Archivio mensile

Settembre 2020

Butch Cassidy

di Le righe di Ornella

Quando uscì questo film avevo 4 anni. Troppo piccola sia per Paul Newman che per Robert Redford, i quali per la delusione sposarono altre donne. Anche ora sono piccola, ma solo di statura.

Non mi viene in mente un altro film, in cui i protagonisti siano una bella sfida per lo spettatore: belli e bravi. Con vite brillanti ma anche drammi familiari molto difficili da sopportare, due fra gli attori che hanno fatto veramente la storia del cinema americano.

È un film che ho sempre visto male e questo articolo lo considero un azzardo, ma provo lo stesso a scriverci su qualcosa. La prima cosa è che fa parte della famosa lista dei 100 migliori film americani, secondo l’American Film Institute. Ha cambiato posizione ma c’è sempre.

Intanto, il film è biografico perché Butch Cassidy e Sundance Kid non sono solo i nomi dei personaggi; sono pseudonimi di ladri professionisti vissuti in America nella seconda metà del 1800. Facevano parte del “Mucchio selvaggio” banda di ladri, specializzata in assalti a banche e treni.

La trama. I due “colleghi” e amici, sono anche esperti tiratori, specie Sundance (Robert Redford). E siccome sono sempre in cerca di nuove zone da esplorare decidono di trasferirsi dal West in Bolivia. Prima di partire, convincono la loro amica Etta (Katharine Ross) a unirsi a loro. Katharine Ross, bellissima ai tempi del film, e anche oggi. Etta Place, è una insegnante da sempre innamorata di Sundance che spesso li ospita, o nasconde, dopo una rapina. L’arrivo in Bolivia segnerà l’inizio della parte più movimentata del film e ovviamente vi toccherà guardarlo per sapere di cosa si tratta. Io non ve lo dico.

Questo film ha collezionato un certo numero di premi fra Oscar, BAFTA, Golden Globe, e altri concorsi. Oscar anche alla musica per Burt Bacharach e Hal David (e mi sarei meravigliata del contrario).

Bene, se lo avete visto e volete aggiungere qualcosa che ho tralasciato, la sezione commenti vi aspetta. Se non l’avete visto, rimediate. Ciao

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Vi siete mai chiesti se fosse più corretto dire campanella o campanello? Io sì. Ebbene, non c’è errore perché la campanella era un cerchio, spesso in bronzo, fissato alle pareti esterne delle case, specie in epoca medievale e rinascimentale. Si usava per legare le briglie dei cavalli, come semplice ornamento oppure per infilare le aste delle bandiere; poi divenne battenti sulle porte.

Il campanello, più o meno come lo conosciamo noi, è uno strumento che, se agitato, riproduce un suono per via di un cordoncino fissato al suo interno. I primi campanelli si realizzarono in bronzo e stagno, proprio per ottenere il suono, cioè il tintinnìo voluto.

Andando a ritroso, scopriamo che Greci e Romani furono i primi a servirsene: nelle case, in ambienti militari, e nelle funzioni religiose erano presenti.

Generalmente semplici se non grossolani fino al Rinascimento, quando si iniziò a produrre campanelli che fossero anche belli da guardare. Si cominciò a modellare il manico, con decori di vario tipo e anche figure umane; successivamente si aggiunsero iscrizioni, stemmi o simboli di riferimento dei committenti. I migliori creatori di campanelli italiani furono i bronzisti di Venezia e Padova. Se volete ammirare i campanelli rinascimentali, Il Museo Nazionale di Firenze espone la collezione Carrand.

Dall’età georgiana fino all’inizio del XIX secolo, nelle case più ricche e con domestici, si cominciò a installare un impianto di campanelli “da maggiordomo”. Chi ha visto la serie televisiva Downton Abbey, sa di cosa parlo. Erano nelle cucine e collegati alle singole stanze padronali, come ai salotti, con fili di rame mascherati dalla tappezzeria. All’estremità opposta, c’era un anello di ottone che veniva tirato quando fosse richiesta la presenza di un domestico. Alla fine del 1800 questo sistema fu sostituito da uno elettrico, più moderno, fino a scomparire del tutto nelle case moderne e contemporanee.

Oggi i campanelli da tavolo, quasi sempre molto belli, sono esclusivamente da collezione e nei mercati antiquariali, a volte si trovano pezzi interessanti, certomagari non antichissimi ma certamente con la loro storia personale.

Buona ricerca

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Il rischio che alla fine venga fuori un articolo melodrammatico è alto, ma prometto di fare il possibile per evitarlo.

