Archivio mensile

Maggio 2020

La minigonna è nata ufficialmente nel 1963, ma già a metà degli anni ’50 c’era stato qualche tentativo di presentarla alle donne.

La titolare di questa invenzione è stata Mary Quant, stilista inglese molto innovativa. L’idea era quella di liberare il mondo femminile, almeno quello più giovane, da regole rigoriste considerate fuori tempo, dal movimento femminista. Personalmente non mi è mai piaciuta molto; anche a 20 anni, indossavo gonne che scoprivano il ginocchio e non oltre, e bastava così. Ammiro chi la porta con disinvoltura, ma il punto è proprio questo: qualsiasi cosa indossiamo, se “si incastra bene” con noi, vuol dire che è giusta, e la minigonna non si è mai incastrata con me. Però è una cosa piccola e quindi è carina ed è una cosa che pur essendo piccola ha avuto e ha ancora potere.

La zanzara. Credo abba il primato negativo del potere delle cose piccole. Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, si è scomodato a confezionare persino un aforisma su questo insetto anti-riposo: “Se pensi di essere troppo piccolo per fare la differenza, prova a dormire con una zanzara”.

Specchio da borsetta. Questa è una cosa da donne (e anche da chi vorrebbe esserlo), direi irrinunciabile. Non occupa spazio, torna utile nelle giornate in cui trascorriamo molte ore fuori casa e se si rendesse necessario improvvisarsi investigatrici, diventerebbe un congegno potente.

Matita. Ho scoperto di recente che mi piacciono più delle penne. Quando andavo a scuola, sentivo le mie compagne di classe (non prestate troppa attenzione alla parola compagne…) dire “Preferisco la penna nera” “No, io la penna blu”. Io non ho mai avuto preferenze per l’uno o l’altro colore di inchiostro, anche perché essendo mancina, la mano scorre sullo scritto, il mignolo si tinge, il foglio si macchia e il risultato è sciatto, e questo a prescindere dal colore. La matita è ideale per chi ama il legno e può essere prodotta in una infinità di colori.

Orecchini. Io sono piccola e quindi mi si addicono orecchini piccoli. Ovviamente le dimensioni non influiscono sulla capacità di dare luce al volto, anche se poi è idea diffusa che un bel sorriso sia la luce migliore. Ma gli orecchini, specie le perle, ma anche di acquamarina o brillanti, hanno il potere di ingentilire e distendere qualsiasi volto. Non credete?

Anello. Termino con l’oggetto piccolo per eccellenza. Quello con maggior significato. Quello a cui non resiste (scommetto un gelato al caffè con doppia panna) nemmeno la più disincantata delle creature. Alla mano sinistra. E che è una promessa.

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Ho sangue siciliano da parte di papà e pugliese da parte di mamma. Oggi tocca alla Sicilia. Dunque dicevo, che da parte di papà il mio sangue è metà messinese e metà palermitano. Ho vissuto a Trapani per i primi due anni della mia vita, ma per dirla tutta, già quando ero “in nuce”. Ma sono nata in Puglia.

Tornando alla Sicilia non ho, ovviamente, ricordi personali dei primi anni della mia vita. Ho fotografie e aneddoti dei miei genitori e di garbate signore che vivevano nello stesso condominio e che si spupazzavano la più piccola del palazzo, che ero io. Passarono gli anni e il lavoro di mio padre ci portò in Puglia, a Gallipoli per la precisione, e dopo qualche anno a Bari.

Nel 1978 però, quando avevo 13 anni, fu deciso un viaggio estivo in Sicilia. La famiglia nel frattempo si era ingrandita, non eravamo più in 3, ma in 6. Sbarcati dal traghetto facemmo subito tappa (subito si fa per dire, considerata la viabilità siciliana) a San Vito Lo Capo. Si tratta di un Comune della cintura di Trapani famoso per la sua spiaggia lunga 3 km, considerata tra le migliori d’Italia, ed è vicino alla “Riserva dello Zingaro”. La permanenza a San Vito, fu principalmente l’occasione di ritornare a Trapani e rivedere la casa in cui abitammo e le carissime signore con figli e mariti, tutti a tavola allegramente. L’unico cous cous di pesce della mia vita l’ho mangiato quel giorno.

