Archivio mensile

Novembre 2020

Gertrud

di Le righe di Ornella

Anni fa comprai da una bancarella di libri a metà prezzo, “Gertrud”, che Hermann Hesse scrisse nel 1910. Avevo già letto “Narciso e Boccadoro” e ancora molto dopo avrei letto “Siddharta”, di cui ho scritto per questo blog un po’ di tempo fa.

E’ una storia di amore e di amicizia fra tre giovani: Kuhn, Gertrud e Heinrich; una storia pregna di malinconia (sentimento a cui Hesse dedicò una poesia) e romanticismo. Kuhn giovane violinista e compositore vive per la musica e a essa consacra la sua vita ma è anche innamorato di Gertrud, sua amica di infanzia. Quando rimane vittima di un incidente che lo rende definitivamente zoppo, si convince che nella sua vita non ci sarà posto per niente altro che la musica.

Da quel momento, la musica rappresenta la riscossa, e l’impegno che mette nel suo lavoro di composizione lo premierà regalandogli successo e riconoscimento. Rinunciare a Gertrud però, non significa smettere di amarla. Sceglie così l’unico ruolo che pensa di meritare (amico fraterno), convinto che la sua invalidità fisica gli precluda ogni possibilità di essere felice con lei.

A questo punto entra in scena Heinrich, cantante d’Opera che con il suo fascino di bello e dannato incanta tutti. Incanta Gertrud con la quale si fidanza e incanta Kuhn, che ammira il suo fisico sano e robusto, oltre che le sue doti di artista.

Heinrich e Gertrud, dopo un fidanzamento osteggiato dal padre di lei, si sposano. Ed ecco che viene a galla tutto il tormento interiore di lui, della sua personalità complessa e umorale, dedita al bere, che è tipica di chi sa amare molto ma sa anche distruggere o allontanare chi ama. E infatti Gertrud, ad un certo punto deciderà di andare a stare, temporaneamente, da suo padre. E con la trama mi fermo qui.

In tutto questo, Kuhn sarà solo un sofferente spettatore del declino dei suoi amici, come coppia e come singoli, fino alla conclusione della storia.

Questo romanzo (ma in alcune recensioni, novella) è raccontato in prima persona da Kuhn, non c’è quindi un osservatore o narratore esterno ai fatti. Tocca a lui descrivere via via tutte le emozioni e i sentimenti, positivi e negativi, suoi e dei suoi amici, in una storia circolare senza vincitori né perdenti, in cui solo con la Musica è possibile superare le sofferenze umane.

Buona lettura

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Se non sbaglio fu il penultimo film di Sean Connery. All’epoca di “Scoprendo Forrester”, Sean Connery aveva 70 anni e una carriera come pochi nel mondo del cinema. Da un punto di vista strettamente estetico, ho sempre pensato che gli anni gli giovassero. Questo film conferma l’idea. Sarà il dolcevita nero, non saprei dirvi. Certo non i capelli, che proprio in questo film sono un po’ lunghi, rispetto alle sue abitudini e rispetto ai miei gusti.

La trama non è esattamente nuova. Il riscatto dei residenti nel quartieri “difficili”, attraverso la cultura, è un tema spesso trattato nella cinematografia mondiale. Qui siamo nel Bronx e la storia è un duetto fra un giovane studente e uno scrittore che si è ritirato dalla vita pubblica. Il ragazzo si chiama Jamal Wallace e ha un vero talento (anche se acerbo) per la scrittura; un talento che decide di tenere per sé temendo di essere deriso dai compagni di scuola. Ha anche un’altra passione: il basket. Gioca nella squadra della sua scuola ed è molto bravo e questo gli consente di equilibrare il suo andamento scolastico, volutamente basso. Lo spettatore, infatti, comprenderà subito che i suoi voti appena sufficienti, rientrano in quella scelta precisa di non emergere come intellettuale, pena essere escluso dalla sua cerchia.

