Archivio mensile

Giugno 2020

E’ una commedia romantica, divertente ed elegante tipica del cinema americano del secolo scorso, infatti è del 1958. I protagonisti sono Ingrid Bergman e Cary Grant e Stanley Donen, il regista. Quello di “Sciarada”, per intenderci, ma di tante altre.

E’ tratta dal testo teatrale “Kind Sir” di Norman Krasna e fu presentata a Broadway, alcuni anni prima. La trama è classica: una storia d’amore, una bugia, la volontà di castigare e poi il lieto fine. E’ anche uno dei primi film con lo split screen, che consiste nel dividere lo schermo in due o più inquadrature. In questo film, i due protagonisti muovono le mani dando l’illusione di potersi toccare, ma in realtà sono al telefono e in due città diverse.

Nonostante la trama classica, non si può fare a meno di notare come rappresenti una realtà poco praticabile e mitizzata: le scene girate in ambienti lussuosi, i costumi di Dior e Balmain, i dialoghi ricercati ma anche divertenti, il tecnicolor, e i piccoli duelli amorosi hanno, tutti insieme, confezionato una commedia che si può guardare più volte perché Ingrid Bergman è come sempre perfetta, perché con la sua espressività prima ancora di parlare, ha detto tutto. Cary Grant è il solito irresistibile gentleman, bello e dallo sguardo furbo, e insieme oscurano un bel po’ tutti gli altri attori.

Potrei dirvi che alcuni critici hanno intravisto una nota anti-matrimonio, ma per farlo dovrei addentrarmi nella trama, e sapete bene che evito in tutti i modi di farlo, per non togliere il gusto della visione. Una cosa che ha colpito me, è che non è la storia d’amore di due giovani o giovani adulti. Si tratta di adulti di mezza età, ma giovanili e molto glamour e considerando il potere dello star system, molto sentito in quegli anni negli USA, bisogna ammettere che la scelta di ricreare la coppia Bergman-Grant dopo “Notorius”, non fu per niente sbagliata. Buona visione

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Da qualche parte ho letto che per conquistare una donna è “sufficiente” fingersi scarpa. Non saprei dirvi chi sia l’autore di questa perla, ma la condivido completamente. Fingetevi scarpe e ci arrenderemo.

Adesso però occupiamoci di scarpe nella Storia. Ovviamente, le scarpe sono comparse insieme all’uomo ed è in Armenia che qualche tempo fa, fu rinvenuto un paio di scarpe, ben conservato, risalente a 3.500 anni A.C. Tutte le civiltà antiche, hanno dedicato a questo accessorio particolare attenzione: intanto era segno di appartenenza a una classe elevata, i poveri infatti camminavano scalzi; poi avevano altezza e forma diverse, secondo l’uso. Per la guerra, ad esempio, si usavano veri e propri stivali. Anche il colore, che fosse nero, giallo o rosso, definiva la classe sociale.

Nonostante una certa varietà di produzione, secondo le necessità, si attese il Medioevo per iniziare ad avere modelli che fossero anche curati nell’estetica. A Venezia nacquero le prime corporazioni di calzolai nel 1100, divise in “Solarii” e “Patitari”. I primi producevano suole e calzamaglie con suola; i secondi zoccoli. Nel 1300, sia in Inghilterra che in Francia, si diffuse la “poulaine”, una calzatura in uso solo fra gli aristocratici, che aveva la punta molto lunga, e solitamente superava i 15 cm di lunghezza. Più avanti, nel 1600 comparve la “pianella”, scarpa a forma di pantofola, con zeppa, realizzata in sughero o legno e con punta decisamente accorciata. Sempre nello stesso periodo, anche gli uomini iniziarono a usare scarpe con il tacco; questa moda partì da Luigi XIV, che era notoriamente di bassa statura.

Parallelamente, in Italia (Venezia) comparvero le prime scarpe con pattìno. Si trattava di un involucro che proteggeva la scarpa vera e propria, dal rischio di sporcarsi nei percorsi a piedi e che veniva rimosso nei luoghi chiusi. Con piccole variazioni questo stile rimarrà in voga praticamente fino a tutto il XIX secolo. Durante il regno della regina Vittoria, il suo calzolaio personale concepì degli stivali elasticizzati, i famosi “chelsea boots”, facili da calzare e togliere, e questo grazie a Charles Goodyear, inventore della vulcanizzazione della gomma.

