Archivio mensile

Marzo 2020

Una volta nella vita, abbiamo tutti desiderato possedere un castello. Almeno credo. Io comunque, sì. Insomma, tutto quello spazio, le numerose stanze, i ballatoi, gli arredi e tutti gli accessori: quadri, tappeti, porcellane, enormi stufe in maiolica, i giardini con grandi fontane, le scuderie, le carrozze.

Bellissimo.

In ogni caso, non ho un castello e non prevedo per il futuro di averne uno, a meno che non perda una scarpetta a mezzanotte, scendendo velocemente da una scalinata e sposi il principe che me la riporta, ma anche questo è improbabile perché è più facile che scendendo cada, rotolando fino all’ultimo gradino. Sì.

Così mi godo i castelli nei film. L’ultimo, in ordine di tempo è quello di “Downton Abbey”. Un castello da togliere il fiato e tra l’altro, in qualche periodo dell’anno, è possibile soggiornarvi e quindi visitarlo. Se siete turisti in cerca di agi, pensateci. Gli arredi sono acquolina in bocca per antiquari e appassionati di antiquariato.

Il castello di Hogwarts, che ospita la “Scuola di Magia e Stregoneria” nella saga di Harry Potter, in realtà è il castello di Alnwick, costruito dopo il 1000 e nel tempo ristrutturato e rimaneggiato; fu sede di una scuola dal 1945 al 1975; tuttora è di proprietà di una famiglia aristocratica, che ha adibito alcuni ambienti a sede di mostre d’arte e ricostruzioni storiche.

La Reggia di Versailles, è stata spesso scelta per film e pubblicità; un film che mi viene in mente, fra tanti, è “Maria Antonietta”, di Sophie Coppola. Non so dirvi se anche i castelli della Valle della Loira siano stati set cinematografici, ma non mi meraviglierei, anche perché sono più di 300, se non sbaglio.

E adesso mi pare il turno dei castelli italiani. Giusto?

Castel Sant’Angelo in “Vacanze romane”, con Gregory Peck e Audrey Hepburn; La Rocca di Calascio, in Abruzzo, set del film “Ladyhawke e de “Il nome della rosa”. La Reggia di Caserta, set di “Star Wars-L’attacco dei cloni” e diversi altri. L’elenco è lungo, e ovviamente include anche i castelli pugliesi, ma non intendo farlo perché in realtà non serve. Sono tanti e tutti belli, anche quelli che non sono finiti in un film o saga.

E non dico che li vorrei tutti, ma quasi.

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Oggi la parrucca è associata a malattie che comportano la caduta dei capelli, temporanea o definitiva. Un tempo, per fortuna non era così. La parrucca era un accessorio di lusso.

Presso gli Egizi, che normalmente si rasavano completamente la testa, la parrucca serviva a dare autorevolezza. Per i Romani era un mezzo di camuffamento (pare, che Giulio Cesare, la usasse per mascherare la sua calvizie). Erano in uso in Occidente, molto meno in Oriente, anche se Giappone e Cina le usavano per completare i costumi di scena, durante le rappresentazioni teatrali.

Dopo la fine dell’Impero Romano, cadde anche l’uso della parrucca e bisognerà aspettare la seconda metà del 1600 per ritrovarla tra gli accessori di uomini e donne. La sua diffusione fu notevole, tanto che in Francia nacque una corporazione di parruccai, a tutela di questa professione. Le parrucche erano realizzate con crine di cavallo e di capra, più raramente con capelli veri, ma anche con crine di bue tibetano. Erano pesanti, a volte scomode ma belle, e spesso singolari.

Nel 1700, la Francia consolidò il suo primato nella produzione e nell’uso di parrucche e fu in questo periodo che si diffuse la moda di imbiancarle con la cipria. Si trattava di una cipria realizzata con farina di riso e successivamente profumata con diverse essenze. Fu un trattamento in uso per alcuni anni, poi abbandonato per via del costo delle ciprie in commercio.

Con la Rivoluzione Francese, la parrucca venne abbandonata: dal momento che era un accessorio di lusso e simbolo di potere, venne messa da parte in favore di un nuovo modo di vivere e adornarsi, più austero. Nei Paesi che appartenevano all’Impero Britannico (Commonwealth) invece, la parrucca rimase in uso, in quanto faceva parte della divisa in alcune professioni: per esempio nei tribunali.

