Archivio mensile

Luglio 2020

Bari

di Le righe di Ornella

“Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”. Non ricordo di averla mai sentita da un barese, ma da tutti gli altri, sì e parecchie volte.

A Bari ho vissuto per 8 anni, e ce l’ho nel cuore come la pasta, il mare, e altre cose. Quando ci siamo stabiliti avevo 5 anni e 13 quando siamo andati via, per cui i giri per la città erano soprattutto familiari. Per iniziare, anche Bari ha la sua Piazza San Pietro, che è un’area archeologica in cui sono stratificati ben 3000 anni di storia; si trova a Bari Vecchia ed è in fase di valorizzazione, se non hanno finito i lavori.

Bari è sorta nel territorio della Peucetia, cioè la parte centrale della Puglia, quando si chiamava Apulia. Passò ai Romani, poi ai Saraceni, poi ai Bizantini e con essi divenne il maggior centro commerciale, politico e militare dell’Impero d’Oriente. Cadde di nuovo sotto i Saraceni e poi arrivarono i Normanni. Alla fine del 1100, Bari era il porto più importante di imbarco per le Crociate. Forse il periodo di massimo splendore lo ebbe con gli Svevi, sotto Federico II, quando Bari conobbe anche un grande sviluppo culturale e artistico. Poi cambiò tutto con gli Angioini. Ho scoperto di recente che Bari fu assoggettata anche gli Sforza, Duchi di Milano. Per la costruzione della Città Nuova si dovrà aspettare il 1813 e il merito sarà di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone Bonaparte.

A parte questo alternarsi di tempi buoni e cattivi (come ovunqe), è famosa anche per l’attaccamento al Patrono, San Nicola, vescovo di Mira le cui ossa furono portate a Bari per salvarle dal saccheggio saraceno. A questo Santo sono attribuiti vari miracoli ed è considerato il protettore dei marinai. Ogni anno arrivano a Bari migliaia di pellegrini, soprattutto a maggio, quando si dedicano al Santo 3 giornate di processioni e cortei storici che ricostruiscono il trasporto delle sue ossa. Da alcuni anni, si è aggiunta anche l’esibizione delle Frecce Tricolori.

Un altro evento annuale importante e antico è la Fiera del Levante. Nata nel 1930, per celebrare la tradizione mercantile di Bari e della Puglia con i Balcani e con i Paesi del Mediterraneo, si è sempre di più rafforzata nei decenni che seguirono, diventando un evento di grande attrazione internazionale. Per me era un appuntamento fisso. Essendo piccola di statura, (da bambina ancora di più) molte cose non riuscivo a vederle, poiché gli adulti mi toglievano la visuale, ma ricordo che i padiglioni preferiti erano quelli di barche a vela, roulottes e campers. Un altro appuntamento fisso era dal venditore di zucchero filato e poi alla casa in legno dei prodotti gastronomici della Calabria.

Oltre a queste incrollabili certezze, a Bari c’è il bellissimo castello Normanno-Svevo: si trova alle porte della Città Vecchia e si affaccia sul mare, sito tipico dei castelli guardiani della città. E’ stato carcere, caserma, residenza per nobili e oggi ospita mostre ed eventi culturali, oltre agli uffici della Soprintendenza dei Beni Ambientali, Architettonici e Storici della Puglia.

La Basilica di San Nicola, famosa nel mondo quanto il Santo, la Basilica di San Sabino. Questa Basilica è famosa poiché ogni solstizio d’estate la forma del rosone posto in alto sulla facciata, evidenziata dai raggi solari, combacia perfettamente con il mosaico posto sul pavimento. Se trovate in rete il video, riguardo questo fenomeno, guardatelo perché l’effetto è spiegato molto meglio che da me. Piazza del Ferrarese, Piazza Mercantile con il Palazzo del Sedile e la Colonna della Giustizia, che i baresi chiamano “colonna infame”. Il bellissimo lungomare Di Crollalanza, e poi i teatri, in passato mortificati, ma ora in piena attività.

