Archivio mensile

Febbraio 2021

È un film americano del 2004. Prima di tutto scrivo il titolo originale: “50 First Dates”, che secondo me è più bello e si poteva mantenere. Tra l’altro, tempo fa in un gruppo di appassionati di cinema, su Facebook, ho letto un dibattito sui deludenti titoli italiani, al posto degli originali stranieri. Ero d’accordo.

L’ho visto, credo, 3 volte e siccome ho a casa il DVD, non è escluso che lo riprenda. La trama è molto delicata ma la sceneggiatura è orientata alla commedia, non al dramma. Adam Sandler e Drew Barrimore sono i protagonisti. So che non servono ulteriori informazioni su di loro, ma poi tutto il cast ha bei nomi noti.

Hawaii. Lui è un veterinario sciupafemmine, lei una docente di storia dell’arte. Colpo di fulmine al primo incontro, una domenica mattina in un bar, durante la colazione. C’è un problema, però. Lei, a causa di un incidente stradale ha perso la capacità di memorizzare nuove informazioni. Invece, ricorda normalmente tutto ciò che è accaduto dall’infanzia fino a un attimo prima. La sua famiglia decide di non dirle nulla e così ogni giorno, tutto viene ripetuto come se fosse la prima volta. L’incidente cade nel giorno del suo compleanno e quindi, suo padre e suo fratello tutti i giorni le fanno trovare una torta, guardano la stessa partita di calcio e lo stesso film.

Henry, il veterinario, è molto impressionato da questa storia ma è anche innamorato e quindi pensa a un piano per farle conoscere la verità, senza sconvolgerla troppo. Ovviamente, si scontrerà con il muro di protezione che circonda la ragazza e le ovvie perplessità, ma la trama avrà ancora molto da offrire. Scopritela.

Il regista è Peter Segal. La colonna sonora è collegata più all’ambientazione che alla trama: musiche ska e reggae per omaggiare le Hawaii, che devo dire stanno proprio bene. Buona visione

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Un uovo, grazie. A la coque? No, Fabergé.

Gustav Fabergé è stato il fondatore della Maison Fabergé, antica e famosa gioielleria russa. Era il 1842. Tedesco del Baltico, ma con genitori francesi e ugonotti, sposò la danese Charlotte Jungstedt. Più famoso fu il figlio, Peter Carl Fabergé. Nacque a San Pietroburgo dove visse fino all’età di 18 anni, quando iniziò il Grand Tour che durò 8 anni e durante il quale conobbe la gioielleria europea, in giro fra Inghilterra, Germania e Francia. Rientrato in Russia, il padre lo affidò al suo dipendente più importante, Hiskias Pendin, perché gli insegnasse tutti i segreti del mestiere.

Già a quel tempo, la Maison Fabergé aveva incarichi dalla Casa Imperiale. Negli anni, questi incarichi aumentarono e quando Peter Carl prese le redini dell’attività, il suo lavoro era talmente apprezzato che gli valse il titolo di Maestro Gioielliere. Le creazioni non erano solo belle; alla bellezza si accompagnava l’utilizzo di materiali preziosi e minerali, così come materiali di minor valore e pure legni tipici delle foreste russe, e poi la creatività e la modernità della tecnica. Di tutta la grande produzione, le celebri uova rappresentano gli esemplari più famosi e attualmente ne esistono poco più di 50, sparse nel mondo fra musei, collezioni private e Case Reali. Il primo a commissionare uova con pietre preziose fu lo zar Alessandro III, per celebrare la Pasqua secondo la Chiesa Ortodossa. Ogni uovo era un regalo per sua moglie, la zarina Maria.

Suo figlio, Nicola II, mantenne la tradizione commissionando due uova all’anno, uno per sua madre e l’altro per sua moglie, la zarina Aleksandra. L’esemplare più celebre, è l'”Uovo dell’Incoronazione” che Nicola II regalò a sua moglie, dopo la salita al trono. “Uovo dei Mughetti” credo sia l’unico (ma potrei sbagliare) in cui sono presenti foto in miniatura dello zar con le figlie Olga e Tatiana. Su internet è presente l’elenco di tutte le uova di cui si abbia notizia. Si racconta che Fabergé tenesse alto l’elemento sorpresa, tanto che neppure lo zar era a conoscenza del disegno dell’esemplare che avrebbe costruito.

Lo stretto legame della Maison con la Casa Imperiale determinò ascesa e fortuna per diversi decenni ma anche la caduta, durante la Rivoluzione d’Ottobre. Come è noto la monarchia fu abbattuta e con essa anche i suoi simboli. Fabergé, con tutta la sua famiglia, si trasferì all’estero; l’azienda espropriata e nazionalizzata, insieme ai prodotti non ancora venduti. Nonostante questo, l’impronta storica che ha lasciato nel mondo dell’arte è indiscutibile e attuale.

Le uova Fabergé hanno anche ispirato sceneggiature cinematografiche importanti, ma anche televisive, cartoni animati e manga giapponesi. Se desideraste vederne qualcuno da vicino, dovreste andare in Germania, in Russia, oppure negli Stati Uniti. Non mi risulta che in Italia ci siano esemplari autentici, ma se avete notizie diverse, scrivetele pure nei commenti.