Facciamo un salto lungo 2 secoli e arriviamo agli anni ’60-’70 del 1900. In questo periodo le parrucche sono molto diverse fra loro ma riflettono la moda di taglio e acconciatura del periodo, quindi sono veritiere. Anche colori e toni sono reali e chi le usa ne possiede in gran numero, per il gusto di cambiare spesso. Personalmente, credo di averla usata un paio di volte, e solo in occasione del Carnevale. Voi, lettrici, le usate?

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Stare a casa mi è sempre piaciuto. Da ragazza uscivo molto, però poi quando dovevo stare a casa mi accorgevo che mi piaceva parecchio. Nella mia casa di origine eravamo quattro fratelli e due genitori e per molti anni un acquario, per cui non si può dire che fosse una casa silenziosa ma, tant’è, quella era. Alla fine, la possibilità di stare tutti insieme, o di ritagliarsi un momento personale in uno spazio personale, c’era per tutti. Bastava cercare.

Il mio era in camera da letto, che dividevo con le mie sorelle, per la precisione accanto alla finestra. Una poltrona verde scuro (il verde non mi piace) degli anni ’40, con braccioli curvati e uno schienale comodo ed ergonomico, non c’è che dire. Il posto della lettura. In questi giorni di isolamento consigliato e necessario, dovuto alla pandemia per coronavirus, mi è tornato in mente quell’angolo e ho pensato a come sarebbe appropriato in questa situazione.

Però ho anche pensato che magari, questo tempo, potrebbe essere impiegato per tante altre cose, oltre la lettura. Per esempio lavorare ai ferri: c’è ancora qualcuno che lavora ai ferri? E’ una delle cose che di tanto in tanto mi dico che devo ricominciare a fare, e poi rimando. Dipingere o disegnare: questo è più comune ma io per esempio, non sono capace. Cucinare ricette nuove: la scusa per mangiare è sempre valida. Imparare poesie per esercitare la memoria: agli uomini suggerisco Pablo Neruda (funziona sempre se volete colpire la donna della vostra vita); alle donne, David Sylvian (fidatevi). Imparare una lingua straniera o ripassare quella studiata a scuola. Guardare dei film. Svuotare i mobili ed eliminare ciò che non serve più, anche se per me il distacco dagli oggetti non è esattamente una passeggiata.

Farsi fotografare: è più divertente che farsi gli autoscatti. Ballare: le mie figlie lo facevano con la nonna materna, prima di questa pandemia. Ricominceranno quando sarà finita.

Fare dei corsi su internet, ma solo corsi validi e seri. Fare qualche telefonata o videotelefonata. Chiedere scusa, se fosse necessario. Lasciare qualcuno. Riconquistare qualcuno. Bere molta acqua: normalmente, se dobbiamo passare molte ore fuori casa non lo facciamo; ora possiamo. Cos’altro?

Oziare e basta.

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Da piccola più che giocare leggevo, e mentre leggevo immaginavo e mentre immaginavo, un po’ mi scordavo di dove ero. Ed è proprio leggendo uno dei racconti de “Le mille e una notte” che scoprì che esisteva il tappeto volante. Cioè, magari esistesse davvero! Insomma, quando leggi fiabe e favole, funziona così: scopri cose fantastiche e bellissime, e poi però devi gestire la realtà di tutti i giorni, tipo che esiste la matematica.

Ma tra una noia e l’altra, niente mi impediva di organizzare un viaggio sul tappeto volante, anche perché all’epoca non ero ancora diventata freddolosa (che è forse l’unico impedimento a questo tipo di viaggio).

Quindi, con il mio tappeto, iniziai a viaggiare un po’ ovunque (nella vita reale molto meno). All’inizio fu un sorvolo del mare, qualsiasi mare, purché mare. Poi i posti che avrei voluto visitare davvero: ovviamente l’Italia tutta, la Francia, la Terra di Albione, al Portogallo non pensavo con particolare interesse, ma oggi sì; la Spagna ma senza sorvolare arene e corride. Tutta la Scandinavia, la Germania la associavo alla birra e quindi, no. La Grecia, la allora Cecoslovacchia, la Polonia mi intristiva molto, e assolutamente mai e poi mai la Russia. Da adulta, invece, la Russia mi attrae moltissimo (tempo fa ho scritto in proposito e proprio su questa categoria) e di recente sono stata anche sul punto di credere che un tour nella terra degli zar fosse quasi vicino, ma mi è toccato rimandare.