Per chiudere, dopo questo elenco importante, le orecchiette. Passeggiando per le vie della Città Vecchia, troverete fuori dalla porta di casa, tante signore che preparano orecchiette a mano, come nella migliore tradizione. Questa è una delle attività che negli ultimi anni ha contribuito a risollevare questa parte della città e a ripulirla dall’etichetta di “zona pericolosa” per i turisti. Bene, io mi fermo qui, anche perché il fidanzato di una delle mie figlie è un barese doc e non vorrei farlo arrabbiare, sbagliando qualcosa. Anche perché deve ancora digerire il mancato passaggio in B della SSC Bari.

A presto.

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Pensare alla spesa come a una attività rilassante è, per me, cosa recente. Da ragazzina, mi scocciava proprio e speravo sempre che mia madre lo chiedesse alle mie sorelle. Mio fratello, invece, era troppo piccolo. Alcune volte la scansavo, altre no.

Poi le cose sono cambiate e devo dire che, tranne che in situazioni fastidiose (pioggia, mal di testa), mi piace proprio. L’ultima volta in cui ho parlato di buone maniere, avevo tirato in ballo gli ambienti di lavoro e il rapporto fra pubblico e privato, fra dipendenti e capi, fra clienti e professionisti o titolari.

Oggi parlerò di negozi e supermercati, e in particolare del comportamento di noi che andiamo a fare la spesa. Certo, negli ultimi mesi abbiamo conosciuto una modalità completamente nuova di acquistare, ma in fondo le regole sono le stesse.

Intanto, la regola più scontata: salutare quando si entra in un negozio (e anche quando si esce). Il rispetto della fila: sembra strano doverne parlare, eppure accade ancora che qualcuno “per distrazione” passi avanti. Entrando in un negozio, eviteremo di mangiare e bere le nostre merende da strada, come se fossimo a un pic-nic; se abbiamo un animale domestico con noi, lo terremo in braccio. Potremmo aver bisogno del consiglio di un commesso/a: in questo caso tireremo fuori tutto il meglio che ci contraddistingue (compreso un sorriso). Nei negozi in cui sia permesso toccare la merce, la maneggeremo con garbo, e la riporremo esattamente nello stesso posto e nella stessa posizione. Nessun commento sui prezzi con il personale, soprattutto ad alta voce.

In un supermercato, avremo la fortuna di godere di spazi ampi, molto utili se in lontananza abbiamo intravisto la più curiosa o pettegola (fate voi) delle nostre amiche; le corsie larghe ci consentiranno di sgattaiolare con il carrello, evitare di incrociarla e sperare di non ritrovarcela dietro mentre siamo in fila al banco salumi e formaggi. Immaginate la scena: state tentando di non svenire a causa di quel tripudio di profumi, già pensate a quando sarete a tavola, vi sentite bussare sulla spalla e capite che alla fine vi ha beccato!

A pensarci, a me non potrebbe capitare perché non ho amiche pettegole. E per finire, quando siamo alla cassa manteniamo una buona distanza da chi paga con carta. La riservatezza è sempre la benvenuta.

Agli antipodi del supermercato, ci sono i negozi di prossimità: non dimentichiamoli perché hanno fatto e spero faranno sempre la storia di un quartiere e di una città. Sono spesso piccoli, passano di padre in figlio e creano un legame con i clienti che va oltre il semplice acquisto. Tenerli da conto è fare la riverenza alla tenacia e alla passione per il lavoro. Ed è da buone maniere.

Buon sabato e buoni acquisti

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Uno dei romanzi più belli che abbia mai letto; scritto da Guy de Maupassant e pubblicato nel 1887. Per quanto mi riguarda fu il secondo che lessi in lingua originale, cioè in francese, dopo “Il docteur Pascal”, di cui ho scritto qualche settimana fa. Ricordate?

Questi 2, fra l’altro, erano fra i 5 romanzi che avrei dovuto portare all’orale dell’esame di francese, quando frequentavo l’università, che non finì mai.