Avete presente un mosaico o un puzzle? Ebbene, se manca una sola tessera, molto probabilmente sarà questo dettaglio che poi ci resterà in mente. Non il soggetto, non la bellezza, né l’equilibrio dei colori. Semplicemente, quell’unico pezzo che non c’è.

Un po’ come quando siamo di fronte a un quadro appeso, ma storto: non guarderemo il dipinto fino a quando non avremo raddrizzato tutto. Sempre che ci sia permesso, tra l’altro. Così è la nostalgia. Tutte le cose belle del presente, tutte le previsioni di bellezza delle cose future rischiano di essere toccate dalla nostalgia del passato. E parlando di me, invece di godermi ogni giorno di questa estate, anche se molto particolare, ho pensato alle estati da bambina. Abitavamo a Bari, ma a scuole chiuse, ci trasferivamo in una villa al mare, in località Capitolo, fino a fine agosto; a settembre passavamo in campagna con i nonni materni in una contrada che si chiama “Antonelli”.

La cucina di nonna Oronzina, le passeggiate con nonno Giovanni, la fila di ville, il buongiorno agli altri villeggianti, il Santuario a Maria Santissima in un viale di pini, la farmacia e la bottega della zona erano un quadretto perfetto che ci godevamo fino a fine mese. Poi si tornava in città. La scuola, all’epoca iniziava a ottobre.

Questa consuetudine si è ripetuta per alcuni anni, fino a quando vicende parentali non hanno modificato alcuni aspetti. Così al posto di una villa al mare e una casa in campagna, è arrivata una roulotte. Ecco, le estati più divertenti, più ricche di risate e spensieratezza sono state proprio quelle in campeggio. Oltre ad aver sperimentato una certa capacità familiare all’adattamento, al contatto strettissimo con la natura, anche la facilità con cui si stringevano amicizie, che in alcuni casi sono rimaste nel tempo. In altri no, si sono perse per strada, a volte già sulla via del ritorno a casa, a vacanze finite.

Poi la nostalgia di alcune compagne di classe. Tranne che in pochissimi casi, non ci siamo cercate. Magari rimandiamo, per timore di chissà che cosa, oppure semplicemente non ci interessa ritrovarci.

Della nostalgia dei miei levrieri vi ho parlato giorni fa. Poi la nostalgia di oggetti e mobili di antiquariato che negli anni ho venduto controvoglia; sì, mi è capitato anche questo. Vendevo perché il mio lavoro era vendere e alcuni mobili e oggetti se ne andavano liberamente, per altri invece era come se mi stessero togliendo un pezzo del mio corpo. E anche questo sembra molto la tessera del mosaico che non c’è, perché a oggi, penso molto alle cose belle che sono andate in casa d’altri, invece di godermi quelle che ho in casa mia.

Poi c’è la nostalgia del tempo in cui le mie figlie erano più piccole ed eravamo un trio molto ben assortito. Con le ovvie similitudini e diversità, ma ben incastrate. Nel tempo, i nostri rapporti si sono modulati e rimodulati, e questo è fisiologico in tutte le famiglie. Ma ciò che ultimamente mi manca con loro è il contatto fisico (e non c’entra il covid19) che normalmente è molto presente con i figli piccoli.

E per finire la nostalgia d’amore. È sottile e tagliente, ha radici forti e profonde. È una presenza invisibile ed è in tutti i momenti della giornata, è un sorriso ebete o un ricordo triste. In certi giorni riusciamo anche a distrarci, ci sentiamo stranamente leggeri e non capiamo bene perché. E proprio in quel momento capita una foto, il nome di un locale, un regalo, una riga scritta a mano, una camicia rimasta nell’armadio e quella breve leggerezza torna a essere un dolore silenzioso, e ci manca il passato che avevamo con quella persona e il futuro che non avremo. Ed è così tutti i giorni, in attesa di nuove nostalgie da aggiungere alle vecchie.

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Vienna

di Le righe di Ornella

Vienna degli Ultravox? No, Vienna la capitale dell’Austria. Ci sono stata prima di andare a Praga. Stesso viaggio, tra fine luglio e i primi di agosto.

L’arrivo a Vienna fu surreale, per me che ero al secondo volo in aereo, della mia vita. Eravamo sopra l’aeroporto: Vienna-Schweschat è il nome, e siccome la pista era occupata, sorvolavamo in tondo in attesa di avere il permesso di atterrare. Mi sentivo tanto un rapace prima dell’agguato.