Questo viaggio fantasioso era iniziato una mattina, di un giorno estivo qualsiasi, a colazione, per cui per l’ora di pranzo mi era toccato tornare a casa. Subito dopo la frutta (sbucciata da mamma, giusto?), ho decollato di nuovo e questa volta per l’America. Argentina (ho parenti, alcuni dei quali mai visti), Messico e Perù. Poi Caraibi per una nuotatina, e poi gli USA. Washington, Boston, Filadelfia, L.A., New York, Milwaukee per conoscere il cast di “Happy days” (scherzo!, all’epoca la serie non era ancora arrivata in Italia). Poi Alaska e Canada.

Siccome mancava poco alla cena, ho fatto giusto un giretto e ho ripreso il viaggio per l’Asia. Il Borneo, Il Giappone, la Cina rurale, e qualche monumento qua e là, tipo Taj-Mahal, Grande Muraglia, e parchi favolosi con nomi difficili da ricordare.

Poi di nuovo a casa per cenare e andare a dormire. Giornata piena.

Il giorno dopo, di nuovo in partenza per l’Africa e l’Australia. Cioè, in Australia troppi ragni e serpenti, però pensai che ne valesse la pena e l’Africa…Be’, che dire dell’Africa? Intanto i colori, e poi siccome ero piccola, e tante cose ancora non le comprendevo, mi dissi che non c’era proprio niente che non fosse bello.

Alla fine del mio giro del mondo, il tappeto volante era un po’ stanco, io no. Avrei ricominciato daccapo, possibilmente scendendo a terra per mangiare cibo locale.

Senza dirlo a mamma e nonne.

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O tempora, o mores. Così avrebbe detto Cicerone, tra l’altro senza il punto esclamativo che, invece, fu aggiunto nel Medioevo, perché nel mondo latino non si usava.

Dunque, non scriverò di corruzione, come Cicerone contro Catilina; scriverò di come sia velocemente cambiato, almeno qui in Italia, il modo di salutare a causa della (ormai è classificata così) pandemia da coronavirus. In situazioni normali, noi italiani siamo estroversi, e ancora di più noi meridionali. Baci e abbracci non ci fanno difetto, anche quando sono obiettivamente superflui, o magari per qualcuno, fastidiosi. Le buone maniere, in materia di incontri e saluti, sono precise e non guardano la posizione geografica: valgono sempre e ovunque, e anche se possono modificarsi nel tempo, la sostanza della buona educazione rimane intatta.

Mi spiego meglio: il baciamano, che a me piace moltissimo, non è più in voga da tempo ma, se per caso appartenete all’esiguo numero di uomini che vorrebbero recuperarlo, sappiate che si fa solo in luoghi chiusi, non per strada, né al cinema o ristorante, a teatro sì, è l’unica eccezione. Solo alle signore, mai alle signorine.

Dopo questa divagazione, torniamo alla questione principale. Dicevo, potenza di un virus, e da un momento all’altro è mutato il modo di essere e fare con gli altri. Distanza di sicurezza in strada, niente contatti, di mani o guance. Sui social gira un video di gente che si saluta toccandosi i piedi. Però, andando a rispolverare qualche testo sul galateo, per rinfrescare la memoria, mi è sovvenuto che anche la stretta di mano ha delle regole, esattamente come il baciamano. E’ ammessa durante le presentazioni, o se ci si incontra dopo tanto tempo; mai in luogo pubblico a meno che, l’occasione non avvenga senza creare scomodità a tutti gli altri. Deve essere ferma, né energica né molliccia.

Baci e abbracci. Sui baci, devo dire che vedo una esagerazione immotivata. Fatta esclusione per i familiari, per il fidanzato o coniuge, non c’è ragione per baciarsi a ogni occasione con gli amici. Anche qui, l’eccezione riguarda gli incontri dopo tanto tempo. In ogni caso, il galateo per baci e abbracci, prevede che sia il più anziano a decidere. A pensarci, tutte queste regole, se osservate alla lettera, non sono poi tanto lontane dalle disposizioni attuative del governo, dalla comparsa del coronavirus.

