giorno dopo la Fontana di Trevi e il Pantheon (ma solo da fuori). Per mangiare una trattoria in Largo del Pallaro. Andavamo sempre lì, tranne un pranzo veloce prima di rientrare in Puglia, che facemmo in un fast food dove un ragazzo distratto mi versò un bicchiere di birra sulla camicia. A me poi la birra non piace, quindi immaginate la goduria di avere questo odore sotto il naso!

Passarono credo 7 anni e fummo invitati a Roma da un’amica che ha due figlie, quasi coetanee delle mie. Era metà settembre e si trattò dell’ultimo fine settimana prima della riapertura delle scuole. Lei vive a Prati. Un week end bellissimo. Intanto, nel pomeriggio di venerdì visitammo Castel Sant’Angelo e mi piacque molto. Dopo cena, un giro a Trastevere e poi Piazza Navona piena di gente e artisti di strada. Il giorno dopo al Colosseo, questa volta però una visita seria, con la guida e il materiale e poi una passeggiata lungo la banchina del Tevere, dove ci sono delle bancarelle di libri (ti pareva!) e poi un giro in battello, che in vacanza non guasta mai.

La domenica, ultimo giorno di vacanza, scegliemmo il Parco Archeologico di Ostia Antica. Fu una giornata molto divertente. La nostra amica aveva molto materiale da consultare sulla storia di questo sito e ci muovemmo facilmente fra le rovine. In più, le nostre rispettive figlie misero in scena, proprio nel teatro del sito, una parte de “Il gladiatore” che avevano visto poco prima, e qualche turista si fermò addirittura a guardarle. Sempre quell’anno ritornammo a Roma per due compleanni, a ottobre e a dicembre e visitai Villa Pamphili, Villa Borghese e i Castelli Romani, un insieme di paesi dei Colli Albani (ma di sera e velocemente).

Poi basta per 13 anni.

Sì, per anni ho visto Roma solo in tv, servizi dei telegiornali, film e documentari. Poi, nel 2016 è successa una cosa bella e da quel momento non ho più smesso di andare a Roma, addirittura con una cadenza mensile. Mai lo avrei solo immaginato. Da allora ho visto tante altre cose da aggiungere alle precedenti, ma sicuramente ancora poche e questo mi piace perché vuol dire che “sono costretta” a tornarci.

Ovviamente, ho anche mangiato molto bene; fra le altre cose, gelati stellari. Diciamo che in Italia si mangia bene ovunque. Ma le ricette tipiche devono essere mangiate nel posto di provenienza. Lo dico perché l’amatriciana che si fa qui in Puglia, non si avvicina neppure a quella originale. Ma a pensarci, non sono ancora riuscita ad assaggiare il maritozzo con la panna, un altro motivo valido, molto valido per tornarci. L’unica nota negativa delle trattorie romane è il numero di tavoli, troppi. A volte, se si è un pizzico curiosi, si possono sentire i discorsi dei vicini e rischiare di far sentire i propri. Però è un dettaglio scusabile. Tutto il resto è magnifico e unico al mondo, ed è in Italia.

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Ho sangue siciliano e pugliese, per cui la vena ironica non mi manca, forse neanche il sarcasmo (ma questo non lo considero un pregio). Il brutto che possa capitare a una persona ironica è un’altra persona ironica che le tiene testa. Il peggio, una persona che non comprende l’ironia. A me son capitate entrambe e, sinceramente, riguardo il secondo caso, ho provato un certo senso di colpa. Per aver messo in difficoltà chi avevo di fronte ma, confesso, soprattutto per aver sprecato un talento quando non era il caso. Allora mi sono chiesta se ci sia un momento in cui l’ironia o il sarcasmo rischino di tramutarsi in maleducazione. Forse no.

E’ vero che l’ironia vuole alleggerire e il sarcasmo appesantire; è vero che con l’ironia diamo alle parole un significato diverso da quello letterale, nel tentativo di alleggerire una situazione, di prendere le distanze, di sollevare qualcuno. Il sarcasmo è erroneamente considerato un sinonimo dell’ironia; in realtà è la volontà di ferire, di trattare in modo beffardo, anche solo cambiando intonazione di voce e, infatti, il sarcasmo è tipico della comunicazione verbale. E’ amaro ed esprime astio contro qualcuno, e se da una parte viene usato per segnare un confine tra chi si sente intellettualmente superiore e agli altri, dall’altra c’è una teoria secondo la quale, il sarcasmo sia un’arma per mascherare le proprie debolezze, attaccando frontalmente.

