Archivio mensile

Aprile 2020

Umbria

di Le righe di Ornella

Avevo 12 anni quando sono andata in Umbria con la mia famiglia. All’epoca e per diversi anni dopo, le nostre vacanze erano con una roulotte e io ho ricordi molto belli di quegli anni, dei posti che ho visitato e delle amicizie che sono nate allora, e che in molti casi ancora ci sono.

Di quella vacanza del ’77 ricordo le colline verdi verdi, e infatti l’Umbria è soprannominata “il cuore verde dell’Italia”. Associare Umbria-Assisi-San Francesco-Santa Chiara è facilissimo, tuttavia la prima località che visitammo fu Spello.

Spello sorge sul Monte Subasio, famoso per la pietra rosa che, ho letto di recente, i geologi chiamano scaglia rosa e che caratterizza le costruzioni antiche del posto, come anche quelle di Assisi. È una città che conserva tracce romane e medievali; se deciderete di visitarla, non tralasciate l’Anfiteatro, il Teatro, la Porta Urbica (a cui sono collegate alcune leggende, ma non chiedetemi quali), la Porta Consolare e la Porta Venere, che è la principale. La Cappella Tega, la Pinacoteca, la Chiesa di Sant’Andrea e poco fuori le Fonti del Clitunno. Insomma c’è da fare, anche perché ho citato solo pochi gioiellini.

Assisi. Cosa si può dire che non si sappia già? Le Basiliche sono 3: la Basilica di San Francesco, la Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, la Basilica di Santa Chiara. Nella Piazza del Comune si affacciano il Tempio di Minerva, il Palazzo dei Priori, la Torre del Popolo e la Fontana dei tre leoni.

Perugia. Quando arrivammo a Perugia, scoprimmo che non era possibile raggiungere il campeggio con auto e roulotte: la strada era ripida e con molte curve, così il direttore scese in città a prenderci con la sua jeep. Di Perugia non ricordo molto, ma ogni paese o città ha la sua piazza e Perugia ha Piazza IV Novembre dove troneggia la Fontana Maggiore. Costruita nella seconda metà del 1200, riceveva l’acqua dall’Acquedotto del Monte Pacciano. È il simbolo di Perugia, realizzata in marmo e bronzo e presenta delle formelle che raffigurano i mesi dell’anno e i segni zodiacali. L’Acquedotto non funziona più dal 1800 ma è possibile percorrerlo a piedi, poi la Cattedrale di San Lorenzo, con delle parti incomplete, la Rocca Paolina voluta da Papa Paolo III, o meglio ciò che rimane dopo la parziale distruzione del 1860.

Gubbio e Terni, non ricordo per quale motivo, le saltammo e poi è sempre mancata l’occasione di andarci.

Ecco, questa fu una delle prime vacanze della mia vita e anche una delle prime occasioni di gustare dell’ottimo cibo che non fosse pugliese. Ma questa è un’altra storia. E poi scoprì luoghi e paesaggi lontani dal mare e anche questo fu completamente nuovo per me.

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Quante volte ci siamo morsi le labbra un attimo dopo aver detto una parolaccia, a qualcuno oppure al vento (così solo per sfogare la rabbia)?

Se riusciamo a contarle, vuol dire che non sono molte e questo è buono. Quando si parla di essere e avere, di buone maniere non solo di facciata ma soprattutto di struttura personale, non si può prescindere dal linguaggio. Quello dei bambini è sempre divertente, il loro tentativo di ripetere le parole usate dai grandi è importante e va incoraggiato. Da parte degli adulti, è augurabile una certa attenzione ai contenuti, ma anche alla forma.

Normalmente, un bambino non dice parolacce ma, crescendo e interagendo, inizierà a far caso a tutta una tipologia di espressioni che non si addicono a chi abbia una buona educazione.

Superata la soglia dell’adolescenza, scoprirà che si trova nel punto più alto della parabola, che riguarda la modalità espressiva sciagurata, in cui parolacce e volgarità in genere, razzolano come pennuti in Piazza San Marco.

Forse, avere dimestichezza con il turpiloquio (non ricordo cosa accadesse nelle due o tre comitive che ho frequentato) gli servirà per essere accettato in un gruppo; durerà qualche anno, poi troverà il modo e la voglia di liberarsi dei condizionamenti del capobranco, e magari uscire dal branco.

