Archivio mensile

Agosto 2020

Paprika

di Le righe di Ornella

Lo lessi a 15 forse 16 anni sotto l’espressione di disappunto di mio padre, che, però non mi impedì di finirlo. In effetti era un po’ forte, ma non impossibile.

Ricordo che lo lessi in estate, in campeggio, ma dopo tanti anni non riesco a ricordare chi me lo prestò. Di certo non era mio.

Paprika è del 1935, ed è probabilmente il lavoro più simbolico di Eric von Stroheim, scrittore, regista e attore cinematografico austriaco, naturalizzato statunitense; ha cadenze che fanno pensare più a un film che a un romanzo e anche il tentativo di volerlo collocare in una corrente letteraria precisa, risulta complicato poiché nasce come un romanzo naturalistico ma poi finisce per ricordare i romanzi dei primi dell’800 che comparivano, a puntate, sui giornali. Che non è un demerito: grandi scrittori hanno scelto questa strada, anche se non per tutti i romanzi.

Dunque Paprika è il nome della protagonista, una gitana bionda e bella. A proposito, avevo dimenticato di precisare che la storia si svolge in un villaggio di gitani: Jancsi innamorato di lei ma anche fidanzato con Ilonka, sorella del principe Estervary, Zoltan personaggio sinistro e la trama che è il mezzo con il quale questo Autore austriaco spiega lo stretto legame fra amore e morte e anche la sua idea di eros un po’ prepotente ma anche delicato, scandaloso ma anche pieno di dolore, e infinitamente tenero. Poi tutt’intorno i ritmi, i colori e le tradizioni di questa gente.

Di più non posso dirvi, anche perché la conclusione del romanzo si scopre praticamente subito e questo potrebbe far perdere interesse al lettore, ma la penna di Eric von Stroheim è capace di tenervi incollati al romanzo fino alla fine, credetemi.

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Sapevo che ci sarei ricascata. Rieccomi a scrivere di Cary Grant e Ingrid Bergman, in uno dei film più passionali e intriganti che abbia mai visto. Non meno importante, Claude Rains, attore britannico presente anche in Casablanca e altre pellicole che hanno marcato il cinema americano.

Notorious è del 1946, il regista manco a dirlo Alfred Hitchcock, ed è insieme sentimentale e thriller. Non è un caso isolato di film con più filoni ma è forse l’unico o uno dei pochi a essere stato inserito, dall’American Film Institute, sia nella lista dei migliori 100 film thriller di tutti i tempi che nella lista dei 100 migliori film sentimentali di tutti i tempi. E se lo merita.

La Seconda Guerra Mondiale, in Nazismo e le sue spie, il Brasile che ai nazisti piaceva tanto, l’uranio, due uomini innamorati della stessa donna, la mamma di uno dei due in perfetto stile “suocera ricca” sospettosa e ingerente (ruolo interpretato da Leopoldine Kostantin), e cos’altro? Lei bellissima, triste e spesso con il bicchiere in mano, lui con il suo fascino ermetico e senso del dovere, l’altro cattivo con classe, ma innamorato e morbido al punto da sembrare quello buono, fino a un certo punto però. Tutto in bianco e nero, come se il colore potesse alleggerire l’atmosfera volutamente cupa.

Il titolo poi, è una parola inglese che vuole dire sia conosciuto che malfamato e il riferimento è al personaggio interpretato dalla Bergman. E la colonna sonora? Di Roy Webb, gran bel nome nel mondo cinematografico.

Devo dirvi altro? No, guardatelo e non fatevi venire in mente di diventare spie. E’ pericoloso.

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Lo so bene: la frase conosciuta è al contrario. Ma è di alberghi che voglio scrivere questa volta. Gli alberghi nel tempo. Sì, perché la curiosità di conoscere posti nuovi, o la necessità di spostarsi da un luogo all’altro non appartengono solo all’uomo contemporaneo e neanche all’uomo moderno, ma sono condizioni antiche che riguardano l’umanità dalle origini.

I primi alberghi o edifici adibiti a sistemazione per una o più notti, furono Greci. Leonidaion, per citare uno dei più antichi, si trovava a Olimpia e ospitava gli atleti che partecipavano alle Olimpiadi. Anche gli Spartani si occuparono di costruire un edificio per ospitare e fu il primo su due piani, una novità per l’epoca. Il più famoso però è sicuramente il Santuario di Asclepio, dove gli ospiti si trattenevano anche per sottoporsi a cure mediche.