Alla fine di tutto, che si tratti di ironia o che si tratti di sarcasmo, si parla comunque di abilità, con fini diversi. La maleducazione, che è forse una loro parente lontana, non è mai un’abilità, quanto piuttosto una sconfitta, una disfatta, direi proprio un fallimento sopratutto per se stessi.

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Succede. A me è capitato poche volte in tutta la mia vita, forse quattro. Ho iniziato a leggere, ho provato noia, ho resistito, ma poi ho mollato. In effetti, leggere un libro controvoglia è un esercizio valido per mettere alla prova resistenza e spirito di sacrificio, ma per quello ci sono già i testi scolastici, spesso scritti con i piedi.

Come sempre, dietro ogni decisione, c’è una eccezione (si spera una sola). Voglio dire che, dietro la decisione di lasciar perdere libri poco attraenti, c’è l’eccezione di persistere.

La mia ha riguardato Siddharta, di Hermann Hesse. Di Hesse ho letto “Gertrud”, “Narciso e Boccadoro” forse qualcos’altro; possiedo ma non ho ancora letto “Demian” e “Peter Camezind”. Con Siddharta c’è stato un prendi e lascia per un po’ di volte. La storia mi incuriosiva ma lo stile di scrittura, no. Uno stile tipicamente orientale derivato dalla sua attrazione per l’Asia. Siddharta è ambientato in India, ma l’India, Hesse non la vide mai. Un viaggio in nave, organizzato e fatto con Hans Sturzenegger, pittore suo amico, sarà pieno di contrattempi e pericoli. Alla fine di tre mesi di avventure, spesso spiacevoli, avevano visitato Malesia, Ceylon, Indonesia e Singapore, ma rientrarono in Europa prima di poter raggiungere l’India, che poi era la meta principale del viaggio.

Dunque, tornando al romanzo, ad un certo punto si ripresentò l’occasione di leggerlo. Non starò a raccontarvi come, quando e perché ma mi sforzai di superare le 4 pagine, oltre le quali non ero mai riuscita ad andare. Ci riusciì. Lo lessi tutto in 5 giorni e una volta finito mi sentì bene per due motivi: perché ero riuscita a finirlo, dimostrando a me stessa che potevo forzare un limite e poi perché sapevo che leggerlo una volta bastava e avanzava. In sintesi, avevo sempre creduto che fosse lo stile di scrittura a fermarmi; dopo averlo letto, anche la trama.

Qualcuno starà arricciando il naso per quello che ho scritto, ma la vita di Siddharta con le sue scelte e le sue non scelte, non poteva piacermi, soprattutto sapendo che a un certo momento della Storia del ‘900, fu adottato dai movimenti giovanili degli anni ’60 in USA, insieme al pensiero fondante dei seguaci del movimento psichedelico, che avevano scelto Hesse e il suo Siddharta come espressione della controcultura in voga in quegli anni. So bene (e questo è accaduto anche per Nietzsche) che certe interpretazioni dei lettori, a volte vanno in una direzione diversa rispetto a quella pensata dall’Autore, ma tant’è…a causa o per merito di Siddharta, Hesse diventò, e credo sia tuttora, lo scrittore tedesco più amato negli Stati Uniti. Io l’ho apprezzato per altri romanzi. E magari per quelli che ho, quando li leggerò.

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Miranda

di Le righe di Ornella

Circa tre o quattro anni fa, tramite le mie figlie, ho scoperto una serie televisiva intitolata “Miranda”. E’ una serie molto divertente, di quelle che dopo una giornata di vita quotidiana, ti toglie la stanchezza fisica e mentale, perché ti fa tanto ridere. L’abbiamo guardata in inglese e con i sottotitoli in italiano, poiché non è ancora arrivata in Italia.

Miranda è il titolo e anche la protagonista. L’attrice che la impersona è anche l’autrice e si chiama Miranda Hart. Non so dire se il personaggio sia autobiografico; quello che so è che questa attrice è entrata molto nel personaggio, e piuttosto bene.