La storia si svolge a Le Havre (dove credo che Maupassant frequentò il liceo) ed è il racconto di una famiglia come tante. Padre, madre e due figli: Pierre e Jean. Pierre è il primogenito, è un medico e ha una personalità molto interessante. E’ dotato di una intelligenza vivace ma essendo anche molto irrequieto, finisce per collezionare esperienze di vita fallimentari, di cui si cura poco dal momento che vive con i genitori, e quindi in una atmosfera ammorbidita e protetta. Nutre un attaccamento profondo per la madre. Jean, il secondo, ha una individualità si potrebbe dire, opposta al fratello. E’ docile, senza troppi slanci, non ha particolari velleità, e dà l’impressione di essere facilmente influenzabile. Anche lui vive con i genitori, fa l’avvocato e corteggia una giovane vedova, amica di famiglia.

Il padre, un gioielliere in pensione che si dedica alla pesca e a tutto ciò che riguarda il mare; Maupassant lo disegna come un uomo arido, incapace di slanci affettivi e da gioielliere, interessato solo agli affari. La madre dei ragazzi, è una donna che subisce le convenzioni sociali, si è sposata molto giovane e ha in qualche modo anestetizzato la propria esistenza, se si esclude l’amore per i figli. Obbedisce al cliché del suo tempo e vive di un bel ricordo.

Fin qui niente di eclatante, ma un evento felice, che arriverà a metà del romanzo (forse prima), sconvolgerà le vite dei 4 e niente sarà più come prima.

Pierre sarà il personaggio più colpito da questo evento e da ciò che esso comporterà. La sua sensibilità, la sua capacità di osservazione del genere umano, non gli consentiranno di continuare a vivere, fingendo che sia tutto come sempre.

E sarà in quel momento che la sua vita prenderà una piega inaspettata e definitiva, lontano dalla sua famiglia, per mare.

A dispetto della prevedibilità di giornate familiari sempre uguali a se stesse, questo romanzo è capace di suscitare belle emozioni, che non posso e non voglio svelare, in quanto uniche per ciascun lettore, e quindi mi fermerò qui. Buona lettura e al prossimo libro.

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Già, come? Ce lo dicono 3 attrici, che impersonano 3 modelle in cerca del colpo grosso per sistemarsi in grande stile. Marilyn Monroe, Lauren Baccall e Betty Grable sono le protagoniste di questa commedia del 1953 di Jean Negulesco, regista, sceneggiatore e tanto altro, rumeno ma naturalizzato statunitense. La commedia è appunto “Come sposare un milionario”.

Dunque queste 3 modelle sono determinate a sposare uomini molto ricchi e come prima cosa vanno ad abitare in un lussuoso appartamento di New York. Da lì iniziano a macchinare per portare a termine la loro missione, di cui state tranquilli, non rivelerò nulla. La commedia è molto gradevole: Lauren Baccall è perfetta nei suoi panni sofisticati e con la sua voce bassa e nasale, che era il suo distintivo; Betty Grable molto fine e gentile e Marylin Monroe, davvero simpatica nella parte di una bellissima ragazza, miope come poche, che pur di non inforcare gli occhiali da vista, garantisce il divertimento degli spettatori, con episodi divertenti.

Divertente è anche il riferimento che Lauren Baccall fa in una scena, quando nomina l’attore Humphrey Bogart, che nella vita era già suo marito.

Che altro aggiungere? Belli e divertenti i dialoghi effetto ping pong, i costumi e le ambientazioni. Chi volesse potrebbe prendere spunto per mettere a segno il più classico dei matrimoni d’interesse ma attenzione al finale, le sorprese ci sono.

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Mia nonna Oronzina diceva sempre: “Capelli e peccati crescono in quantità!”. A me faceva ridere questa accoppiata, però la verità era che mia madre i capelli ce li tagliava continuamente, di commettere peccati neanche a parlarne, quindi il proverbio rimaneva una bella sentenza a effetto, e niente più.

A parte le vignette tragicomiche, dell’uomo preistorico che trascina la donna per i capelli, che forse all’epoca non erano un’arma di seduzione, le donne nell’antichità hanno sempre avuto cura dell’igiene e della bellezza di corpo e capelli. Le prime testimonianze di utensili simili a un pettine, ma usati per districare filamenti di piante tessili, sono in Nord Europa. Erodoto diceva: “Gli Egizi preferiscono essere puliti piuttosto che belli”. Infatti per loro la cura dei capelli e più in generale del corpo era fondamentale. Cleopatra seguiva una routine di bellezza molto impegnativa che le assicurava dei capelli perfetti. Per gli Egizi, inoltre, era consuetudine mettere un pettine nella bara con il defunto. I Greci, invece, offrivano pettini alle divinità, ed erano di vari materiali, anche preziosi (osso, legno, corno, argento e oro).