Poi arrivarono gli anni ’20, i ruggenti venti, e le scarpe presero un’accollatura alta e il tacco a “rocchetto” sempre ispirato allo stile Luigi.

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ha definitivamente conquistato e mantenuto il ruolo di prim’ordine nella creazione e produzione di scarpe belle e di qualità, un ruolo che tutto il mondo riconosce.

Questo piccolo viaggio nel tempo, sul tema della scarpa, riguarda l’Occidente. In Cina, invece a partire da X secolo, si diffuse l’usanza di fasciare i piedi delle bambine, fra i 3 e gli 8 anni. Si trattava di una deformazione artificiale, considerata un rito di passaggio e lo scopo era avere un piede che non misurasse più di 10 cm: il “Loto D’Oro”. Questa pratica era in uso soprattutto fra gli aristocratici, e durò molti secoli, fino agli inizi del 1900. Un buon risultato, cioè un piede ben deformato, era parte della dote di una ragazza da matrimonio: oltre a dimostrare coraggio, sopportazione del dolore, una ragazza con i piedi deformi era molto più attraente per il futuro marito.

Anche le scarpe dovevano adeguarsi alla deformità del piede. Si chiamavano appunto, “scarpe di loto”, avevano la forma di un cono ed erano solitamente di seta o cotone, con ricami sulla tomaia.

Se avete altre notizie, scrivetele nei commenti. Io ho appena scoperto che i “chelsea boots” si chiamano anche “beatles”. Chissà se i Fab Four lo sapevano!

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L’altro giorno, pensavo al verbo “credere” e l’ho appuntato sul quaderno del blog, giusto per avere una composizione mentale di ciò che poi avrei scritto. Se ci penso, non è facile tradurre in scrittura cosa significhi, perché credere non è una azione e basta, ma è un processo, anzi è l’atto finale. E se si riflette, è un termine poco usato, perché è molto impegnativo. Comporta comprensione, empatia e fiducia. Si comincia da neonati, quando l’odore della pelle di nostra madre ci rassicura, visto che tutto intorno è sfuocato. Poi, e non è secondario, il contatto con nostro padre. Non siamo ancora consapevoli, ma già crediamo. E andiamo incontro ad ogni singola tappa della nostra crescita.

Poi arriva la scuola, e conosciamo una nuova forma di credere, cioè credere in un insegnante, che è un adulto con cui passeremo parte della giornata ma estraneo alla famiglia, credere nel suo lavoro, e che ciò che insegna sia giusto e che lo stia facendo con passione. Nel frattempo, accanto a queste certezze si accostano anche le esperienze giovanili con le loro novità: politica, religione, amicizia, amore e la squadra del cuore.

Sono tutti campi che ci accompagnano per la vita e che toccano il lavoro così come la salute, per i quali esultare e soffrire vanno di pari passo, ma l’essenza è sempre molto profonda, perché quando crediamo fortemente, non siamo disposti a rischiare la delusione e se accade, ci ritroviamo a fare i conti con noi stessi divisi in due: da una parte la rabbia e dall’altra il credo. Ma come ho scritto sopra, credere è un traguardo, e per arrivarci è necessario farsi attraversare dal dubbio. Il percorso è complicato, e anche la fede più pura può pencolare, ma il dubbio e la paura di sbagliare rispondono alla funzione di rendere più forte e solido, alla fine di tutto, il nostro credo.

E, se per caso, una nuova idea dovesse presentarsi a noi? Saremmo per questo volubili o incoerenti? O peggio, opportunisti? Ciascuno risponderà di sé, perché onestà e sincerità son il primo dovere verso se stessi, e basterà tendere l’orecchio. Giusto?