Fino ad allora, eviterà le parolacce in casa con genitori e fratelli, con i nonni, e soprattutto se ci sono ospiti dei genitori. All’università o al lavoro, avrà sicuramente perduto la smania di farsi conoscere per le modalità al ribasso, e inizierà la fase delle qualità al rialzo. E in queste le parolacce non sono previste, mai!

Poi cresceranno anche le occasioni di parlare in pubblico: mantenere un linguaggio elegante e sobrio in ogni contesto, accrescerà la fiducia e l’interesse di chi ascolta. Personalmente, posso comprendere la parolaccia che sfugge al controllo in un momento di rabbia, ma la parolaccia sistematica che entra stabilmente nel linguaggio ordinario, no. Mi toglie il piacere della conversazione e della considerazione. E a voi?

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Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare con precisione a che età lo lessi. Forse fra gli 11 e i 12 anni e quindi presumo a Bari, perché all’epoca, con la mia famiglia, vivevamo lì.

Credo sia il romanzo ungherese, della letteratura per ragazzi, più famoso e so che dalla sua pubblicazione (1907), ha attratto anche molti adulti. L’Autore, Ferenc Molnár, ungherese con origini tedesco-ebree, passò la seconda parte della sua vita negli Usa, dovendo sfuggire alle persecuzioni sulle minoranze religiose. Pur trattando di temi seri come sopraffazione e prepotenza dei più forti non tralasciò di adottare uno stile umoristico, e del resto era necessario, volendosi rivolgere ai più giovani.

Dunque, il romanzo è ambientato a Budapest nella seconda metà dell’800 e i personaggi si muovono fra la via Paal e il giardino botanico. E’ la storia della rivalità tra due bande di ragazzini, che appunto hanno la loro rispettiva base in queste due zone.

Quindi, c’è un gruppo chiamato I ragazzi della via Paal con a capo Boka, giovane saggio e autorevole. Il gruppo è organizzato secondo la classica gerarchia militare e se Boka è il comandante, Nemecsek è il più piccolo ed è l’unico soldato semplice, pieno di ammirazione per tutti e soprattutto per il comandante. In questa zona della città c’è un terreno con una segheria che è il luogo di incontro di questi ragazzi. L’altra banda, le Camicie Rosse, ha il suo quartier generale al giardino botanico; il capo si chiama Feri Ats, avversario di Boka. Un giorno, le Camicie Rosse rubano la bandiera degli avversari, e siccome il furto avviene con estrema facilità, Boka e i suoi sospettano la presenza di un traditore.

Bene, fermo qui la narrazione dei fatti poiché questo romanzo merita di essere letto e poiché mi auguro che le mie figlie si decideranno a farlo, presto o tardi.

La saletta in cui consumiamo i pasti ospita molti libri, alcuni letti altri non ancora e c’è anche questo. Si tratta solo di allungare il braccio e sfilarlo dalla libreria. E’ facile.

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Il titolo vorrebbe racchiudere le mie due passioni da piccola: i film di fantascienza e i film western. Ci sono anche le commedie americane fino a fine anni ’60, ma non saranno l’argomento di oggi.

Dunque, la prima serie di fantascienza a cui mi appassionai, si chiamava “UFO”. Serie inglese ideata dai coniugi Anderson, trasmessa dalla ITV e andata in onda dal 1970 al 1971. In Italia, fu trasmessa fino al 1974, quindi io avevo dai 5 ai 9 anni. Il protagonista, comandante Ed Straker, era impersonato dall’attore americano Ed Bishop. Ovviamente, Straker rappresentava l’eroe a cui era affidata la salvezza della Terra dopo una invasione aliena; come tutti gli eroi si portava dietro un vissuto personale molto doloroso, un lutto familiare e un divorzio. Devo dire che a me piaceva molto questo personaggio, con i suoi capelli tagliati stile Beatles ma bianchi, sguardo di ghiaccio e determinazione. Dopo un paio di anni dalla fine della programmazione, capitò un’altra serie: “Spazio 1999”. Anche questa dei coniugi Anderson, anche questa inglese e pensate che, per la prima stagione, la RAI partecipò alla produzione insieme alla ITC.

Anche qui il protagonista è un comandante: John Konig affiancato dalla sua compagna dr Helena Russell. Gli attori erano Martin Landau e Barbara Bain, sposati nella vita. La serie racconta di una base spaziale sulla Luna che ha in progetto di raggiungere un pianeta scoperto poco prima ma una esplosione violenta porta la Luna fuori dall’orbita terrestre. Inizia così un viaggio senza meta, in cui l’intero equipaggio sperimenta continuamente contatti con mondi diversi e sorprendenti.