Lo scrittore misterioso e solitario, che nel film si chiama William Forrester, abita in un appartamento che si affaccia sul campo di basket dove Jamal e i suoi amici si allenano. Lui li osserva dalla finestra e loro si accorgono della sua presenza, e un giorno proprio a Jamal a conclusione di una scommessa, tocca entrare in quell’appartamento senza farsi scoprire. Una volta dentro, rimane colpito dalla quantità di libri che ci sono ma quando viene scoperto dal misterioso inquilino, scappa via dimenticando lo zaino e tutto il suo contenuto. Ed è a partire dalla restituzione dello zaino che incomincia l’amicizia fra i due. Il resto scopritelo guardandolo.

Verso la fine assisterete a qualche passaggio “molto americano” ma si sa com’è, e alla fine non è poi così grave. Il regista è Gus Van Sant, per intenderci il regista di Will Hunting-Genio ribelle e altre pellicole famose con cast interessanti, per le quali è stato candidato 2 volte all’Oscar, ha preso una Palma d’oro a Cannes ma anche il primo premio al Razzie Award, come peggior regista, nel 1999.

That’s life…Good vision!

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Profumo è una parola che deriva dal latino “per fumum”, cioè “attraverso il fumo”. Questo perché anticamente si bruciavano oli e aromi essenziali da offrire alle divinità. I primi a farne uso furono gli Egizi. Nelle pratiche religiose come purificazione del corpo dei vivi, ma anche durante il rito di imbalsamazione dei defunti. Il “Kyphi” era il profumo prediletto dai Faraoni e poteva contenere anche 50 essenze diverse.

Anche Greci, Romani e Arabi impararono e apprezzarono l’uso dei profumi e le essenze più usate erano la mirra, l’aloe, l’incenso che prendevano dallo Yemen. E queste essenze erano tenute talmente in considerazione, che i Re Magi oltre all’oro, offrirono a Gesù incenso e mirra. Nei secoli, però, la produzione e l’uso del profumo si diffuse maggiormente nel mondo orientale, poiché in Occidente l’influenza papale scoraggiava l’uso di un bene considerato molto frivolo. Infatti, l’invenzione della “acqua di rose”, intesa come bevanda e come profumo, è persiana. Ovviamente si trattava di profumi con acqua di base, poiché la religione islamica proibiva l’uso di alcol. In Europa, furono i Crociati di ritorno dalla Terra Santa (portando erbe ed essenze), a risvegliare l’interesse per la produzione di profumi.

Venezia e Firenze ebbero il monopolio della produzione di profumi, in Europa. Caterina de’ Medici, con il suo profumiere personale (Renato il Fiorentino), fece conoscere questa arte ai Francesi; nel 1600, italiana fu l’invenzione della “aqua mirabilis”, che successivamente si chiamò “acqua di Colonia”. Questa è una curiosità che ho appreso da poco.

Anticamente, nobili e plebei non avevano molta dimestichezza con l’acqua, e con l’igiene in genere. Il profumo, quindi, serviva anche a coprire sgradevoli odori del corpo.

Nel 1800 e anche nel 1900 le politiche coloniali, permisero di conoscere nuove essenze, per esempio la vaniglia e il tea tree. Coco Chanel fu la prima stilista a occuparsi anche di profumi, dando così l’avvio a un rinnovamento nella produzione, non più esclusiva delle Case specializzate. In più, con l’adozione della chimica organica si ottennero varianti e combinazioni di profumi sempre maggiori.

Così, il profumo divenne un bene di largo uso, poiché economicamente accessibile a tutti. E anche oggi, è parte integrante della nostra vita quotidiana e la scelta del profumo più adatto alla nostra personalità, può richiedere anche molti tentativi. A me piacciono le note speziate abbinate alla frutta.

E voi, che tipo di profumo preferite?

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Stavo per intitolare questo articolo “Relax e stress”; poi ho pensato che queste due parole sono entrate nella nostra lingua (e soprattutto nel nostro parlato) un po’ troppo, e che sostituendole con dei sinonimi avrei potuto dare un senso meno prevedibile. Per prima cosa, mi sono chiesta cosa sia per me il relax.

E mi sono persa.

Non è che non lo sappia, al contrario, è proprio che per me vuol dire tante cose. Intanto tutto ciò che per me è bello, più che elettrizzarmi mi rilassa. Sì, poi succede anche che mi carichi, ma di acchito mi rilassa.