Durante il Medioevo non ci furono grossi cambiamenti nella produzione del pettine, a parte l’introduzione dell’avorio come materiale per la sua costruzione. Nel 1600, l’uso del pettine si diffuse anche tra gli uomini, sia per la moda del tempo, sia perché iniziavano a vedersi le famose parrucche, che saranno tanto in voga nel secolo successivo. Di questo periodo saranno i primi pettini in tartaruga.

Con i “ruggenti anni ’20” si diffusero i pettini da testa. Erano pettini lavorati che servivano a tenere ferme le acconciature ma che ebbero diffusione solo fino a quando le donne non scoprirono tagli sempre più corti che ovviamente non ne richiedevano più l’uso.

La spazzola, invece, così come la conosciamo noi, risale al 1400 quando a Norimberga fu avviata la produzione. Successivamente, altre fabbriche si diffusero in Europa e principalmente a Liverpool, verso la fine del 1700. La consuetudine che è anche il titolo di oggi, si è persa quando si sono abbandonate le acconciature che prevedevano capelli molto lunghi. Tipo quelli di Elisabetta di Baviera. Avete presente?

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Spunta dal buio, con il suo mantello nero, il cavallo nero e il viso basso. Non desidera parlare e non vuole che gli si parli, così ha lo sguardo rivolto dove non c’è nessuno. E’ il cavaliere nero, ma non uno qualsiasi. E’ il mio. Può darsi che ogni donna abbia il suo. Il mio non assomiglia a nessun altro.

Vive in una città antica, vecchia e giovane; grandissima e verdissima, tagliata in due dal fiume “sacro ai destini di Roma”. E’ molto alto e se cammino qualche passo avanti a lui, invece che accanto, allunga la mano e la poggia sulla mia spalla, perché niente deve sfuggire al suo controllo. Le sue idee sono forti, si batte per esse e si arrabbia se qualcuno le contesta. Se è di buonumore, è molto socievole e nessuno direbbe che sia timido, e invece sì. Dice che preferisce leggere in estate, ma per suonare il basso o la chitarra ogni stagione è giusta. Se urla è come Giove Tonante, ma quando ride è contagioso. Quando mi fa arrabbiare, la sua risata mi basta per perdonarlo (io non lo faccio arrabbiare mai).

Si sveglia che il sole c’è già, ma gli piace rubare dei minuti alla mattina. Poi si alza, e una cascata di acqua tiepida lo sveglia del tutto. Quando si sente fresco e pulito, mi bacia. Intanto la tavola è pronta per la colazione e gli piace la varietà. Poi sella il cavallo e parte per le sue missioni. Tra lui e il suo cavallo c’è un accordo: se non gli imporrà l’andatura, non sarà disarcionato. In queste sue missioni spesso ha un vessillo. Fa parte del suo Credo. Quando incontra altri cavalieri è gentile e camerata; premuroso con le dame e loro con lui, direi un po’ svenevoli con lui.

Tra un fatto e un altro manda il suo falco da me, con poche righe su un rotolo di carta e il falco non riparte fino a quando non ho scritto una risposta. Succede molte volte, per tutto il giorno. Povero falco. Ad un certo punto della giornata, inizia ad avere fame ma mangia poco e male. Non ha tempo, lui e il suo cavallo corrono sempre fino al tramonto.

Poi si ferma, ma non smette di chiedersi se abbia fatto tutto quello che poteva e doveva e con questo pensiero torna al castello. E’ molto stanco ma sa come ricaricarsi. La musica è la soluzione, perché è sua complice da sempre e ascoltarla lo rinfranca. Anche suonarla lo rinfranca. Poi ci sono altre cose a cui non rinuncia. Tipo guardare due compagnie che corrono incontro a un pallone e se lo contendono, se lo rubano, anche provocando capitomboli e cadute degli avversari e vince chi, tirandolo, centra una porta fatta di rete. Se non vince la compagnia del cuore, vi consiglio di stargli lontano abbastanza da non essere investiti dai suoi dardi!