Una cosa che mi colpiva sempre di questi film di fantascienza, era che i personaggi non si sedessero mai a mangiare e mai, dico mai, che parlassero di magazzini di cibo da rifornire. Ma io non penso che si possa andare in giro per l’universo oppure combattere gli alieni, a stomaco vuoto. Sarà…

“Star Trek” non l’ho visto e da quando mia figlia e il suo fidanzato hanno il pigiama che riproduce le divise di Kirk e Spock, dubito che avrò mai questa curiosità. Di “Star Wars” ho visto credo un paio di film ma la sua parodia “Balle spaziali” mi ha divertito di più.

Poi la profonda cotta è passata, e oggi proprio non riesco più a guardare il genere. Con una eccezione: “Interstellar”. L’ho guardato a gennaio; all’inizio senza troppo entusiasmo, ma avendo un piede ingessato (vedere “Frattura e scrittura”, pubblicato il 7 dicembre scorso, su questo blog) e passando molto tempo sul divano, mi sono lasciata convincere. Complicatissimo ma molto avvincente e con una colonna sonora veramente bella. E’ un film che ha in sé implicazioni filosofiche, teologiche e immancabilmente amore per il genere umano, la terra e soprattutto, per la famiglia. Matthew McConaughey e Anne Hathaway si confermano attori capaci di saltare fra ruoli molto diversi ma l’intero cast è vincente e convincente. Tutti gli altri film di questo genere, dopo un po’ mi annoiano. Fine.

Sui film western cosa potrei dire, se non che io credevo davvero che i bianchi fossero buoni e gli indiani cattivi, ma avevo l’attenuante dell’età e molte cose le ignoravo. L’unica voce contro era mio padre, che lanciando un’occhiata al televisore, borbottava sui falsi storici elargiti come mangime ai piccioni (il paragone è mio). Ma io ero piccola e lo guardavo perplessa mentre borbottava. E poi, chi non si sarebbe incollato a guardare John Wayne in “Ombre rosse”? O Humphrey Bogart ne “Il tesoro della Sierra Madre”? Paul Newman e Robert Redford in “Butch Cassidy”? Va bene, Butch e Sundance non erano esattamente due santi-eroi, ma non li perdoniamo comunque, vero? Nel presente, non saprei dire se la produzione western sia attiva, non me ne occupo più da molto ma qualche vecchia pellicola la guarderei ancora con piacere.

Ecco questo è, detto in soldoni, il mio percorso di estimatrice di generi cinematografici. Parlatemi del vostro, se vi va. Ciao

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Prima di computers e cellulari “intelligenti” c’era la macchina da scrivere. In mezzo la macchina da scrivere elettronica. Quest’ultima non so se si usi ancora, ma so come funzionava poiché ho avuto modo di usarla.

La macchina da scrivere meccanica è una invenzione relativamente recente, ma attribuire la paternità di questa invenzione a una specifica persona, non è ancora possibile. Si può però dire con certezza che il “tacheografo”, cioè l’anticipatore della macchina da scrivere, fu dell’italiano Pietro Conti. A proposito, tacheografo deriva dal greco e significa “che scrive in fretta”. E lo stesso vale per il “cembalo scrivano” che appartiene a Giuseppe Ravizza. La terza figura a cui si fa riferimento fu Agostino Fantoni con la sua “preziosa stamperia”. Tutto questo nella prima metà del 1800.

Però per parlare di macchine da scrivere, dopo questi prototipi, bisognerà aspettare la fine del 1800 e andare oltreoceano. Furono infatti gli Stati Uniti ad avviare la produzione che cambiò le abitudini di scrivani e scrittori. Philo Remington, proprietario di una fabbrica di armi, decise di aggiungere anche la produzione di macchine da scrivere, avendone intuito le potenzialità commerciali. Nacque così la “Remington No. 1” (era il 1874), la prima a ottenere successo di vendite. Qualche anno dopo uscì la versione aggiornata che, diversamente dalla prima, permetteva di vedere i caratteri scritti e quindi eventuali errori, durante la scrittura, e non più solo a fine lavoro.