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Di mare

di Le righe di Ornella

Avevo 32 anni e accadde una crociera in Grecia e Turchia. Ottobre 1997, nave da 14 ponti. Non si chiamano piani, ma ponti. Le mie figlie erano piccole e ricordano poco, ma spesso erano vestite uguali e con le scarpette lampeggianti, quindi se loro non ricordano tante cose, gli altri passeggeri si ricorderanno di loro. Tipo quando davanti a un qualsiasi ascensore dicevano: “Apriti Sesamo!” e l’ascensore si apriva, e giù applausi da un gruppo di turisti anziani. O tipo che mia figlia, la maggiore, aveva un po’ di bronchite ma dopo le prime 2 ore di navigazione, la tosse era sparita. E questa volta la magia l’aveva fatta il mare.

Dunque, la nave era stata varata da poco ed era, in quel momento, la più grande di quella compagnia di navigazione, oltre a essere molto bella. Salpammo di lunedì in tarda mattinata, e dopo la sistemazione nella cabina e la conoscenza dell’assistente personale, andammo a pranzo. Le tipologie di ristorazione erano varie e anche i menu, che accontentavano gusti ed esigenze dei passeggeri. Dopo il pranzo, partì l’esplorazione della nave. Capimmo subito che per scoprirla tutta ci sarebbe voluta l’intera settimana di viaggio ma tanto fino al giorno dopo non era previsto alcun attracco, quindi perché non iniziare?

Ristorante raffinato, ristoranti informali, pizzerie, self-service e postazioni mobili per spuntini, se non ricordo male, su diversi ponti. Palestra, lavanderia infermeria, ludoteca, teatro, cinema, discoteca, chiesa e piscine. Due normali e grandi e una con idromassaggio. Parrucchiere, estetista casinò e poi bar, diversi bar. Durante la ricognizione, ad un certo punto, leggo che sullo stesso ponte della chiesa c’era una biblioteca. Ovviamente, dovevo vederla e subito. Vado al ponte indicato e inizio a percorrere il corridoio su e giù. Niente. La chiesa c’era e ogni pomeriggio si diceva una messa e sempre in una lingua diversa, per accontentare tutti i passeggeri. Continuavo a cercare, ma niente. Per tutta la settimana, dopo le escursioni a terra, andavo a cercare questa biblioteca e trovai qualcosa solo l’ultimo giorno. Ma vi scriverò tutto dopo.

Dunque per il secondo giorno era prevista la prima escursione; ora non ricordo il nome del luogo, ma l’escursione saltò perché c’era mare forza 7 e a tratti 8 e quindi non si potevano usare le piccole imbarcazioni che avrebbero dovuto portarci a terra. Così, il numeroso staff di intrattenimento organizzò giochi e quiz in sostituzione. Oltre a questo, siccome il cibo si abbina a tutto, approntarono delle grigliate di carne che, se mi concentro, sento ancora il profumo! Insomma, annoiarsi non era contemplato. Il giorno dopo ancora fu la volta di Atene; un bel giro per la città, poi il Partenone.

Il quarto giorno arrivammo in Turchia, a Kusadasi. Si tratta di una località balneare che si affaccia sul mar Egeo e, oltre che per il mare, è famosa per le vicine rovine di Efeso. Noi passeggeri avremmo potuto scegliere fra una giornata al mare o una alle rovine. Scegliemmo la seconda. Efeso fu una grande colonia romana, greca e bizantina, situata in Anatolia. Fu capitale della provincia romana e rimane un sito archeologico importante in cui (se non ci siete già stati) potrete ammirare la Biblioteca di Celso, che è davvero monumentale e anche se è parzialmente distrutta, rende bene l’idea delle grandi opere romane. Poi c’è il Teatro, il Tempio di Adriano, e il Tempio di Artemide di cui purtroppo resta solo qualche colonna ma che, all’epoca fu il tempio più grande sino ad allora costruito e che è una delle Sette Meraviglie del Mondo.

Il giorno dopo ancora fu la volta delle Meteore oppure di Makrinitsa. Mentre scrivo scopro che praticamente Makrinitsa non esiste più come comunità greca, ma è stata inglobata nel comune di Volos. E’ un posto molto carino, a 600 metri sul livello del mare. Noi scartammo le Meteore, perché era un’escursione molto faticosa per le bambine e poi perché c’erano delle prescrizioni molto precise da seguire, ma Makrinitsa fu una bella alternativa. Ovviamente, tutti i giorni, tra una visita e l’altra c’erano sulla nave occasioni di provare cibo buonissimo, intrattenimenti o tranquille conversazioni con altri passeggeri nei vari salotti sparsi un po’ ovunque. E, per me, sempre la ricerca della biblioteca.