Dal castello vede la sua città e si commuove, perché è bellissima e perché è maltrattata. Dice che se ne andrebbe per non vederla sfiorire, ma sa bene che non lo farà. E poi ci sono io. E può bastare.

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Quando ero piccola, “Basilicata” mi faceva sorridere perché pensavo al basilico, al pomodoro fresco, al sugo e per finire, dulcis in fundo, alla pasta. La gioia pura. Ovviamente Basilicata e basilico non c’entrano fra loro, ma all’epoca non lo sapevo. Così come non sapevo che fra il 1932 e il 1947, si chiamò Lucania in ricordo dell’antico nome, che però era riferito ad un’area un po’ diversa, della Regione così come la conosciamo oggi.

La prima volta che entrai in terra lucana fu per andare ai Laghi di Monticchio. Avrò avuto fra gli 8 e i 9 anni, e i miei genitori con i loro amici, organizzarono questa giornata all’aria aperta ai laghi. Non ricordo tutta la giornata, ma con i miei fratelli e con gli altri bambini presenti, ci divertimmo parecchio, anche perché il tempo era bello.

Passarono parecchi anni e ci tornai da sposata e mamma. Anche quella volta, beccammo la bella giornata e le mie figlie, anche se molto piccole, si divertirono. Nella stessa giornata, riuscimmo a ritagliarci una visita all’Area Archeologica di Metaponto, la più antica della Basilicata e che si trova tra i fiumi Bradano e Basento. Fondata dai Greci, divenne un importante centro di produzione del grano e fu la residenza di Pitagora, dopo l’esilio da Crotone. All’interno dell’area si possono visitare le Tavole Palatine, i Templi dedicati ad Apollo, Atena e Afrodite e il Castro Romano. Nel Museo, invece, tutti i reperti emersi durante gli scavi.

Per il pranzo scegliemmo Bernalda. E’ un Comune della provincia di Matera, anticamente chiamato Camarda, la cui fondazione è più recente degli altri centri greci; dopo il saccheggio di Metaponto, da parte dei Romani, molti metapontini si trasferirono in un territorio, che appunto chiamarono Camarda.

La scelta di pranzare lì fu azzeccata perché mangiammo benissimo ma, lo confesso, non riuscì ad assaggiare il famoso sanguinaccio. Non ero pronta (neanche adesso). Se siete da quelle parti, oltre a chiese, palazzi e piazze, vi consiglio il Castello, di epoca Normanna e forse anche Angioina.

Per quel giorno fu abbastanza. Negli anni ho avuto altre occasioni di visitare la Regione. Matera, con i famosi Sassi, il Castello Tramontano, la Basilica Cattedrale, il Museo delle torture e molto altro; la Cripta del Peccato Originale, invece, non l’ho ancora visitata. So però che è soprannominata “Cappella Sistina del rupestre”.

A Potenza ci siamo andati una domenica di fine ottobre. Era la Giornata della Falconeria e in generale, la città era addobbata alla maniera medievale. I falconieri indossavano costumi d’epoca e i falchi erano parecchio annoiati perché c’era vento, e non andava bene per i numeri che dovevano fare. Di Potenza non abbiamo visitato nulla, se non gli spazi dedicati al tema della giornata.

Dopo alcuni anni sono tornata ai Laghi di Monticchio, aggiungendo Lagopesole e Venosa al giro, organizzato da una associazione culturale. Lagopesole è una frazione di Avigliano ed è conosciuta per il Castello, uno dei castelli associati a Federico II di Svevia. Se non ricordo male, di tutti i suoi castelli, è l’unico a possedere al suo interno una cappella. Venosa fu l’ultima tappa della giornata. Intanto, la leggenda dice che si chiami così in onore alla dea Venere, sua fondatrice ma è conosciuta soprattutto per essere la patria di Orazio, oltre a una importante colonia romana.