Eviterò di addentrarmi sulla parte prettamente meccanica, non essendo esperta, ma posso dirvi che la tastiera, con i caratteri che insieme formano la parola “Qwerty”, è rimasta invariata da allora, e la ritroviamo anche sulle tastiere dei moderni computer. questa parola non era una scelta casuale, ma serviva ad evitare che i tasti con le lettere più comuni si incastrassero, danneggiando il meccanismo.

Io possiedo una Mignon AEG. E’ una macchina inventata da Frederich Von Hefner-Alteneck e prodotta dal 1905 al 1933, in Germania e la sua particolarità è la tabella di indice al posto della tastiera. Proprio così. Avendo un costo più basso era destinata alla fascia povera della popolazione. Anni fa, lessi da qualche parte che era stata introdotta nei luoghi di lavoro, per il reinserimento dei mutilati della Prima Guerra Mondiale, proprio perché non richiedeva di scrivere con la tastiera classica. A me piace molto e confesso che la comprai per il mio negozio di antiquariato, ma rinunciai quasi subito a venderla, e da molti anni è a casa e fa parte della famiglia.

E a voi, piacciono le macchine da scrivere antiche?

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E’ un po’ come la pubblicità in mezzo a un film. Non fai in tempo a dire “ricomincia il film!” che compare un adesivo per dentiere, oppure l’auto che sfreccia di notte fra le strade deserte di New York, che tu pensi che se compri quell’auto il traffico sparirà. No, non sparisce.

Così il cambio di stagione. Non fai in tempo a finirlo, che devi ricominciare. Ma se ci fate caso riguarda solo quello prima dell’estate. Cioè, a me succede che arriva fine ottobre, anche novembre e penso che sembra ieri che avevo tirato fuori i costumi da bagno, i sandali, i vestiti colorati e la protezione solare alta. E invece ho tra le mani golfini di mezzo peso per l’autunno, maglioni pesanti, cappotti e giubbotti.

Ma già così sarebbe facile. Il fatto è, che nonostante il buon proposito di eliminare i capi che non indosso più, al momento di farlo veramente, rimando pur sapendo che non usciranno dalla cabina armadio. E la permanenza dura fino a quando non sono loro a voler andare nell’armadio di qualcun’altra.

Con scarpe e borse non cambia molto. Tempo fa ho contato 63 paia invernali ed estive, divise più o meno equamente fra me e le mie figlie. Con molta riluttanza, dopo approfondita analisi e dopo aver ripassato le conseguenze della separazione, abbiamo ridotto a 57. Solo che nel giro di un mese il 57 era diventato 64. E le borse? Nelle borse c’è un mondo personale che non va perduto. Ecco, questo è un accessorio del quale mi separo solo se devo buttarlo per logoramento. Non regalo borse mie, almeno non quelle a cui sono legata. Questo è quello che accade a casa mia, normalmente. Insomma, credo in tutte le case.

Ma il cambio di stagione primavera-estate 2020 sarà speciale visto il momento che stiamo attraversando. Mai come nel caso del coronavirus, la prevenzione è una cosa assolutamente seria e prioritaria, e si pratica soprattutto restando a casa; ciò nondimeno, il cambio di stagione è necessario, e allora la domanda è: in quale stanza della casa indosseremo i nostri prossimi outfits, da mattina o da sera?

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Sono stata a Napoli tre volte. Le prime due, per una manciata di ore. La terza, per un fine settimana. E’ bellissima. Voi direte “che scoperta!”, e avete ragione. Ma ogni tanto, di quelle bellissime città italiane, di cui si parla soprattutto per aspetti negativi (vedi Palermo), bisognerebbe avere la generosità di ricordare quanto sono belle.

Non mi soffermerò sui suoi primati a livello europeo, durante il Regno delle Due Sicilie; però sappiate che sui testi scolastici di Storia troverete poco o niente sul vero Sud prima e dopo l’Unificazione. Parlerò invece del fine settimana di due anni fa.

Dunque, sono partita da Monopoli e sono arrivata poco dopo mezzogiorno di un bellissimo venerdì di maggio, nell’area bus della Stazione Metropark; un’area molto assolata, con bar e studi tecnici, panchine, pensiline e gente di ogni nazionalità. Ad attendermi il mio romano, non proprio come un film di Claude Lelouch, ma insomma quasi. Ecco, tra Roma e Monopoli, c’è di mezzo Napoli.