Alla fine ce la facemmo a scendere. Aereo, navetta, centro-città, taxi e albergo. Albergo grazioso, camera quasi grande. Era passata abbondantemente l’ora di pranzo e avevamo davvero fame. Ecco, posso dire che la carne che mangiai quel primo giorno di permanenza, buonissima e tenera, non l’ho più mangiata in nessun altro posto per molti anni.

I giorni a disposizione erano 4; molto pochi per una capitale ma riuscimmo a visitare, goderci la città e anche ridere. Ridere capitò durante il giro di una parte del centro storico in carrozza. C’erano due possibilità: giro corto e giro lungo con sosta in una famosa birreria. Ora, io non bevo birra, proprio non mi piace, ma ci sembrava folkloristico e quindi scegliemmo questa opzione.

Dunque individuammo una carrozza libera e fissammo con il cocchiere il tipo di tragitto. Bel pomeriggio, sole e caldo quanto bastava e partimmo per il giro. A metà ci fu la famosa sosta. Io rimasi su, gli altri due scesero ad assaggiare questa birra viennese. Fin qui tutto normale, ma quando riprendemmo il percorso ci accorgemmo che i passanti ci guardavano e ridevano di gusto. Non capivamo fino a quando la testa del cocchiere non si piegò in avanti. E fu tutto chiaro: dormiva perché era mezzo ubriaco, una cosa a cui non avevamo badato durante la contrattazione. Se per ogni turista che sceglieva il giro lungo, beveva anche lui una birra, immaginate un po’ come arrivasse a sera. Il cavallo lo sapeva bene e percorreva il tragitto da solo, a memoria. Finì che ridemmo pure noi finché non tornammo alla base.

Un’altra cosa che mi ricordo con piacere fu una vecchietta, molto fine e carina, che suonava il sax all’ingresso della Kärtnerstraße, la strada pedonale che ha 5 punti focali. E’ una strada molto grande, con ristoranti, negozi lussuosi e appunto artisti di strada. Le strade pedonali si assomigliano un po’ tutte; questa ospita l’Haas-Haus, palazzo moderno che a vederlo per la prima volta, stona un po’ con l’architettura circostante, ma attraverso la sua facciata a specchio, si intravede il Duomo di Santo Stefano che è di fronte. Un bell’effetto. Questo Duomo è il più grande dell’Austria ed è qui che ho sentito una messa interamente in latino, per la prima volta. La seconda volta fu a Praga, dopo qualche giorno.

Graben e Kohlmarkt sono le strade più prestigiose della zona pedonale. Nella prima c’è la “Colonna della Peste”, eretta proprio in seguito all’epidemia che scoppiò nel 1687. Nella seconda, più stretta, esclusivi negozi di abbigliamento e gioiellerie e la storica pasticceria “Demel”.

Da qui poi, si accede all’Hofburg.

L’Hofburg è la residenza imperiale e insieme al Castello di Schönbrunn, ha rappresentato il centro del potere austriaco. Vi consiglio di visitare queste residenze, bellissime, insieme al Castello di Belvedere che (tra le altre cose) ospita un importante museo di arte. Io rimasi molto affascinata da tutto quello che vidi.

Invece non visitai, e quindi dovrò tornare a Vienna prima o poi, il Palazzo della Secessione. Si tratta di un palazzo-manifesto della versione austriaca del Liberty. Klimt e Schiele furono fra i primi adepti di questo movimento artistico, la Secessione appunto. L’architettura “troppo moderna” per l’epoca, fece arricciare il naso a molti. Oggi è uno dei luoghi più visitati dai turisti. Ha una cupola rivestita da 3.000 foglie di alloro di metallo dorato. Se qualcuno di voi lo ha visitato, lo scriva nei commenti.

I teatri più conosciuti sono due: la Staatsoper e il Burgtheater. A dir la verità sono teatri famosi in tutto il mondo. Io sono stata in uno dei due, ma non ricordo quale. Che vergogna!

Poi c’è tanto altro da vedere, ma a voi il piacere della scoperta. Ciao

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Un paio di settimane fa ho parlato dell’esperienza con i miei levrieri. Una convivenza molto bella fatta anche di rispetto reciproco. Torno sul rapporto con i cani, ma su un piano generale e legato al bon ton.

Forse il titolo vi avrà rimandato a un drago-cane a sei zampe, che emette lingue di fuoco, e che è il simbolo di una nota compagnia petrolifera. In realtà le due zampe in più del titolo, sono le gambe del padrone.

Avere un cane, o un qualsiasi animale che si adatti alla vita domestica, senza che debba rinunciare alla sua essenza (gli uccelli in gabbia), è una esperienza emotivamente e affettivamente forte. La Medicina ha inserito il rapporto uomo-animale fra le possibilità di cura di alcune malattie.

