Il rischio che alla fine venga fuori un articolo melodrammatico è alto, ma prometto di fare il possibile per evitarlo.
Avete presente un mosaico o un puzzle? Ebbene, se manca una sola tessera, molto probabilmente sarà questo dettaglio che poi ci resterà in mente. Non il soggetto, non la bellezza, né l’equilibrio dei colori. Semplicemente, quell’unico pezzo che non c’è.
Un po’ come quando siamo di fronte a un quadro appeso, ma storto: non guarderemo il dipinto fino a quando non avremo raddrizzato tutto. Sempre che ci sia permesso, tra l’altro. Così è la nostalgia. Tutte le cose belle del presente, tutte le previsioni di bellezza delle cose future rischiano di essere toccate dalla nostalgia del passato. E parlando di me, invece di godermi ogni giorno di questa estate, anche se molto particolare, ho pensato alle estati da bambina. Abitavamo a Bari, ma a scuole chiuse, ci trasferivamo in una villa al mare, in località Capitolo, fino a fine agosto; a settembre passavamo in campagna con i nonni materni in una contrada che si chiama “Antonelli”.
La cucina di nonna Oronzina, le passeggiate con nonno Giovanni, la fila di ville, il buongiorno agli altri villeggianti, il Santuario a Maria Santissima in un viale di pini, la farmacia e la bottega della zona erano un quadretto perfetto che ci godevamo fino a fine mese. Poi si tornava in città. La scuola, all’epoca iniziava a ottobre.
Questa consuetudine si è ripetuta per alcuni anni, fino a quando vicende parentali non hanno modificato alcuni aspetti. Così al posto di una villa al mare e una casa in campagna, è arrivata una roulotte. Ecco, le estati più divertenti, più ricche di risate e spensieratezza sono state proprio quelle in campeggio. Oltre ad aver sperimentato una certa capacità familiare all’adattamento, al contatto strettissimo con la natura, anche la facilità con cui si stringevano amicizie, che in alcuni casi sono rimaste nel tempo. In altri no, si sono perse per strada, a volte già sulla via del ritorno a casa, a vacanze finite.
Poi la nostalgia di alcune compagne di classe. Tranne che in pochissimi casi, non ci siamo cercate. Magari rimandiamo, per timore di chissà che cosa, oppure semplicemente non ci interessa ritrovarci.
Della nostalgia dei miei levrieri vi ho parlato giorni fa. Poi la nostalgia di oggetti e mobili di antiquariato che negli anni ho venduto controvoglia; sì, mi è capitato anche questo. Vendevo perché il mio lavoro era vendere e alcuni mobili e oggetti se ne andavano liberamente, per altri invece era come se mi stessero togliendo un pezzo del mio corpo. E anche questo sembra molto la tessera del mosaico che non c’è, perché a oggi, penso molto alle cose belle che sono andate in casa d’altri, invece di godermi quelle che ho in casa mia.
Poi c’è la nostalgia del tempo in cui le mie figlie erano più piccole ed eravamo un trio molto ben assortito. Con le ovvie similitudini e diversità, ma ben incastrate. Nel tempo, i nostri rapporti si sono modulati e rimodulati, e questo è fisiologico in tutte le famiglie. Ma ciò che ultimamente mi manca con loro è il contatto fisico (e non c’entra il covid19) che normalmente è molto presente con i figli piccoli.
E per finire la nostalgia d’amore. È sottile e tagliente, ha radici forti e profonde. È una presenza invisibile ed è in tutti i momenti della giornata, è un sorriso ebete o un ricordo triste. In certi giorni riusciamo anche a distrarci, ci sentiamo stranamente leggeri e non capiamo bene perché. E proprio in quel momento capita una foto, il nome di un locale, un regalo, una riga scritta a mano, una camicia rimasta nell’armadio e quella breve leggerezza torna a essere un dolore silenzioso, e ci manca il passato che avevamo con quella persona e il futuro che non avremo. Ed è così tutti i giorni, in attesa di nuove nostalgie da aggiungere alle vecchie.