Arrivò il sabato che fu un giorno di sola navigazione e durante la notte rientrammo in Italia, precisamente a Venezia. La domenica mattina, dopo l’ennesima abbondante colazione, scendemmo a terra e iniziammo il giro della città che si presentava stupenda esattamente come raccontato nei libri di arte, nei documentari e nei racconti di chi ci era stato già. Ora sto per dire una cosa che farà spalancare gli occhi a qualcuno, ma pure di fronte a tanto splendore non riuscì a emozionarmi molto. Quello che ho provato in altri posti, a Venezia non si è verificato.

La visita fu comunque interessante e in qualche caso, curiosa. Venezia era anche l’ultima tappa e quindi ritornando sulla nave dovevo sbrigarmi a trovare questa biblioteca. Sinceramente, per tutta la settimana me l’ero immaginata come quella del cartone Disney “La Bella e la Bestia” e invece alla fine trovai una orrenda libreria chiamata biblioteca. Si era giocato sulla etimologia. Intanto, l’ultimo giorno di vacanza stava per chiudersi.

A mezzogiorno del lunedì eravamo già a casa, con tanti rullini di foto da far sviluppare. La prossima crociera sarà tra i fiordi norvegesi, e poi vi racconterò.

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Sui gesti non esistono concetti universali, perché per esempio, ci sono gesti brutali che a qualcuno piacciono molto, anche perché bisogna ammettere che hanno il vantaggio dell’immediatezza. Per esempio, fare le corna. E’ un gesto che ha due significati: di tradimento e risale alla mitologia greca. Il Minotauro infatti era stato concepito dal tradimento della regina di Creta (Pasifae, credo) con il Toro di Creta. Minosse, re di Creta era il cornuto. L’altro significato è di approvazione e complicità, ma in Nord Europa. Quando i bambini si arrabbiano e fanno la linguaccia, normalmente sorrido; al contrario, se la fanno gli adulti, specie per una fotografia, lo apprezzo meno.

E in tema di gestualità o di linguaggio non verbale, c’è una casistica ampia. Per esempio nel gioco del poker, ci sono i cosiddetti tells: una serie di gesti, a volte inconsapevoli a volte fatti ad arte. Ho provato a giocare a poker un paio di volte ma non mi piace (neanche burraco) e quindi se dimentico le regole, figuriamoci se conosco il significato delle espressioni dei giocatori, ma insomma diciamo che ogni espressione può essere sincera o truccata, per cui tanto vale concentrarsi sul gioco. Possibilmente per vincere.

Poi c’è la gestualità a scuola. Non so come sia adesso, ma quando andavo a scuola io, gesticolare era il metodo per suggerire durante le interrogazioni; forse oggi con la tecnologia è più facile, ma allora il gesto giusto al momento giusto, salvava la pagella. E a tavola?

La gestualità a tavola, forse più che in ogni altra situazione, dovrebbe essere particolarmente misurata. Schiena dritta e braccia basse, niente gomiti a tavola, ma solo i polsi. Ed è inutile precisarlo, non si gesticola con le posate in mano (non ho resistito e l’ho scritto lo stesso). Gli uomini non trascurino di versare acqua o vino nel bicchiere della donna con la quale stanno cenando, con lentezza in modo da evitare che il liquido si versi fuori.

Ma il gesto galante per eccellenza è l’inchino per chiedere la mano. Se posso esprimere una opinione personale, a me non piace quel tipo di inchino, però so che molte donne lo apprezzano e quindi, uomini che pensate di inginocchiarvi, sappiate che sarà sensato tenere ben presente la personalità della vostra fidanzata prima di decidere se farlo in un luogo pubblico o privato, in compagnia di amici o familiari stretti, oppure completamente da soli.