Una bella giornata di sole, la prima colazione da sola o con le mie figlie, il caffè o un dolce al caffè, il mare, un piatto di pasta, una lettura intrigante, un’amaca, una mostra di pittura, un vestito bianco, un oggetto antico e poi guidare.

Guidare mi rilassa molto, e come ho già scritto qualche articolo fa, l’ho capito già con un go-kart a pedali che mi fu regalato da bambina. Da diversi anni, però, ho scoperto il piacere di passeggiare o camminare a passo alto e cerco di farlo quotidianamente. Quasi ogni domenica lo faccio con Annalisa e concludiamo con una colazione al bar.

Viaggiare in pullman, comprare cose, stirare, guardare un film mentre stiro, ascoltare musica. Stare al telefono, rimanere a letto un po’, solo un po’ al mattino quando la luce entra dai buchi della tapparella. Dormire al buio completo non mi piace: così, faccio in modo che di notte si intravedano le luci dei lampioni in giardino; al mattino la luce del giorno. Mentre scrivo, proprio adesso, guardare la pioggia fuori. I soldi. Sì, i soldi. E poi le promesse. Promettere è impegnativo ma anche rilassante, perché dietro una promessa c’è convinzione, determinazione e senso del dovere. E non mi rilassa solo fare promesse, mi rilassa anche riceverle.

Cosa mi crea tensione? La mancanza di precisione, le cose fatte o dette a caso, la bugia elevata a sistema, il disordine, dover cedere le armi, mangiare male, la maleducazione, rimanere senza soldi, le promesse non mantenute. E poi il mio romano quando mi fa arrabbiare.

Fine

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Nel caso di Barletta e Trani, non si è trattato di un viaggio ma della gita di un giorno. Ero in un gruppo nutrito fra amici, conoscenti e guide turistiche che si è ritrovato in una domenica di fine aprile. Giornata bellissima fino al tardo pomeriggio, quando poi è venuta a trovarci la pioggia.

Barletta e Trani, insieme ad Andria formano una provincia, detta anche BAT.

TRANI. Fu la prima delle due tappe. Le sue cave di roccia sedimentaria sono uno dei motivi per cui Trani è famosa. Noi, per esigenze di tempo, visitammo solo la Cattedrale e il Castello Svevo.

La Cattedrale sorge vicinissima al mare. Curiosamente non ha edifici intorno e questo la rende ancora più maestosa; inoltre, i raggi solari mettono in particolare evidenza il bianco che vira leggermente al rosa, tipico della pietra con cui fu realizzata. La struttura rispetta la cultura romanica pugliese e la sua costruzione, voluta dal Vescovo di Bisanzio, risale al 1099. Il campanile è, credo, di un paio di secoli più tardi ed è visitabile fino alla cima, a pagamento. Purtroppo non lo sapevo e quindi ho perso l’occasione di guardare dall’alto il mare e la città. In ogni caso, non abito molto lontano da Trani e quindi potrò ritornarci e rimediare. La Cattedrale è consacrata a San Nicola Pellegrino.

Il Castello Svevo di Trani. Sotto il regno di Federico II di Svevia, tra Puglia e Basilicata, sono stati costruiti 111 castelli. Quello di Trani è uno dei più importanti. Manfredi, figlio di Federico, lo scelse come sede del suo matrimonio con Elena Ducas e in genere, per i suoi soggiorni. Come è noto, in seguito angioini e aragonesi si succedettero durante le loro dominazioni, e anche questo castello passò sotto il loro controllo. Ma Trani ha tanto altro da mostrare: il Porto dal quale partivano i Crociati per la Terra Santa, la Villa Comunale con il Fortino, il Museo Ebraico e il Museo delle Carrozze. Poi tanto altro, cercate cercate…

BARLETTA. A Barletta arrivammo nel primo pomeriggio, dopo una pausa per il pranzo. Trani la conoscevo già ma a Barletta non ero mai andata. La prima visita fu al Colosso. Detto anche Eraclio, raffigura un uomo che finora non è stato possibile identificare. Quello che è certo osservando le sue vesti, è che si trattasse di un militare di alto grado, di epoca romano-bizantina. Si trova nei pressi della Basilica del Santo Sepolcro.