Dopo qualche giorno di sole, spiaggia e lacrimucce di commiato, ci spostammo a Palermo. E’ completamente inutile che io dica quanto sia bella, ma lo dico lo stesso. Cominciamo dalla Piazza dei Quattro Canti o Ottagono del Sole: è una piazza ottagonale costruita nella prima metà del ‘600 dal viceré Paceco, marchese di Villena, e si ispira alle “Quattro Fontane” di Roma. Si tratta, infatti, di quattro impianti architettonici, con inserimenti figurativi che dal basso verso l’alto ricordano l’ascesa dalla terra al cielo.

Palazzo dei Normanni. Ho un vago ricordo di fotografie scattate su per una scalinata, ma chissà dove sono finite. Dai Fenici ai Borboni, conserva tracce di tutti. Oggi è sede del Parlamento siciliano e dell’Osservatorio astronomico. Dal 2015 è Patrimonio dell’umanità.

Catacombe dei Cappuccini. Ecco, questa visita rientra fra le cose insolite che possono capitare quando si è in vacanza. Queste catacombe ospitano migliaia di scheletri di siciliani mummificati (8.000 circa), a partire dal 1600 e credo fino ai primi anni del 1900. La pratica di mummificare, in origine era riservata ai monaci ma poi fu estesa a tutti i siciliani, specie se appartenenti ai ceti più elevati. La mummia più famosa è una bambina, Rosalia Lombardo, che morì all’età di 2 anni e che è rimasta intatta, e infatti pare che dorma. Anche qui a Monopoli abbiamo mummie di tutto rispetto, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio (detta anche Purgatorio) e, anche qui c’è una bimba che pare dorma. Si chiamava Plautilla Indelli.

Con Palermo mi fermo qui, anche se ho visitato tanti altri posti, e vi consiglio di non lasciarla con troppa fretta. Ah, in ultimo: Palermo è la regina del cibo di strada, approfittatene!

Dopo Palermo fu il turno della Valle dei Templi. Si tratta di un parco archeologico nella zona di Agrigento, anch’esso Patrimonio dell’umanità che ospita templi (ben 12), musei, tombe, grotte e un oratorio, e lo stato di conservazione è ottimo.

La tappa successiva fu Taormina, poi le Gole dell’Alcantara e l’Etna. Taormina, graziosa e modaiola, è stata spesso scelta come residenza di scrittori e registi stranieri. Le Gole dell’Alcantara sono gole alte 25 metri e larghe fra i 2 e i 5 metri. La loro caratteristica è data dalle pareti fatte di lava e potrete scegliere fra diverse tipologie di escursioni per visitarle al meglio. Sull’Etna? E’ il vulcano più alto d’Europa, cos’altro posso dire che non sappiate già? Quando ci siamo andati noi è stato emozionante e non è una esagerazione. Non ricordo completamente il nome del rifugio nel quale ci fermammo prima di tornare giù; ricordo invece che eravamo senza guida e quindi non ci avventurammo oltre. So però che i crateri Silvestri sono tra i più facili ed economici da raggiungere.

A Catania ci fermammo pochissimo e quindi posso solo dirvi che trovai molto curiosi i blocchi di lava qua e là per le strade. Torre Faro e Messina furono le ultime tappe. A Torre Faro c’è un gruppo nutrito di parenti, che non vedo da tanto ma che periodicamente sento. E’ una frazione di Messina, ed è proprio sullo Stretto. Navigare nello Stretto, fra correnti e vortici, è una esperienza che richiede molta preparazione e concentrazione. Di interessante ci sono i laghi, fino a Ganzirri che comunicando con il mare, presentano delle tipicità ambientali e quindi sono protetti da vincoli di paesaggio e natura. Messina è graziosa ed è la città dove per la prima volta vidi un orologio astronomico. La seconda fu a Praga, molti anni dopo. Se capitate a Messina intorno a Ferragosto non perdete La Vara.

Non vi dico di più perché il piacere della scoperta deve rimanere intatto. Ma tra una tappa e l’altra non fatevi mancare una brioche con il gelato.

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Su amicizia e dintorni, da sempre, sono stata particolarmente selettiva. Quando scrivo “da sempre” è proprio così, prendetelo alla lettera. Non so bene perché saltai la scuola materna, ma già alle elementari compresi che il luogo comune per cui si debba essere amici di tutti, non faceva per me. Educazione e rispetto sempre e a tutti, gentilezza anche ma l’amicizia è come una riserva naturale: molta bellezza, molte specialità e molto riguardo.

Io sono stata anche fortunata, poiché di delusioni amicali, ne conto 2 o forse 3, dovrei fare un ripasso, ma insomma non oltre. Quando ci penso sento una punta di amarezza, ma ho commesso anche io degli errori e ho chiesto scusa subito quando mi è stato chiaro, chiedo scusa adesso per quelli inconsapevoli.