La prima cosa che ho visto è stata la metropolitana, treni nuovi e molto ben messa. Arriviamo al B&B, nel centro storico e l’accoglienza ci piace: formale ma gentile. Abbiamo fame e usciamo a cercare un posto per uno spuntino. La ricerca dura poco perché a pochi metri non solo c’è una rosticceria ma anche la famosa pasticceria che ha brevettato il “fiocco di neve”. Tutto questo in mezzo al mercato ortofrutticolo colorato e rumoroso. Pomeriggio in giro, senza una meta precisa, percorrendo interamente via Toledo; Spaccanapoli (o decumano inferiore) e tutta la zona che riunisce le botteghe artigiane di presepi, in via San Gregorio Armeno, le abbiamo viste da una certa distanza poiché c’era tanta folla di turisti, per riuscire a entrarci. Cena in una trattoria di pesce e Napoli notturna.

Sabato mattina , colazione coi fiocchi e dritti al Maschio Angioino (o Castel Nuovo). Sapevate che Napoli è anche la città dei 7 castelli? Dunque, il Maschio Angioino troneggia su Piazza Municipio, ha una pianta a trapezio e 5 torri. Il resto non ve lo racconto perché ci sono delle guide molto brave che sapranno fare meglio di me. Vi dico solo che c’erano 3 percorsi tra i quali scegliere e noi abbiamo scelto quello medio, di 2 ore. Passeggiata con aperitivo in Via Chiaia, sole caldo e tanti turisti.

Pomeriggio di sabato ancora a passeggio e, prima di cena, visita al “Museo della follia: da Goya a Maradona”. In realtà, si tratta di una mostra itinerante, curata da un famoso esperto d’arte (non so se posso citarlo): 200 opere, tra filmati, foto, sculture, dipinti sul tema della follia.

Pizzeria.

Eravamo stati avvisati di evitare la pizzeria a Napoli di sabato, ma noi più temerari che coraggiosi, abbiamo ignorato il consiglio. Male, molto male. Per carità, la pizza buona buona, ma è vero che di sabato è meglio scordarsela. Poi fate voi. Dopo la pizza, di nuovo Napoli notturna.

La domenica, a parte il fatto che era l’ultimo giorno di vacanza, anzi l’ultima mezza giornata, è stata ugualmente interessante e anzi, anche emozionante. Dopo un’altra abbondante colazione, e scartata la possibilità di visitare il Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli sotterranea, Castel dell’Ovo, Museo Archeologico e tutto il resto, siamo capitati davanti all’ingresso del Complesso Monumentale Vincenziano, dove è conservata un’ampolla, che è parte delle reliquie di San Gennaro. Non so dirvi come mai fosse esposta ai fedeli, fatto sta che volendo si poteva baciare. Vincendo la normale reticenza, e considerando che veniva pulita, l’abbiamo baciata pure noi. Suggestivo.

Intanto il tempo passava e si avvicinava l’ora del rientro a casa. Così, ripreso il piccolo bagaglio (piccolo no, diciamo adeguato per un fine settimana) siamo ritornati al terminal dei pullman e quindi a casa.

L’idea era di riprendere Napoli quanto prima, magari per più giorni, ma al momento non è ancora accaduto. E se ci si pensa, succede spesso con i viaggi: c’è sempre qualcosa per cui valga la pena tornare in un posto e magari farlo davvero, sarebbe meglio.

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Ogni volta, vorrei dire no. Poi dico sì, ma in testa inizia una sfilata di pensieri catastrofici che riguardano l’oggetto che sto prestando. Non lo riavrò perché la persona a cui l’ho prestato lo ha perso, lo ha rotto, lo ha prestato a sua volta, glielo hanno rubato. Non è avidità di possesso, solo gelosia. Che ansia!

Da ragazza, ho prestato libri che non sono più tornati a casa oppure sono tornati con la copertina ferita in chissà quali battaglie. Potevate tiravi dietro dei vasi, e invece no, vi tiravate i miei libri. Poi ho smesso di prestarli, nel senso che non mi mettevo neppure nella condizione di ricevere la richiesta.