Poi fu la volta della Cantina della Disfida. È chiamata anche “casa di Veleno” e nel 1503 fu teatro di uno scontro tra 13 soldati Francesi e 13 soldati Italiani, con la vittoria di noialtri.

Il Palazzo della Marra. E’ un palazzo di stile rinascimentale che, dalla sua fondazione, ha ospitato diverse famiglie nobiliari (Della Marra, infatti, è il cognome di una di esse) e che grazie a Donato Ceci, mecenate, fu ristrutturato e salvato dall’intenzione dello Stato di abbatterlo. Ha un’architettura abbastanza rigorosa, a eccezione del balcone sopra l’ingresso principale, ricco in fregi e raffigurazioni. Le più importanti rappresentano la Giovinezza e la Vecchiaia. Dal 2007 ospita la Pinacoteca De Nittis. Giuseppe De Nittis è stato un pittore vicino al Verismo e all’Impressionismo, nato a Barletta, che a un certo punto della sua vita si trasferì in Francia e lì sposò Léontine Gruvelle. È sepolto a Parigi, nel cimitero di Père-Lachaise. Se capitaste a Barletta sarebbe un vero peccato non visitare questa Pinacoteca. Gli estimatori dell’Impressionismo troverebbero sicura soddisfazione.

Non ricordo per quale motivo saltammo la visita alla Cattedrale di Santa Maria Maggiore, e del Castello vedemmo solo gli esterni, ma le guide furono dettagliate e precise. Probabilmente per la pioggia, proprio la pioggia primaverile. Muovendosi dal Castello, si incontra Porta Marina; si tratta dell’unica porta superstite dopo l’abbattimento delle mura di cinta, nel 1860.

Bene, questo è ciò che visitai quel giorno, ben sapendo (e questo succede sempre) che ci sarebbe voluta un’altra gita per completare il tour. E ci sarà. A presto

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Si vola! Sì, si vola ma con stile. Tempo fa ho trattato di buone maniere al volante dell’auto. Siamo tutti o quasi automobilisti ma piloti di aereo non è così scontato, quindi le buone maniere riguarderanno soprattutto i passeggeri.

L’ultima volta in cui ho volato, stavo andando a Roma. Il mio era un posto centrale, e dopo aver sistemato il trolley nella cappelliera e aver preso posto, ho avuto subito chiara la situazione: alla mia sinistra una ragazza che rideva nervosamente con amici che erano seduti al di là del corridoio e alla mia destra un signore anziano che, a motori accesi, si è fatto il segno della croce.

Quadretto divertente a parte, il volo deve essere il più sereno possibile per tutti, per chi abbia paura e per chi non ce l’abbia. Ricordiamoci che la “paura di volare” non esiste. Si tratta invece della “paura di cadere”. Per quanto mi riguarda sono capacissima di cadere anche scalza, per cui sì ho paura di cadere, sempre. Cominciamo dalla fila. È una condizione che capita di frequente nella nostra vita e la fila per l’imbarco in aereo non fa eccezione, si rispetta.

Il bagaglio. È preferibile raggiungere il proprio posto tenendolo sul davanti, in modo da non urtare i piedi a nessuno. Parlare. Ecco nessuno pretende il silenzio assoluto per tutta la durata del volo (neanche nella Cappella Sistina succede, purtroppo), ma parlare o conversare con un tono di voce normale basso, sarà gradito a chi vuole leggere, a chi vuole riposare o semplicemente rilassarsi.

A proposito dei viaggiatori impegnati in qualcosa: evitiamo di molestarli interrompendoli senza motivo. Se ascoltano musica con gli auricolari, è evidente che non sono in cerca di conversazione. Lo stesso se stanno leggendo o guardando un film. Durante i viaggi più lunghi potrà venir voglia di fare una breve e leggera dormita: faremo attenzione a chi sta dietro di noi, chiedendo il permesso di reclinare il sedile ma soprattutto mai e poi mai, toglieremo le scarpe.

Bambini. I viaggi in ambienti con poco spazio a disposizione sono difficili per gli adulti, figuriamoci per i bambini. Per questo motivo, porteremo con noi piccoli giocattoli per intrattenerli. Eviteranno di piangere o fare capricci. E per i più piccoli, credo che per scongiurare il dolore all’orecchio provocato dalla pressurizzazione sarà utile il biberon, ma ovviamente il pediatra sarà più informato.

