L’altro giorno, pensavo al verbo “credere” e l’ho appuntato sul quaderno del blog, giusto per avere una composizione mentale di ciò che poi avrei scritto. Se ci penso, non è facile tradurre in scrittura cosa significhi, perché credere non è una azione e basta, ma è un processo, anzi è l’atto finale. E se si riflette, è un termine poco usato, perché è molto impegnativo. Comporta comprensione, empatia e fiducia. Si comincia da neonati, quando l’odore della pelle di nostra madre ci rassicura, visto che tutto intorno è sfuocato. Poi, e non è secondario, il contatto con nostro padre. Non siamo ancora consapevoli, ma già crediamo. E andiamo incontro ad ogni singola tappa della nostra crescita.
Poi arriva la scuola, e conosciamo una nuova forma di credere, cioè credere in un insegnante, che è un adulto con cui passeremo parte della giornata ma estraneo alla famiglia, credere nel suo lavoro, e che ciò che insegna sia giusto e che lo stia facendo con passione. Nel frattempo, accanto a queste certezze si accostano anche le esperienze giovanili con le loro novità: politica, religione, amicizia, amore e la squadra del cuore.
Sono tutti campi che ci accompagnano per la vita e che toccano il lavoro così come la salute, per i quali esultare e soffrire vanno di pari passo, ma l’essenza è sempre molto profonda, perché quando crediamo fortemente, non siamo disposti a rischiare la delusione e se accade, ci ritroviamo a fare i conti con noi stessi divisi in due: da una parte la rabbia e dall’altra il credo. Ma come ho scritto sopra, credere è un traguardo, e per arrivarci è necessario farsi attraversare dal dubbio. Il percorso è complicato, e anche la fede più pura può pencolare, ma il dubbio e la paura di sbagliare rispondono alla funzione di rendere più forte e solido, alla fine di tutto, il nostro credo.
E, se per caso, una nuova idea dovesse presentarsi a noi? Saremmo per questo volubili o incoerenti? O peggio, opportunisti? Ciascuno risponderà di sé, perché onestà e sincerità son il primo dovere verso se stessi, e basterà tendere l’orecchio. Giusto?