Dunque, nella serie ha un negozio di articoli da regalo, ma non è molto portata per gli affari e infatti ha una socia che è anche la sua migliore amica e che si chiama Stevie. Stevie, praticamente fa quasi tutto il lavoro. Miranda è una 30enne single, che vive per conto suo in un monolocale proprio sopra il negozio; è molto alta e, se è di spalle, rischia spesso di essere scambiata per un uomo; i suoi genitori sono molto ben inseriti nell’ambiente aristocratico inglese, non si rassegnano a questa figlia zitella e cercano in ogni modo di accasarla. Questo li rende invadenti, prepotenti ma anche molto simpatici.

Tilly e Fanny sono ex compagne di scuola: carine, vincenti, femminili e prossime al matrimonio. Questa cosa genera continui confronti fra loro e Miranda, da parte della madre.

Anche se è single, è innamorata di uno chef di nome Gary, vecchio compagno di università che rivede dopo anni, e così Cupido fa il colpaccio. Gary è molto piacente, è impersonato da Tom Ellis (per intenderci, l’attore che impersona Lucifer su Netflix), e lavora nel locale di Clive, amico di Miranda. Miranda è un po’ maldestra, timida, cade spesso (e in questo siamo molto simili) ma è bravissima a nascondersi quando le situazioni si fanno difficili. Vorrebbe superare le sue ansie ma i tentativi falliscono sempre. E’ sempre sul punto di dire a Gary quello che prova ma poi, per diversi motivi rinuncia e rimanda.

Cos’altro potrei dirvi? A pensarci niente altro, se non che ieri era S. Valentino per cui, se è andato tutto bene godetevi qualche puntata per ridere in due (non sono molto lunghe); se è andato tutto male o se non c’era niente da far andare, godetevi lo stesso qualche puntata perché vi tirerà molto su. Ciao

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Se posso dirlo, a me la poltrona piace più del divano. La poltrona è personale. Se, casualmente, capita che ci si accomodi per un po’ di volte sempre sulla stessa poltrona, è come se se ne diventasse i proprietari.

La poltrona, fra i mobili, ha sempre avuto un ruolo da protagonista. Figlia del rigido e a volte anche scomodo seggiolone, nasce in Francia alla fine del 1500. Lentamente, inizia a modificarsi rispetto al seggiolone: le forme si ammorbidiscono lo schienale si abbassa un po’ e la seduta si allarga e però, per arrivare a una produzione bella ed elegante bisognerà attendere il regno di Luigi XV. In questo periodo compare la prima poltrona in legno dorato e lavorato con fini intagli; la sua produzione è limitata alle corti reali. Sempre in questo periodo nasce la Bergère (in inglese Wing Chair). Si tratta di una poltrona che presenta un cuscino mobile, una imbottitura completa, cioè che comprende anche i braccioli; si distinguerà in “bergère confessional” con braccioli arretrati e due “orecchioni” in alto, che servivano a protezione dalle correnti d’aria, e “bergère gondole”, tondeggiante e con schienale più basso.

Mentre in Inghilterra la poltrona ha ancora fattezze essenziali, è proprio la Francia che, nel 1700, con la sua produzione di mobili e oggetti dalle linee morbide e aggraziate, diventa trainante per l’Europa e non solo. Per esempio, tipicamente francese era la poltrona “Duchesse”, 8 gambe e forma allungata; solitamente costruita in un unico pezzo ma nei casi in cui fosse composta da una seduta e uno o due sgabelli, si chiamava “duchesse brisée”.

Nonostante la Francia avesse, come ho già scritto, il primato della produzione 700esca, anche in Italia, in Veneto in particolare, si diffuse la produzione di poltrone, con la particolarità di essere laccate di vari colori, specie azzurro e rosso e con inserimenti di oro. L’Inghilterra continua a non subire l’influenza francese e propone ancora uno stile rigoroso che, tra l’altro, influenzerà quello americano.

Agli inizi dell’800, i legni chiari vengono sostituiti da legni scuri, il mogano in particolare. Siamo in pieno stile Impero, lo stile che si rifà alla Roma Imperiale ma anche all’architettura egizia, che celebrerà Napoleone Bonaparte.