Negli anni ho ricominciato, ma solo a persone di assoluta fiducia. Se vi presto un libro, o se mi offro di prestarvelo (questo è raro raro), significa che mi fido molto di voi come persone, e mi fido che capirete che è mio e lo rivoglio. A parte i libri, ho prestato 33 giri, accessori moda, vestiti mai (anche perché sono alta un metro e niente), qualche volta l’auto, e nel condominio quei normali scambi di ingredienti per fare le ricette, che mancano quando non devono. Questa cosa di farina, lievito, cipolle, sedano in soccorso della vicina ma anche in mio soccorso, mi piace moltissimo. Perché come dico sempre e fino alla noia, il cibo comunica. E il messaggio è: “non vorrei mai che una tua ricetta fosse incompleta!”.

A prescindere dalle mie vicende, le norme del galateo anche in questo caso, sono precise:

CHI PRESTA deve contemplare la possibilità che l’oggetto in questione possa rientrare danneggiato o dopo un tempo eccessivamente prolungato; se non vuole correre rischi, ha facoltà di dire no, ma con educazione e gentilezza.

CHI RICEVE deve avere massima attenzione per il bene ricevuto, accordarsi con il proprietario su tempi e modi per la restituzione e, sopra ogni cosa, non prestare ad altri ciò che ha ricevuto; se malauguratamente l’oggetto si dovesse danneggiare, il proprietario dovrà essere rimborsato.

Un pensiero a parte va sul prestito di denaro. Diciamo che difficilmente rientra danneggiato ma può danneggiare i rapporti fra le persone. Se poi per soldi prestati si sfasciano famiglie intere, allora capiamo bene quanto sia delicato l’argomento. Da una parte c’è il rischio, a offrir denaro spontaneamente a chi è in impasse, di urtarne la sensibilità. D’altra parte, avere la disponibilità materiale di aiutare qualcuno e voltargli le spalle, richiede una disposizione di animo molto risoluta, ma non è compito di questo blog giudicare.

Poi c’è anche la possibilità che un prestito di denaro diventi una donazione. Questo è un atto che salva amicizie e parentele, ma ovviamente non può essere un automatismo. E voi? Che esperienze avete in merito al prestito di oggetti?

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E’ un romanzo di Einrich Böll, scritto nel 1963. Non ha niente a che vedere con l’idea di clown orrorifico che ormai abbiamo in testa, grazie a Stephen King.

E’ però un romanzo malinconico, a tratti triste, e nella parte iniziale anche lento. Si svolge tutto a Bonn, nell’arco di 3 ore (più o meno), durante le quali Hans (narratore e protagonista) farà diverse telefonate, ad amici e conoscenti, ed esprimerà le sue opinioni sulla società tedesca del dopoguerra.

Hans è un giovane clown che, alla fine di una brutta giornata, fa un ripasso della sua vita, per niente entusiasmante. Tempo prima, ha lasciato la sua famiglia di origine, molto ricca, a causa di incomprensioni, specie con la madre, donna avara di denaro e di buoni sentimenti. Il padre, invece, preme perché torni a studiare recitazione, e cerca di convincerlo offrendogli un aiuto economico mensile. Ai suoi genitori, e in fondo alla società tedesca impegnata nella ricostruzione degli anni ’60, rimprovera l’ipocrisia tipica di chi con estrema facilità, sale sul carro del vincitore.

Così, quella parte di società che aveva strizzato l’occhio al Nazismo, o comunque lo aveva tollerato, semplicemente lo rinnega, come se niente fosse. Ma, nonostante la sua precaria situazione economica ed esistenziale (il dolore per una sorella morta e la mancanza del fratello), la sua disperazione più grande è la separazione da Maria, donna amatissima che dopo 5 anni di relazione, lo lascia.

Non solo: sposerà un altro. Lo lascia, perché in quanto donna con una profonda fede cattolica, non è più capace di portare avanti una relazione con un uomo che lei ama, ma con il quale non può condividere questa fede. La scelta di avere una vita di coppia stabile, borghese e socialmente accettabile, la porterà a sposare un uomo non amato, ma cattolico come lei.

Come sempre, evito di entrare troppo in libri e film. Il gusto dell’esperienza personale deve essere tutelato. Aggiungo solo, per concludere, che Böll nella sua rappresentazione della Germania post bellica, attribuisce a tutti i personaggi caratteri più o meno negativi. Anche Hans, che sembra vittima di una borghesia molto concentrata sull’approvazione sociale, non è indenne da errori. Nei confronti di Maria, per esempio. Preferisce perderla piuttosto che cedere ad una sua richiesta. E scoprirete di cosa si tratta leggendo il romanzo, ma scoprirete tante altre cose. Buona lettura

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