Subito l’intera area archeologica, che è grande e interessante. Poi la casa di Orazio, ma solo da fuori. Infine una passeggiata per la cittadina, e tutto questo con guide molto simpatiche e preparate.

Tutto bello, ma la prossima volta che avrò l’occasione di andare in Basilicata, sarà al mare, Tirreno o Ionio lo deciderò al momento. Buon viaggio!

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Nella top ten dei luoghi comuni, “il cliente ha sempre ragione” è ai primi posti. Io dissento. Per me le persone hanno ragione quando hanno ragione, e hanno torto quando hanno torto, a prescindere dal ruolo del momento. Argomento di oggi? Le buone maniere sul posto di lavoro.

I luoghi di lavoro sono diversi fra loro; alcuni prevedono la presenza di un pubblico esterno, altri sono chiusi. A parte questa differenza, sono luoghi in cui si trascorre buona parte della giornata e quindi la convivenza fra colleghi, fra dipendenti e capi, fra lavoratori in proprio e clienti, deve essere regolata. Perché è un bene per tuti. Cominciamo dall’ufficio. All’inizio di un lavoro, abbiamo ben in mente le regole da osservare per entrare a far parte di un team: discrezione e capacità di osservazione.

La prima sarà il nostro miglior biglietto da visita, la seconda sarà utile a noi per capire in che ambiente siamo finiti, o semplicemente arrivati. Anche per questo la discrezione sarà fondamentale. Poi viene il resto: presentiamoci con nome e cognome; non so perché ma oggi non lo fa nessuno e ci faccio sempre caso, poiché a me fu insegnato da piccola e siccome non sapevo pronunciare la “c”, la cosa era più o meno questa: “Mi chiamo Ornella Tandia”. Poi arrivò la pronuncia giusta, ma nel frattempo avevo consolidato questa abitudine.

Il cognome non è un dettaglio, anzi. Ci colloca e ci rappresenta e diversamente dai vari “tesoro, amore, caro” è personale. Se chiamo “tesoro” tutti i colleghi che ho, sto implicitamente ammettendo che

1. non ricordo come ti chiami;

2. tu o un altro non fa differenza.

Agli uomini un po’ distratti, consiglio di non cedere alla tentazione di usare per la collega quel “tesoro” che usate per vostra moglie. Non si sa mai. Nelle presentazioni a persone di grado superiore aspetteremo che ci tendano la mano. La stretta sarà naturale, né molliccia né militaresca.

Se invece siamo dalla parte di chi accoglie un nuovo collega, non cediamo alla tentazione di squadrarlo dalla testa ai piedi e di sommergerlo di domande e, soprattutto, evitiamo commenti inopportuni. Con il passare del tempo, quando il ghiaccio sarà sciolto, si farà strada la confidenza che però non dovrà mai oltrepassare i limiti della buona educazione e del rispetto. “Per favore” e “grazie” non hanno scadenza e non passano mai di moda. Questo aiuterà a mantenere equilibrato e leggero l’ambiente, anche nelle giornate più difficili. Un linguaggio adeguato così come l’abbigliamento, completeranno il quadro.

Nei luoghi di lavoro in cui sia prevista la presenza di pubblico o clienti, l’abitudine alla buona condotta deve essere anche più radicata. Questo ci aiuterà a sopportare (non mi viene in mente un altro verbo) i capricci di utenti e clienti, che non mancheranno mai. E comunque saremo chiamati al dovere di comportarci al meglio. Giorni fa, ero a far la fila in ospedale (situazione tipica) e dopo soli 5 minuti dall’apertura degli sportelli, sono partite le prime discussioni tra utenti, e poi fra impiegati e utenti. Due mesi di isolamento in casa, non sono evidentemente bastati a rendere più lievi i prepotenti e più accomodanti i polemici. Anzi.

E adesso veniamo alla frase che è anche il titolo di oggi. E’ la croce di artigiani, commercianti e professionisti; in più è retrograda e offende il lavoro. Non ho torto solo perché sono titolare di una attività e non ho ragione solo perché sono un cliente.