Detto questo, a noi sostenitori delle buone maniere piace conoscere e applicare il comportamento più educato, come possessori o meno di un cane.

Chi possiede un cane, per strada lo terrà al guinzaglio e questo non solo per non arrecare disturbo ai pedoni, ma per la sicurezza del cane stesso. Vi ricordate di quando ho scritto che il mio levriero Indiano fu investito? Ebbene, accadde perché trotterellava davanti a noi, senza guinzaglio. In un negozio lo terremo in braccio. Certo, se abbiamo un alano è un po’ complicato; in questo caso cercheremo una soluzione al momento. Se in nostro cane è imprevedibile, se purtroppo ha dato segni di intolleranza sarà bene prevenire con una museruola. In generale, è meglio che l’animale non entri in contatto con persone estranee.

Manteniamo puliti gli ambienti in cui il nostro cane vive: non solo per la sua salute, ma per quella di tutti i conviventi; se sporca in un luogo pubblico o privato aperto al pubblico, toccherà a noi provvedere a ripristinare pulizia e igiene.

In ultimo, chi non possiede un cane ha mille motivi validi; evitiamo di imporre la nostra bestiola come se fosse un dono del Cielo. Se non piace, non piace.

E adesso tocca a chi il cane non ce l’ha. Vi piacerebbe prenderne uno ma siete allergici, non avete spazio in casa, non potete dedicargli tempo, oppure non vi piacerebbe affatto averne uno. Tutto lecito. Quello che non va bene è tormentare chi ce l’ha, spesso con lamentele ingiustificate. Ne ho viste e sentite spesso, e guardando il cane di turno, ho compreso cosa vi avrebbe detto se avesse potuto parlare. A presto

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Alcuni scrittori li ho scoperti grazie a mio padre. Lettore appassionato e curioso. Oggi ha 84 anni e quindi era già nato prima della Seconda Guerra Mondiale. A parte le restrizioni tipiche della guerra, ci furono anche quelle del periodo successivo. Lui era uno studente pendolare e siccome i soldi erano pochi, spesso si ritrovava a dover scegliere se comprare da mangiare o comprare un libro. Comprava un libro.

Compra oggi, compra domani, di libri ne ha accumulati tanti anche quando non doveva più scegliere. Così, ho attinto anche io e Pierre Daninos è uno degli autori che bazzica in casa dei miei. In realtà è morto da qualche anno, ma gli scrittori e i musicisti e i pittori e gli scultori e gli attori e tutta Madama Arte, muoiono davvero? No.

E’ stato un famoso scrittore d’oltralpe, umorista, del XX secolo. Ha rivolto la sua attenzione alla media borghesia francese e l’ha elegantemente presa in giro. Come? Attraverso in più classico degli antagonisti: il gentleman inglese. Il Maggiore Thompson, militare in pensione, molto decorato e se non ricordo male, anche titolato. Che poi nel Regno Unito non è una novità avere un titolo nobiliare. Questo signore, bombetta e ombrello, è spesso in viaggio e in compagnia della moglie. Chi ha letto i libri di Daninos, saprà che insieme alle pagine scritte ci sono pure le pagine con illustrazioni molto divertenti; a tutti gli altri dico che se anche non leggeste il libro, guardando queste vignette, sapreste bene di cosa si tratta.

Le avventure francesi di questo Maggiore e di sua moglie, si sviluppano su due volumi, anche se mi è capitato di leggere che in realtà i volumi siano tre. Se fosse vero, dovrei cercare e comprare il terzo. Quelli che già possiedo sono stati presi da una libreria antiquaria e sono (se non ricordo male) degli anni ’60. Ricapitolando “Il carnet del Maggiore Thompson” e “I segreti del Maggiore Thompson” si devono leggere in questo ordine.

“Snobissimo” tratta di ciò che caratterizza un po’ tutti, in misura diversa, ma che ci risulta impossibile ammettere: essere snob. Daninos usa la sua vena umoristica anche in questo caso ma questo libro è soprattutto uno sguardo sui costumi, ed è uno sguardo condivisibile. Io ce l’ho in lingua originale (francese), edito da Hachette ma penso si trovi anche in italiano.

“Vacanze a tutti i costi” parla delle piccole grandi manie dei vacanzieri; “Passaporto per la notte” al momento è l’unico che abbia lasciato a metà, e se ci penso non so dirvi come mai. Prima o poi lo riprenderò. Ho elencato quelli che possiedo. Tutti gli altri non li ho ancora letti ma ormai, conoscendo il suo stile, so che mi piacerebbero. Buona lettura e buon inizio di settembre

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