Solo che adesso c’è un motivo urgente e serio per metterle in pratica. Adesso non si tratta più di bon ton, di saper vivere e galateo; adesso si tratta di stare “uniti ma distanti” per sconfiggere questo virus, proteggerci e proteggere tutti, indistintamente. Si tratta di essere ligi per rispetto verso medici, infermieri, e tutti gli altri lavoratori che non si stanno fermando mai, per esempio camionisti e corrieri che garantiscono i beni necessari a farmacie, ospedali e supermercati, e quindi a tutti noi. E allora coraggio e pazienza, perché ne serve a iosa.

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Immaginate la scena: io al mare, lettino con tettuccio, ombrellone e libro del momento: I fiori blu di Raymond Queneau. Di questo romanzo non sapevo nulla, nemmeno dell’Autore. Ce l’ho, semplicemente perché fa parte di una collana di 102 libri, che ho comperato anni fa, in edicola, in allegato ad un quotidiano. Il quotidiano mi serviva per cose diverse dalla lettura, tanto per dire.

Dunque, passando in rassegna i libri non ancora letti, scelsi questo e lo infilai nella borsa da mare. Dovete sapere che, al mare mi risulta difficile leggere; quell’anno invece, era il 2011, nel solo mese di agosto lessi 4 libri e tutti in spiaggia, mah…

In più, scoprì che i libri, oltre alla lettura, oltre ad arredare (sì, pare che ci sia gente che li compra per arredare), possono tenere a bada scocciatori/trici di ogni genere: dal bagnante palestrato che vuole attaccare bottone, alla logorroica vicina di ombrellone che ha scelto proprio te per raccontarti la sua vita, dalla fine dell’estate passata, fino a quel momento. So che sapete di cosa parlo. Fate così: mentre ascoltate, infilate la mano nella vostra borsa lentamente, fingete di cercare qualcosa ma non distogliete lo sguardo da chi vi straparla, non sarebbe cortese. Annuite sorridendo, la mano sempre nella borsa. Quando capite che sta arrivando un invito dal piacione o un nuovo fatto dalla vicina, tirate fuori il libro e poggiatelo sul lettino, accanto a voi, sempre con nonchalance. Sappiate che funziona. Vi lasceranno stare nel giro di poco.

Tornando alla funzione principale del libro, in un giorno qualunque di agosto 2011, appunto, iniziai a leggere I fiori blu. Tradotto in italiano da Calvino, il titolo, è una espressione di Baudelaire, indica le persone romantiche e la purezza perduta e anche se la trama è molto particolare, direi surreale, i personaggi hanno caratteristiche romantiche evidenti.

E poi fa tanto ridere.

La storia è ambientata in Francia. I protagonisti, il Duca d’Auge e Cidrolin, si sognano a vicenda. Il primo viaggia nei secoli con i suoi due cavalli parlanti; il secondo è fermo sempre nello stesso anno e vive sempre nello stesso posto e benché sia pigro, ha il suo bel daffare quotidiano. Non voglio dire di più, ma vi consiglio di leggerlo perché il divertimento è assicurato, e la sorpresa di fronte a uno stile linguistico totalmente nuovo, pure, e quando lo avrete finito vi dispiacerà. Ma con i libri succede spesso.

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Questi nomi non sono scritti né in ordine alfabetico, né in ordine di importanza o notorietà. Semplicemente, nell’ordine in cui li ho conosciuti.

Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare a che età scoprì Totò. So solo che, come milioni di persone, da quel momento non ho mai smesso di ridere alle battute, anche sentite più di una volta, come so che riderò alle prossime, perché non ho ancora visto tutti i suoi film.

Ma poi, Totò era capace di far ridere anche senza dire una sola parola. Intanto, grazie al volto. Mi ricordo che da piccola (ma anche adesso) bastava quello a mettermi allegria, perché era fatto apposta per mettere allegria. Poi l’andatura, lievemente ritmata, come un felino durante un agguato e la voce forte e chiara, accompagnata da un leggero accento napoletano.

Normalmente Totò piace molto, eppure ho conosciuto un paio di persone a cui non piaceva per niente e non capivano come mai fosse tanto apprezzato. Io e altri milioni di ammiratori, abbiamo un’idea diversa.