Vi sarete accorti che esistono aforismi per ogni cosa, e quindi anche per l’amicizia; che siano seri, stucchevoli o divertenti dicono tutti una verità condivisibile, poi ci sono le migliaia di verità soggettive, quelle per cui pensiamo di essere unici. La mia verità è che anche l’amicizia più bella e delicata necessiti di comportamenti appropriati. Non scriverò di affetto e buoni sentimenti, poiché in una amicizia sono l’unico punto di partenza possibile. Scriverò di fiducia: un amico deve sempre essere degno di fiducia e questa fiducia dobbiamo ricambiarla, per esempio difendendolo da chi lo attacca. Se poi, invece, di un attacco si tratta di un pettegolezzo, la nostra difesa sarà ancora più rigorosa.

Rispetto. Con un amico avremo cose in comune; ovviamente rispetteremo le cose che ci differenziano ridendoci su per sdrammatizzare, se possibile. Generosità. Gli amici si aiutano e ci aiutano senza ricompensa. Altrimenti non sono e non siamo amici. Senza approfittare, tout court.

E i momenti complicati? Esistono, perché essere amici non vuol dire che andrà sempre tutto liscio, che si passerà insieme ogni momento libero, che si avrà lo stesso credo religioso, lo stesso credo politico, gli stessi gusti a tavola, a cinema, a teatro, gli stessi hobbies, la stessa ragazza…Ehm no, questo non c’entra…Insomma, l’amicizia è un mondo nel mondo, dove si sta bene se ci si sente liberi nelle regole.

E se vi presto un libro, lo rivoglio.

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Era uno dei 5 romanzi di letteratura francese che avrei dovuto portare all’esame orale, quando andavo all’università. L’esame non lo detti mai, in compenso ebbi l’occasione di leggere libri veramente belli, in lingua francese.

A volte, li sfilo dalla libreria e li sfoglio: sono pieni di appunti, traduzioni, considerazioni e collegamenti e mi riportano a un tempo in cui leggevo di più e per questo stavo bene, veramente bene.

“Le docteur Pascal” è l’ultimo dei romanzi del ciclo “I Rougon-Macquart” Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il II Impero”. Il protagonista è Pascal Rougon, medico di campagna, a Plassans, con la sua domestica Martine e la piccola nipote Clotilde, figlia di suo fratello.

Alla sua professione, egli affianca lo studio delle leggi sull’ereditarietà, e concentra questo studio proprio sui suoi ascendenti e sui parenti a lui contemporanei.

La madre di Pascal, Felicitè, è a conoscenza degli studi del figlio e siccome fra gli avi c’è una certa ripetitività di comportamenti nevrotici, e altre tare poco edificanti, teme che se questi lavori fossero noti, la sua famiglia perderebbe prestigio e buon nome. Così, Felicitè cerca in ogni modo di tirare a sé sia Martine, sia Clotilde, convincendole a cercare scritti e documenti per distruggerli.

Pascal riuscirà a salvare tutto il suo lavoro dalle mani di Clotilde, che diventata grande si è fidanzata con Ramond, giovane medico discepolo di Pascal. E proprio grazie a tutti questi accadimenti, comprenderà che l’interesse per gli studi dello zio e l’affetto per lui, nascondono un amore profondo e passionale che, vista l’epoca provocherà un vero scandalo.

Clotilde rompe il fidanzamento con Ramond e inizia la sua storia d’amore con lo zio-compagno, infrangendo regole che forse anche oggi sarebbero sacre.

Questa non è la fine del romanzo, ovviamente. Vorrei che lo leggeste e magari in francese, ma credo che in giro ci siano buone traduzioni in italiano.

Fra qualche tempo, vi parlerò di “Pierre et Jean” di Guy de Maupassant. Intanto, buona lettura.

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Sere fa ho proposto alle mie figlie di guardarlo. Per me sarebbe la terza volta ma loro lo conoscono solo di nome ed è tempo di approfondire la conoscenza. Insomma è nella scaletta dei film da guardare. In Italia uscì a gennaio 1990 e il primo motivo per cui decisi di andare a vederlo fu la coppia di protagonisti: Billy Crystal e Meg Ryan. È vero che questo film aumentò di molto la loro popolarità, in ogni caso erano già conosciuti e apprezzati dentro e fuori gli USA.