Passato il regno di Napoleone, dopo la Restaurazione, si sviluppò l’Eclettismo; uno stile che nella sostanza non conteneva novità, ma proponeva un recupero del gotico, del barocco e del classico. Anche se non mancarono produzioni di gran pregio, questa mescolanza di stili passati, a volte mortificò il gusto e la funzionalità dei mobili in generale, e quindi delle poltrone; questo avvenne anche grazie all’industrializzazione con la quale i costi si erano abbassati, ma purtroppo anche la qualità. In risposta a questo che nacque un movimento chiamato Arts and Craft, che si impegnava a rivalutare il lavoro artistico e artigianale, contro appunto l’industrializzazione. Gli artisti che aderirono a questo movimento, progettarono poltrone in pelle (sino ad allora erano state usate stoffe, pesanti o leggere) e con schienali reclinabili.

Si arriva così alla fine del 1800, nasce l’Art Nouveau e si conferma la scelta di produrre poltrone che uniscano funzionalità a bellezza ma non manca l’elemento nuovo: entrano nel disegno i metalli cromati, insieme al legno e ai tessuti (famosa sarà la poltrona “grandconfort” disegnata da Le Corbusier).

A questa novità, negli anni, si aggiungeranno l’uso dell’avorio e della paglia che caratterizzeranno le poltrone Art Déco.

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Quando scelgo un argomento, è possibile che non abbia ben chiaro il titolo; può capitare che mi venga in mente a metà del lavoro, oppure che faccia vari tentativi come con i vestiti, davanti a uno specchio. Questa volta, invece, il titolo è arrivato prima, ma per caso durante un caffè e dolcetti, dopo pranzo. Si discuteva su quante palline di mandorle, al cioccolato, mangiare. Ovviamente almeno 2, o 4.

Dunque, a me piacciono molto i numeri pari; il mio giorno di nascita è pari, il 4. Ad anni alterni la mia età è pari. Scherzi a parte, ho davvero questa preferenza che, tra l’altro, ho affinato occupandomi di antiquariato, perché in questo settore, tutto ciò che è stato concepito come coppia, vale di più.

Tornando a me, quando mangio la pasta faccio il bis; la pasta se lo merita e anche io. Se ci penso, anche a colazione: che sia a casa o al bar, dopo aver finito ricomincerei daccapo (e in effetti, qualche volta ho ceduto).

Quando compresi che sarei diventata una mamma, compresi anche che non avrei voluto un figlio unico. Se entro in una libreria, o se compro libri da una bancarella, parto sempre da minimo due. A dir la verità, dall’ultima bancarella ne ho comprato solo uno, ma solo perché tutti gli altri li avevo già. Modestamente.

Ho la stessa tendenza con la bigiotteria, con le piante, a volte con le scarpe, molto spesso con l’abbigliamento. Uno è triste, due è meglio. Tre è competitivo. Quattro è equilibrato. Si potrebbe continuare finché si vuole. Due case (ecco qui non ci sono ancora arrivata) è perfetto. Una per fare esperienza, l’altra per metterla a frutto; oppure una in città e l’altra fuori, una specie di hermitage per il fine settimana, distante dalla città ma non lontanissima.

C’è solo una condizione in cui in numero dispari, ha la meglio su di me. Quando voglio stare da sola, che per me è fondamentale, almeno una volta al giorno, anche solo per pochi minuti. Solo in questo caso vince l’uno. Io.

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Mi sarebbe piaciuto iniziare con “Quel ramo del lago di Como…” ma è stato già usato e poi, in realtà, parlerò di un pezzo della Liguria e il lago di Como, invece ricade sulle province di Como e Lecco.

Della Riviera di Ponente, conosco i paesi da Arma di Taggia a Ventimiglia. Ventimiglia in testa a tutte. Per diversi anni, quasi di seguito e sempre in estate, ho trascorso più o meno 2 settimane di vacanza-lavoro. Mi occupavo di antiquariato a tempo pieno e Ventimiglia era e resta, una graziosa base dove fare ritorno, dopo aver trascorso la giornata in giro, in cerca di cose antiche per il mio negozio.

Questa ricerca mi portava anche a superare il confine italiano, entrando nella famosa Costa Azzurra. Tornando a Ventimiglia, la prima cosa che mi viene in mente, di quel periodo, era il gran caldo che ho sempre sperimentato. Normalmente lo tollero senza difficoltà ma lì era impegnativo davvero. E sicuramente è ancora così.