Se viaggeremo in prima classe terremo presente che ci saranno più comodità, direi più agi, ma non approfitteremo della situazione, per esempio chiedendo il bis di spuntini.

Una volta atterrati, faremo attenzione a non lasciare tracce della nostra permanenza e ci asterremo dall’applauso al pilota. È inopportuno. Al contrario, sarà segno di buona educazione ringraziare sia gli assistenti di volo che il pilota al momento di scendere dall’aereo.

Buon viaggio con stile!

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Si tratta di un racconto breve di Lev Tolstoj, ma anche di una sonata di Ludwig van Beethoven. Pare la più difficile abbia scritto.

L’opera ha due caratteri: i canoni del Realismo, e le miserie dei personaggi con la quale si intende mettere in luce i valori morali della società russa.

Romanzo quasi autobiografico: Tolstoj si rifà a una esperienza personale con la moglie Sonja, con la quale ebbe un matrimonio d’amore intenso, caratterizzato dalla forte gelosia di lei. La voce narrante è di un uomo di cui non si sa nulla. Egli è uno dei tanti passeggeri in un treno e raccoglie le terribili confidenze del protagonista Vasja Pozdnysev. Quello che racconta Vasja riguarda la sua vita familiare, con la moglie e i 5 figli a cui lei è molto legata; si concentra però soprattutto sul matrimonio, nato da sentimenti non ben definiti e che nel tempo si è rivelato un errore a cui si cerca di rimediare fingendo armonia, sempre per amore dei figli.

Da un lato il fallimento coniugale allontana i due; dall’altro Vasja sviluppa una gelosia e un senso di possesso verso la moglie, che è poi la causa degli infelici accadimenti futuri. I fatti precipiteranno quando, a casa loro, arriverà un musicista che scatenerà tutti i dubbi di Pozdnysev circa la fedeltà di sua moglie. E con la trama, mi fermo qui.

Tolstoj attraversò una crisi spirituale che lo avvicinò al Cristianesimo più puro, contro le ipocrisie della Chiesa. Il romanzo è posteriore alla crisi: sua visione del matrimonio e dell’amore così come lui li racconta, sono il frutto anche di questo cambiamento.

Per lui, l’amore più vero è quello verso Dio; l’amore coniugale senza spiritualità, inevitabilmente, si piega alle passioni più distruttive per l’essere umano che partono innanzitutto dall’inganno reciproco e possono culminare in vere tragedie.

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Questo film ha una trama fiabesca che, però, prende spunto dalla vera storia d’amore tra la principessa Margareth d’Inghilterra e Peter Towsend, colonnello della RAF. Uscito nel 1953, portò alla notorietà Audrey Hepburn e confermò le grandi capacità recitative di Gregory Peck.

La protagonista è, appunto, una principessa di un regno non definito, mentre il protagonista è un comune mortale. Lei appesantita da un ruolo molto impegnativo, vorrebbe una vita più semplice. E’ in viaggio diplomatico e Roma è una delle tappe. Lui è un giovane giornalista ansioso di scrivere l’articolo che gli darà fama e denaro. Si incontrano per caso e quando lui scopre chi davvero sia la ragazza, decide che sarà lei in modo inconsapevole, la protagonista dell'”articolo del secolo”. Inizia così una breve frequentazione in cui entrambi glissano sulle rispettive identità, ma lui è decisamente in malafede. Come nella migliore tradizione delle fiabe, i due scoprono di piacersi e la faccenda si complica. Naturalmente la trama, così come l’ho raccontata, è solo una parte del film. Cos’altro potrei scrivere senza correre il rischio di andare troppo oltre? Niente, perciò guardatelo.

Con questo film, il regista William Wyler contribuì moltissimo a far conoscere le bellezze di Roma all’estero, al di là dei film neorealisti, e riuscì a mettere in risalto sia la città viva e frenetica che le sue bellezze eterne. E guadagnò fama anche la mitica Vespa Piaggio. In più, è noto a molti quanto forte fosse il legame della Hepburn con questa stupenda città, che è protagonista e sfondo del film, e nella quale lei visse per almeno 20 anni.

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