Intanto, è bene sapere che né i Romani, né dopo, durante il Medioevo, questi alloggi venivano chiamati alberghi. Per i primi erano taverne, per i secondi osterie.

Fu durante il XVII secolo, che queste strutture presero la definizione di albergo, acquisirono delle caratteristiche proprie, e anche un nome distintivo. Oggi, sparsi per il mondo, e ovviamente anche in Italia, ci sono diversi alberghi molto antichi,per esempio edificati dopo il 1000 e quindi ricchi di storia, che non hanno mai cambiato destinazione d’uso e sono normalmente aperti ai viaggiatori. Io li ho visti solo in foto e mi auguro che un giorno sarò anche ospite.

Intanto, chi viene in vacanza in Puglia, avrà scoperto le famose masserie, oggi spesso trasformate in alberghi di lusso. Nel Meridione sono presenti un po’ ovunque, ma credo che Puglia (soprattutto in Valle d’Itria) e Sicilia abbiano il numero maggiore di queste costruzioni fortificate.

Anticamente, la masseria era una azienda agricola in cui, oltre agli ambienti di lavoro, aperti e chiusi, c’erano gli alloggi privati sia dei proprietari terrieri, spesso nobili, sia dei contadini con le famiglie.

Se volete invece alloggiare in un albergo antico quanto il Regno di Napoli, allora potrete ripercorrere le tappe del Grand Tour. Sapete di cosa si tratta? Il Grand Tour era una esperienza di viaggio lunga, ma senza un tempo preciso di inizio e fine; era quasi sempre nelle esclusive possibilità dei nobili, e si svolgeva nell’Europa sulla terraferma. Lo scopo del viaggio era didattico e (questo l’ho scoperto da poco) la parola turismo, deriva proprio da questa esperienza.

E voi, avete mai soggiornato in un albergo antico?

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Da dove inizio? Questa è la prima domanda che mi faccio, ogni mattina. Devo intanto decidere se cedere alla basica pigrizia (sono nata di domenica a colazione) che mi porto dietro da sempre, o alla voglia di fare tante cose, che pure non mi manca.

In mezzo il senso del dovere, che dice più o meno così: “Scorda di poter stare seduta a non far niente e scorda di poter fare solo quello che ti piace, perché ti tengo d’occhio.”

Avete capito?

Così, dopo colazione e tg, è tempo di mettere a posto varie cose “dimenticate” qua e là per casa. Chiudere cassetti e armadi, spolverare, rifare i letti, caricare la lavatrice. Stendere il bucato con un occhio alla biancheria, e un altro ai gechi che popolano il giardino condominiale e mi degnano della loro presenza, salendo sul mio balcone.

Mi ricordo che, anni fa, una persona della mia famiglia, che non nominerò, si tolse la camicia rosa e la lanciò sul monitor del computer. Era un venerdì sera, e non mi preoccupai della cosa, poiché ero certa che avrebbe acceso il computer e liberato il monitor-servomuto. Andò diversamente. Sì, perché accese un altro computer. All’epoca in casa mia ce n’erano ben 5. Così, per tutto il fine settimana fui certa che la camicia (prima o poi) sarebbe stata messa in lavatrice, e invece il lunedì mattina la misi io. Questo avviene un po’ per tutti gli oggetti che si prendono, si usano e si lasciano lì dove sono serviti. Moltiplicate per il numero medio di una famiglia e ditemi voi. Una babilonia.

Anni fa mi consolavo guardando le riviste di arredamento, dove magicamente monolocali lillipuziani potevano contenere un sacco di roba ben organizzata e ordinata. Io poi, riconosco di avere il senso dell’organizzazione e della pianificazione, eppure il risultato non è mai soddisfacente e non è mai duraturo. Alla fine, quelle riviste, ho smesso di comprarle.

Anche ora, mentre scrivo, ci sono cose intorno a me fuori posto, e anche se le fisso minacciosa, non si spostano. Sanno che alla fine cederò e le sposterò io. Poi, anche per il mio lavoro di antiquaria, ho la tendenza a conservare e quindi il rischio di cadere in quella terra di mezzo che è “manca poco al caos”, è prossimo. Quindi, ordine e disordine, cosa sono? Mi sono documentata: l’ordine è la nostra idea personale di sistemazione degli oggetti nello spazio a disposizione. Non è detto che debba essere uguale per tutti e sempre uguale a se stesso; il disordine è l’invasione degli spazi altrui.

E con questo tentativo di spiegare la differenza, vi saluto anche perché ho da mettere a posto un po’ di cose. Poi, un giorno metterò a posto un po’ di persone. Senza fretta

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