Ventimiglia è tagliata in due dal fiume Roia o Roja; questo fiume nasce in terra francese dal valico alpino Colle di Tenda e solo il suo tratto finale scorre in Italia, appunto in Liguria. Sulla riva destra si trova Ventimiglia Alta, cioè il centro storico, medievale, molto bello dove potreste visitare la chiesa di San Michele, la Cattedrale dell’Assunta e il Battistero. A sinistra, l’altra metà, moderna, costruita nel 1800.

Come tutte le località a forte attrazione turistica, in estate la sua popolazione aumenta e, se si considera che nel tempo si è saldata con Camporosso, Vallecrosia e Bordighera, i numeri crescono di molto. Come al solito, quando viaggio c’è sempre qualcosa che nonostante i propositi, non riesco a visitare e, in questo caso, si tratta di Villa Hanbury. Questa tenuta si trova sul promontorio della Mortola, fuori Ventimiglia, a pochi km dal territorio francese e porta il nome dell’ultimo proprietario.

Sir Thomas Hanbury fu un uomo d’affari e filantropo inglese che, durante un viaggio in Europa, acquistò questa villa da una famiglia aristocratica e trasformò il terreno circostante in un giardino botanico con più di 5.000 piante, per la maggior parte tropicali; oltre a queste, si possono trovare anche molte specie aromatiche mediterranee. Oggi la villa appartiene all’Università degli Studi di Genova.

Queste notizie, così come le ho riportate sono frutto di una mia personale ricerca, perché come ho accennato sopra, non l’ho ancora visitata. Se per caso qualcuno ci fosse già stato, volendo, potrà lasciare un commento per raccontare come è stata la visita.

Buon viaggio!

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Come ho scritto ai primi di dicembre, una frattura al piede mi ha fermato. Sin dopo l’Epifania ho tenuto il gesso e siccome non era bastato, ho dovuto mettere un tutore. Con il tutore e le stampelle ho ripreso a camminare, diciamo.

Vi sarete già chiesti cosa c’entri il titolo con le prime due righe. Vi soddisfo subito. Camminando in certe condizioni, ho verificato le difficoltà di chi in modo temporaneo o in modo permanente è costretto ad adattarsi alla città, fra buche e marciapiedi rotti (e la mia frattura al piede è dovuta a un blocco di marciapiede staccato dal resto). Oltre a questo però, ho piacevolmente verificato la galanteria dei passanti, per lo più sconosciuti, che mi hanno ceduto il passo, aperto la porta di un negozio per facilitarmi, o il sorriso affettuoso di signore che potevano essere mia mamma o mia nonna (…e che avranno pensato che non mangio abbastanza, perché il cibo c’entra sempre!). Tutto questo mi è piaciuto soprattutto perché contraddice il luogo comune, secondo il quale i ritmi e gli stili di vita di oggi, mortificano la sensibilità della gente. Ecco, non è così.

Ma a proposito di galanteria, c’è un’altra faccia, dell’interazione fra persone che voglio trattare.

Giorni fa, un giovane uomo che conosco e che è sentimentalmente impegnato, ha fatto una gaffe coi fiocchi. Ha scritto ad una donna sua amica, in inglese (chissà perché in inglese), che ha gambe bellissime e che è magnifica. Nel malaccorto tentativo di giustificarsi con la sua compagna, ha detto che era stata solo galanteria. No. Si chiama flirtare.

Se fai un apprezzamento su una parte del corpo di una donna, non sei galante. Stai flirtando. Flirtare è un bel gioco se è fra due singles; se però uno dei due è impegnato (o entrambi), è avvilente, genera insicurezza in chi lo scopre e potrebbe essere l’anticamera di qualcos’altro. Galante è l’uomo che apre la portiera dell’auto, che cede il passo, che precede la donna entrando in un locale ignoto e la segue uscendo, che le versa da bere e ordina al posto suo. La lista è lunga, ma questi esempi sono sufficienti a dimostrare che la differenza è concreta. Cose di altri tempi? No, cose senza tempo.

Naturalmente, anche noi donne abbiamo un codice da seguire, e senza scuse. Ma di questo parlerò prossimamente.

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