La trama non è semplicemente inventata, ma ripropone esperienze e tratti della personalità del regista Rob Reiner e della sceneggiatrice (tra l’altro, Meg Ryan ha recitato in altri film sceneggiati da Nora Ephron).

È una storia che si sviluppa credo in 12 anni molto divertente e fresca, e, tra l’altro, mette i protagonisti l’uno di fronte all’altra, in una continua comparazione dei modi di vedere la vita, fra l’ottimismo di lei e il cinismo di lui. Chi ha visto il film, conosce la “scena” al ristorante. Il ristorante in questione, si chiama Katz’s Delicatessen ed è stato aperto nel 1888, si trova a New York ed è diventato molto famoso grazie proprio a quella scena. E proprio per ricordarla, in direzione del tavolo dove fu girata, c’è una targa che riprende la battuta conclusiva della scena. Quello che non sapevo, invece, è che la signora anziana che pronuncia la famosa battuta, è la madre del regista.

Un’altra cosa, secondo me molto carina, è l’intermezzo di coppie, apparentemente estranee al film, che raccontano la loro storia d’amore. Qui non saprei dire se fossero attori o gente comune, ma l’idea è azzeccata.

Insomma, una commedia romantica ma per niente sdolcinata, anzi ironica sia nei dialoghi che nell’espressività facciale dei protagonisti. Riguardo la colonna sonora non saprei proprio cosa dire poiché non me la ricordo, completamente. Siccome però, come ho scritto all’inizio, questo film è nei nostri programmi serali di “socialità in casa”, presto mi rinfrescherò la memoria.

Ah, un’altra cosa che fa parte delle curiosità del film, riguarda la libreria Shakespeare & Co. che ora non esiste più, battuta dalla catena Barnes & Noble. Questo evento reale, sarà lo spunto per la sceneggiatura di un’altra famosa commedia romantica, sempre di Nora Ephron.

Vi viene in mente qualcosa?

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In tutti gli anni in cui mi sono occupata di antiquariato, spesso ho rinunciato a vendere oggetti che non volevo rischiare di perdere. Non succedeva spesso, ma se un cliente mostrava interesse per qualcuno di essi, il segno era che dovessi portarlo a casa, e al più presto. Qualcosa purtroppo è sfuggita a questa regola, e anche se ho chiuso la mia attività da parecchio tempo, ci penso ancora. Questa mattina però, ho riflettuto sul fatto che non ho mai portato a casa servizi da caffè o da tè, ma neanche tazze e tazzine singole, da collezione.

Dovrò assolutamente rimediare.

Tazza deriva dall’arabo tassah o ta-sa e sta a indicare un recipiente rotondo di piccole dimensioni, con la parte superiore più larga della base: può avere uno o due manici, ma anche non averne del tutto, può o meno avere un basso piede e a volte è accompagnata da un coperchio. Le tazze di oggi sono solitamente in ceramica, porcellana o vetro. Anticamente, erano in terracotta o in metallo lavorato. Una tazza antica per eccellenza è la “Tazza di Vaphio”.

Vaphio, è un sito della Laconia (Grecia), che ospita una tomba a thòlos, costruita per un re miceneo e che conservava una serie di gioielli e tesori di vario tipo tra cui una coppia di tazze in oro, lavorate a sbalzo. Le lavorazioni sono differenti: una tazza presenta la cattura di tori, l’altra scene di sottomissione di questi tori, ormai domati. Oggi sono esposte al Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Le tazze romane e greche erano usate per acqua e vino. Nel Medioevo cambiò la forma della tazza, che prese più la forma di un bicchiere. Nel Rinascimento invece, si iniziò a produrre tazze in ceramica e di seguito tazze in cristallo di rocca con manici a forma di animali.

Se capitaste a Firenze, potreste visitare il Museo degli Argenti, ma anche il Kunsthistoriches Museum di Vienna e il Residenzmuseum di Monaco. Troverete esemplari di notevole interesse, per fattura e materiali preziosi.

Nel 1600 apparve la tazza d’assaggio, chiamata bordolese e la tazza puerperale, con due manici e coperchio, destinata alle bevande degli ammalati. Questo era il modello in uso in Italia e Francia, mentre in America la tazza puerperale aveva la forma di una brocca con beccuccio (feeding cup). Nel 1700, l’uso del metallo fu destinato alla fabbricazione di tazze e tazzine di lusso e quindi riservato alle classi sociali più elevate; la porcellana però divenne, ed è tuttora, il materiale preferito per creazioni raffinate e artistiche. Nel frattempo, in tutta Europa, ma soprattutto in Inghilterra, si diffuse il consumo di tè, cioccolata calda e caffè, ma la consuetudine dell’intermezzo pomeridiano, si definì in epoca vittoriana e riguardò l’intera società inglese, con abitudini diverse secondo la classe di appartenenza.