Spesso i clienti ignorano o dimenticano la differenza tra “luogo pubblico” e “luogo aperto al pubblico”. Un luogo pubblico appartiene allo Stato: giardini, parchi, piazze e tanti altri, sono luoghi pubblici ( e si devono rispettare in quanto di tutti e di nessuno). Pizzerie, bar, negozi, sono luoghi privati in cui è consentito l’accesso rispettando delle regole. Faccio per dire: tenere a bada i propri figli, rivolgersi con gentilezza al personale in servizio, rispettare le regole del posto, sono cose scontate per la maggior parte dei clienti, ma non per tutti. Quindi evitiamo di far parte dell’elenco di compratori che nessun negoziante vorrebbe nel proprio negozio, e non piagnucoliamo per avere lo sconto. Chiederlo è consentito, ma senza insistenze e battito di ciglia. Se i prezzi di un negozio sono al di sopra delle nostre possibilità, sarà più semplice per tutti sostituirlo con un altro.

Ai titolari è richiesta pazienza e umiltà. Sì, avete letto bene: umiltà. Più di una volta ho assistito a giovani arroganti trattare con sufficienza clienti anziani. Perché lo fate?

Personalmente, mi considero fortunata perché nella mia vita sono stata dipendente e titolare e quindi ho più punti di vista e questo mi aiuta a relazionarmi nel modo giusto (spero). Per me, ogni persona che entrava nel mio negozio era un potenziale di crescita, ma non nascondo che negli anni ho fatto in modo che un paio di clienti non tornassero più, e ci sono riuscita. Dirò che “dimenticavano” che il negozio era mio e avevano la pretesa di fissare delle regole. Così, gli ho fatto passare la voglia di tornare. Con il sorriso, si intende.

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Se un giorno conoscerò qualcuno al Ministero dell’Istruzione, gli chiederò perché alla scuola elementare è previsto l’insegnamento della poesia “La pioggia nel pineto”, di Gabriele D’Annunzio.

E’ una delle poesie più difficili, per un bambino, che io abbia mai letto. Forse non solo per un bambino; in ogni caso non è di questa poesia che voglio scrivere.

L’argomento, come suggerisce il titolo è appunto “Il piacere”, primo romanzo di D’Annunzio. Lo scrisse in soli 6 mesi e fu pubblicato nel 1989, lo stesso anno in cui uscì Mastro Don Gesualdo, di Giovanni Verga. La trama si sviluppa tra Roma e Francavilla, in Abruzzo. Andrea Sperelli, il protagonista, è un aristocratico che, pur molto giovane, ha collezionato tante storie d’amore ma una più di tutte, lo tormenta con il suo ricordo. Si tratta della relazione con la passionale Elena Muti, anche lei nobile, che sa di avere un forte ascendente sull’amante. Elena esce di scena, temporaneamente, nella prima parte del romanzo dopo avergli annunciato la sua partenza da Roma. Andrea, reagisce male di fronte a questa decisione e ricomincia con le sue avventure galanti e senza impegno, fino a scatenare la gelosia dell’amante di una di esse, che lo sfida a duello.

Pur essendo un abile spadaccino, Sperelli rimane ferito e, per la convalescenza, accetta l’invito di sua cugina, in Abruzzo. Lontano da Roma, spera di ritrovare un po’ di pace e anche la lucidità per riflettere su se stesso. Oltre a lui, ospite della cugina è una sua amica, Maria Ferres con sua figlia piccola. La conoscenza di questa donna, che giorno dopo giorno si trasforma in attrazione e poi innamoramento, e che viene concepita dall’Autore come l’opposto di Elena, sarà la trama del resto del romanzo, fino alla sua conclusione. Della quale non vi dirò nulla, ovviamente.

Quello che posso dire, invece, è che secondo me, D’Annunzio come tutti i decadenti, non è un Autore per giovani. Esattamente quello che pensai dopo aver letto “Controcorrente”, di Joris Karl Huysmans. Lo conoscete? E’ molto bello, ma non è un’opera da ombrellone, credetemi.

Il prossimo romanzo di D’Annunzio che leggerò è “La figlia di Iorio”, per il quale inventò il nome Ornella. Perché, per i pochi che non lo sanno, D’Annunzio fu inventore di termini e nomi propri. Buona lettura

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