E dopo aver pesato e valutato tutte le possibilità, pregate che vi dica “sì”. Buona fortuna

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Banana

di Le righe di Ornella

Ho letto diversi romanzi di Banana Yoshimoto, non tutti, ma ciò che mi ha attratto la prima volta, fu il suo nome. Trovo sempre buffo che a persone o animali sia dato il nome di un frutto; nel suo caso però, Banana è uno pseudonimo, perché il suo nome di battesimo è Mahoko. E’ una scrittrice giapponese con un debole per l’Italia (brava!).

Esiste un certo Giappone, nell’immaginario generale, fatto di efficienza, tecnologia, sushi a volontà, kimono, kabuki e geishe. Su efficienza e tecnologia non c’è nulla da dire, per quanto, nonostante siano all’avanguardia nella progettazione e invenzione tecnologica, i giapponesi non amano molto servirsene; riguardo il sushi, pare che in Italia se ne mangi molto di più; il kimono viene indossato più spesso dai turisti, durante la vacanza, che dagli stessi giapponesi; sul kabuki non saprei dirvi se sia ancora rappresentato come dal 1600 fino a fine 1800 e sulle geishe, per favore, è tempo di fare chiarezza.

Geisha significa arte e persona: le giovani che aspiravano a diventare geishe, dovevano studiare per anni danza, musica, poesia e dovevano anche saper cantare. Purtroppo, già nei secoli passati, si è diffusa in Occidente l’idea che fosse una donna di facili costumi, e pure assoggettata all’uomo. Non è così, ma questa convinzione persiste ancora.

Tornando alla scrittrice, dal primo romanzo che ho letto (“Kitchen”) e che credo sia pure il suo primo scritto, ho sempre mantenuto l’interesse per i suoi lavori. Intanto perché smonta un cliché consolidato che vorrebbe i giapponesi sempre produttivi e dinamici. Con i suoi protagonisti non è così. Nei suoi romanzi i tempi sono lunghi, le giornate scandite in modo lento, spesso il freddo e la neve fanno parte delle trame, ma anche i vulcani e le giornate al mare ventose. E poi il cibo e il gusto della tavola, l’amore, il sesso, l’amicizia, la morte e la religione. Questi sono i temi che ricorrono nei suoi romanzi, o almeno in quelli che ho letto.

Altro elemento è l’età giovanile dei protagonisti, che non è esattamente la mia, ma arrivati all’ultima pagina, ci si accorge che è un dettaglio interessante. Ci sono i legami familiari, l’amicizia fra tre cugine e un cane (“Tsugumi”). Ma c’è anche il gusto per l’esplorazione dei percorsi della mente, dell’introspezione, dei dialoghi suggestivi con le anime delle persone speciali che hanno fatto parte della nostra vita (“Amrita”). C’è un viaggio in Egitto, per distrarsi dall’attesa di una responso che cambierà la vita di una piccola cerchia di amici, molto legati fra loro (“Sly”).

Ogni romanzo ha elementi comuni ed elementi totalmente differenti. Se non conoscete ancora questa scrittrice (com’è possibile?), vi suggerisco di approfittare del distanziamento sociale che in qualche modo dovremo ancora purtroppo tenere, per sceglierla e scoprirla.

Del resto l’estate è sempre una buona stagione per le scoperte. Buona lettura

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A chi piace camminare a piedi nudi? A me, dipende. Sicuramente, mi piace camminare sulla sabbia, asciutta o bagnata, calda o fresca e lo so che in questo assomiglio a milioni di altre persone, ma è così da sempre.

“Barefoot in the park” è il titolo di una commedia teatrale, che dal 1963 continua ininterrottamente ad andare in scena, a Broadway. Nel 1967 uscì il film, con Jane Fonda e Robert Redford come protagonisti. Redford recitò da protagonista anche nella pièce teatrale, ma al posto di Jane Fonda c’era un’altra attrice, di cui non ricordo il nome.

La trama è classica: un bell’inizio, una crisi in mezzo, e poi il lieto fine, come spesso accade. Ma è anche fresca, piacevole e molto realistica e poi è girata a Manhattan, New York, quindi inevitabilmente glamour. Una coppia novella, dopo sei giorni di luna di miele al Plaza, si sposta in un appartamento disadorno e piccolo, un po’ malandato, dove manca l’acqua calda. Ed è in un palazzo senza ascensore. E questa non è la migliore delle partenze.