Charlie Chaplin. E’ stato attore comico, compositore, regista, produttore cinematografico e sceneggiatore. Ha inventato il personaggio chiamato “The Tramp” (il vagabondo) che poi è diventato per tutti Charlot. Charlot, è un ometto poverissimo, con modi raffinati e una certa caparbietà, che lo aiuta a superare tutti gli ostacoli di una vita complicata. E’ stato il personaggio muto famosissimo, anche se quelli di Buster Keaton lo furono per eccellenza. Di Keaton e dei suoi personaggi, non dirò nulla perché li conosco molto poco.

Gilberto Govi. Più grande di età di Totò, me lo ha fatto conoscere mio padre. E’ stato un attore di teatro, di cinema e televisione. E’ stato anche un disegnatore: era molto abile nel disegnare caricature di se stesso e questo gli consentiva di creare sempre nuove espressioni da dare ai personaggi. Anche lui, strappava risate senza aprire bocca. Normalmente recitava in dialetto genovese e anche se i testi delle commedie erano scritti in italiano, lui li traduceva sempre. Il suo non era un teatro intellettuale, anzi sceglieva volutamente commedie che parlassero della vita di tutti i giorni e della gente comune. Chi non lo conosce, può trovare su internet le sue commedie e anche se qualche battuta in dialetto può risultare incomprensibile, vi assicuro che vi divertirete. Per iniziare, suggerisco “Pignasecca e Pignaverde”, commedia teatrale registrata nel 1957.

Rowan Atkinson. Ecco il terzo. Come credo moltissimi, l’ho scoperto con Mr Bean. A oggi non mi viene in mente un altro attore, vivente, che sappia recitare quasi solo con la faccia. In effetti in tutte le numerose puntate della serie, il personaggio pronuncia pochissime parole. Mr Bean è un irritante, maldestro ma anche ingegnoso uomo con una Mini verde, una eterna fidanzata e l’immancabile orsetto di peluche di nome Teddy, che possiede sin da piccolo. E’ dispettoso, non si fa scrupoli a creare situazioni fastidiose per chiunque e questo, solo per puro divertimento. Oltre alla serie televisiva, su Mr Bean sono stati girati due film e dal 2002 al 2019 un cartone animato di grande successo. Anche nel cartone parla pochissimo.

Di Atkinson però, mi piace anche Johnny English, un agente dei servizi segreti britannici, decisamente incapace e goffo che ovviamente, in modo totalmente fortuito, riesce sempre a portare a termine le sue missioni. Questo personaggio, invece parla, spesso balbetta e altrettanto spesso dice troppo, accorgendosi solo subito dopo di essersi messo in situazioni imbarazzanti o addirittura pericolose. Al momento, su Johnny English sono usciti tre film.

Avrete notato, che su Totò come su Chaplin, non ho indicato alcun titolo: è impossibile scegliere. Fate da soli, iniziate da uno qualsiasi e non smetterete più. Giuro.

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Bastone deriva dal latino basto. E’ un oggetto antichissimo, realizzato in legno e usato come appoggio, come arma bianca, per guidare le greggi e anche per la ginnastica.

Nonostante fosse usato nella vita pratica, a un certo momento divenne anche simbolo di comando, di potenza, di rispettabilità, ma non solo del potere temporale. Anche la Chiesa lo adottò, si chiamava pastorale (detto anche vincastro), usato per rimarcare il potere dei prelati e del pontefice. Intorno al 1500 comparve il primo bastone animato. Si trattava di un bastone di legno o bambù che, al suo interno, poteva contenere una boccetta di vetro con un liquore o con un profumo. A volte, celava addirittura un veleno o una lama, (azionata da un meccanismo a incastro o molla) che trasformavano il bastone nel fodero di un’arma.

La Francia, fu la nazione in cui il bastone ebbe maggiore fortuna, come oggetto da passeggio. A partire dal 1600, fu prodotto con legni pregiati e con diversi modelli di impugnatura: a pomolo, a pennacchio, a uovo, a gruccia, a tau, a becco di corvo.

Durante il ‘700, il bastone divenne anche un accessorio femminile, così la produzione si arricchì anche di modelli molto più raffinati. Questo almeno fino alla Rivoluzione Francese, quando si diffuse il modello “alla giacobina”, un tipo di bastone volutamente grossolano e di poco pregio, proprio a marcare una distanza con il vecchio sistema politico.

Fu con lo stile Impero (primi dell’800), che il bastone elegante tornò di moda e l’attenzione verso questo accessorio, rimase inalterata fino ai primi anni del ‘900.

Oggi, è prevalentemente materia per collezionisti o piccoli amatori.

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