Prima di terminare, vorrei condividere con i miei lettori una curiosità che ho scoperto recentemente e che riguarda la tazzina da caffè. Tazzina non è il diminutivo di tazza ma deriva da Luigi Tazzini (1868-?), pittore lombardo che per alcuni anni fu direttore artistico della Società Ceramica Richard-Ginori. Egli appunto inventò un recipiente piccolo per gustare il caffè, in stile Art Nouveau. Nel tempo, la tazzina da caffè ha acquisito delle caratteristiche precise per forma, materiale e capacità di mantenere a lungo il calore della bevanda. Anche la scelta del colore bianco, per le tazzine da caffè professionali, non è casuale. Il bianco infatti garantisce quel contrasto cromatico, fondamentale nella valutazione dei toni del caffè. Del resto, quando si parla di bere e mangiare, niente deve essere lasciato al caso.

Bene, dopo aver appreso queste curiosità, sono più propensa a farmi piacere tazze e tazzine da bar, solitamente anonime e grossolane. Ma noi le perdoniamo.

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Le relazioni a responsabilità limitata, sono quelle relazioni in cui le persone coinvolte rispondono solo nei limiti e obblighi stabiliti dai contesti.

A scuola, tra docenti e discenti, c’è un rapporto che nella stragrande maggioranza dei casi nasce e si consuma nel periodo scolastico. È fatto di buona educazione, rispetto per i ruoli, piacere o meno per la materia, verifiche scritte e interrogazioni, successi o delusioni. Fra studenti simpatie, antipatie, cotte passeggere, amori duraturi oppure insignificante convivenza di classe che, anche in questo caso, si tramuta in perdita completa dei contatti a scuola finita.

Sul lavoro non cambia molto. In alcuni ambienti lavorativi, la comunicazione e la partecipazione fra colleghi, sono veramente circoscritte alle ore di lavoro, e poi il silenzio.

Poi ci sono le relazioni amorose a responsabilità limitata. Sono relazioni fra due persone che stabiliscono dei confini entro i quali muoversi e da non superare. Sono governate da sentimenti tiepidi e tanto amore per se stessi e per la propria libertà. Perché, è vero che ad alcune persone il coinvolgimento spaventa e quasi toglie il respiro. Di conseguenza, si rimane in superficie e si procede fino alla noia, solitamente reciproca.

Per finire, le storie a responsabilità limitata con tre o a quattro personaggi.

Nella prima versione, solitamente uno dei tre è all’oscuro che la coppia è diventata un trio. Nel frattempo gli altri due vivono una storia di passione o di amore o di entrambi gli aspetti e per mesi, tutto sembra quasi facile o almeno possibile.

Poi arrivano le feste comandate e uno dei due deve accontentarsi di una telefonata o di messaggi, magari tanti ma solo quelli. Poi arriva l’estate e quello o quella dei due che ha ancora la fede al dito, deve fare un programma ferie che, dopo aver studiato tempi e modi, preveda sia una vacanza con il coniuge che una vacanza con l’amante. E si va avanti così fino a quando l’amante, esaurita la pazienza, chiede di più (che poi sarebbe banalmente una relazione alla luce del sole); potrebbe ottenere quello che chiede, ma il punto è che purtroppo lo deve chiedere, perché altrimenti non lo avrebbe presumibilmente mai.

E poi c’è la situazione più mesta di tutte. Marito e moglie che non si amano più, forse non si sono mai amati ed entrambi hanno vite parallele con storie d’amore importanti, stabili e solide in cui credono veramente, ma più importante di tutto c’è la necessità di salvare le apparenze con genitori, figli e colleghi (nel caso lavorino nello stesso posto), salvare le convenzioni sociali, il conto in banca, le vacanze nelle seconde e terze case oppure all’estero, fingendo di essere una coppia da manuale e lasciando parcheggiati i loro rispettivi compagni, che intanto stanno buoni ad aspettare svolte decisive, ove mai ci saranno. Ogni tanto queste relazioni segrete si interrompono per “lavori in corso”, ma questi lavori sono come la Salerno-Reggio Calabria: interminabili. E a questo punto gli amanti si arrabbiano molto e girano i tacchi.

Lo sapevate?

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