In più i due protagonisti che si chiamano Paul e Corie, hanno personalità opposte: lui serio, preciso, riservato e lei frizzante, giocosa, romantica. Così accade che la convivenza metta in risalto gli aspetti problematici del matrimonio. L’apice si tocca quando Corie decide di cercare un compagno a sua madre e in questa ricerca, la scelta cade su un anziano vicino di casa (il famoso attore Charles Boyer). L’organizzazione di una cena per farli incontrare sarà anche l’occasione di una rottura fra i due. E poi?

Poi sarà bene che guardiate il film perché è un classico, perché i dialoghi sono divertenti ma signicativi e gli attori bravi, perché il titolo del film ha la sua espressione proprio nella terza parte e perché ve lo suggerisco io, che di commedie romantiche americane, qualcosa la so. A presto

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Strumento che serve a misurare il tempo e a segnare le ore (DIZIONARIO SANDRON della lingua italiana, 1989). Questa è la definizione dell’orologio, qualsiasi forma abbia. E a proposito di forme, ho scoperto che ciò che comunemente chiamiamo clessidra è solo ad acqua, e si chiama clepsammia l’orologio a sabbia. Questa, però, è una raffinatezza linguistica che non ha avuto la meglio sull’uso unico del termine clessidra.

Ma partiamo dal principio. La necessità di misurare il tempo è molto antica e il primo strumento per la determinazione, fu la meridiana. Si tratta di uno strumento che si basa sul rilevamento della posizione del Sole e nella sua forma più semplificata, era un bastone piantato nel terreno. Questo legame stretto con il Sole presentava un limite nelle giornate nuvolose e durante la notte. Subito dopo entrò in scena la clessidra che fu invenzione degli Egizi, e il suo meccanismo si basava sulla fuoriuscita dell’acqua da un involucro forato.

Per poter parlare di vera e propria meccanica, bisognerà arrivare al Medioevo; uno dei primi esemplari con meccanica più sofisticata, è l’orologio collocato sulla torre campanaria della chiesa di S. Eustorgio a Milano (1309), ma anche in altre città italiane e a Parigi, alcune chiese si arricchirono di imponenti orologi. Non dimentichiamo poi gli orologi astronomici (a partire del 1400) di Praga, Venezia e Messina, molto particolari per i meccanismi e belli nelle loro animazioni. Verso il 1700 iniziarono i primi esperimenti per ottenere orologi automatici, cioè in grado di autoricaricarsi; sempre di questo secolo sono i cosiddetti perpetui, come anche gli orologi da interno che funzionavano con le correnti d’aria, fra ambienti di una casa.

Come per tutti gli oggetti, non conta e non contava solo il suo impiego, ma anche il materiale. Che fossero orologi da esterno o da interno, i materiali erano scelti non solo per ottenere la massima funzionalità ma anche per la cura dell’estetica. Argento, bronzo e oro e legni pregiati erano i materiali scelti per la realizzazione di questi articoli.

Naturalmente, accanto ai grandi orologi per chiese e piazze o alle pendole nelle case, a partire dal 1500 si diffusero gli “orologi portatili”, cioè veri e propri gioielli personali, che rivelavano (in base al materiale con il quale erano stati realizzati) anche la classe di appartenenza di chi li portava. Erano orologi da tasca, dotati di una catenella per fissarli al gilet, anche se la moda del tempo suggeriva che fossero portati al collo, come collane. In uno dei suoi ritratti, Enrico VIII, indossa proprio uno di questi orologi al collo.

Io possiedo due orologi da tasca femminili; sono molto belli, più piccoli di quelli maschili, ma al momento non funzionano e trovare i pezzi di ricambio originali e di epoca, non è facile per niente. Se un giorno riuscirò a farli restaurare, li userò, perché il gesto di guardare l’orologio, che sia al polso o appeso, mi piace molto e al contrario, guardare l’ora sul cellulare, non ha alcun sapore per me.

Purtroppo sono cascata anche io nell’abitudine di controllare l’ora sul display del cellulare, e allora devo impegnarmi a ritornare ai vecchi gesti. E voi? Quali orologi usate?

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