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Stamattina, mentre camminavo in centro, mi è venuta in mente questa frase. Non è che stessi facendo niente di particolare, se non camminare in una giornata di sole, ma fredda. Sarà stato proprio il freddo e l’idea di estate lontana a farmela pensare.

Resta che è questo che penso davvero: non c’è niente di sentimentale nella pazienza, perché invece è una pratica del tutto razionale. Ed è un esercizio costante che inizia da piccolissimi. Probabilmente, anche le persone poco pazienti o molto poco pazienti, hanno imparato qualcosa in merito. Magari non lo sanno ma essere nella fila più lenta, tra tutte le file degli uffici pubblici senza lamentarsi, è esercizio di pazienza.

Quando si è piccoli è un continuo sentirsi dire “Potrai farlo quando sarai più grande”. Che è anche normale: ci sono cose che richiedono una età specifica. Il punto è che per un bambino è un concetto astratto. Grande quanto? Grande inteso come alto? Oppure con più anni? Così, giusto per fare un esempio personale, un giorno di diversi anni fa, mia figlia la primogenita mi chiese quando avrebbe potuto cucinare e io che stavo per cascare nella risposta di sopra, mi ripresi un attimo prima, e le dissi “Quando sarai più alta dei fornelli”. Siccome sorrise, capii che l’avevo soddisfatta e siccome le mie figlie sono alte, l’attesa è stata breve. Ma anche quello fu un esercizio di pazienza.

A me che a ottobre mi metto in modalità attesa dell’estate successiva, occorre molta pazienza. Ma in genere è una qualità che mi riconosco e che mi ha aiutato in tante circostanze.

In teologia è considerata una virtù, perché riesce a dominare le angosce, le azioni senza giusta riflessione e vince sui cattivi propositi. A me ha dato la certezza sulla conclusione di questioni che, se gestite con la fretta, non avrebbero dato buoni risultati. Anzi, posso dire che grazie alla mia pazienza, alcune cose sono andate dove dovevano andare (e qui ciascuno ci metta del proprio), senza alcuno sforzo da parte mia.

Quindi pensiamoci tutte le volte che contiamo fino a 5: non basta, dobbiamo arrivare a 10. E se non basta lo stesso, dobbiamo ricominciare daccapo. Inspirare profondamente ed espirare, mettendo in tutti quei secondi la sequela di “cosucce gentili” che pensiamo ma non possiamo dire.

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E’ senza dubbio uno dei Comuni più famosi in Italia, e all’estero. Ospita eventi annuali importanti, e spesso produzioni cinematografiche.

Il suo centro storico è su una roccia a strapiombo sul bellissimo mare pugliese. Le origini di Polignano a Mare, sono molto antiche; nella frazione di Santa Barbara sono state trovate tracce dell’era neolitica, cosa del resto comune ad altri luoghi della Puglia.

In epoca romana, fu importante per i collegamenti fra Roma e Brindisi, e ancora oggi si può individuare la via Traiana che attraversa Lama Monachile. Chiamata anche Cala Ponte, Lama Monachile fu costruita in epoca borbonica. A causa delle mareggiate, o per esempio dopo l’alluvione del 2006, può subire modificazioni ma il suo indiscutibile fascino resta immutato; tra l’altro è l’immagine di Polignano più famosa all’estero.

Casa dell’Orologio. Edificio di epoca medievale, originariamente esponeva una meridiana, sostituita poi da un orologio tenuto in funzione dagli attuali proprietari dell’immobile. Questa casa si trova nel centro storico.

Chi conosce un po’ la Puglia, saprà delle torri di avvistamento. Durante il XVIII secolo, solo in Puglia se ne contavano più di 100, tutte le altre erano sparse per il Regno di Napoli. Ecco, a Polignano ce ne sono due. Torre S. Vito e Torre Incina. La prima, sorge nei pressi dell’Abbazia di S. Vito e la seconda a Cala Incina, una insenatura fra Polignano e Monopoli. L’Abbazia, si trova appena fuori il centro abitato, e rappresenta il sito più importante della cittadina (la vedete in foto). A partire dal 1500 ospitò i frati minori dei SS Apostoli, poi passò al Regio Demanio ma dopo l’Unità d’Italia, a nobili privati. La chiesa, edificata dai benedettini nel X secolo, attualmente appartiene al Ministero degli Interni. Questo particolare l’ho scoperto poco prima di scriverlo, perché do sempre per scontato che gli edifici religiosi appartengano al Vaticano.

Per concludere vi segnalo l’Arco Marchesale, o Porta Grande, si tratta di porta che dà l’accesso al centro storico. Edificata nel 1530, era compresa in una cinta muraria. Sopra l’Arco è possibile ammirare un dipinto della Crocifissione, di cui però l’Autore è ignoto.

Bene, buona visita, buon divertimento. E tanto cibo…

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E di buone maniere a scuola, non vogliamo occuparcene?

Delle mie elementari mi ricordo la maestra Carmela, la compagna di banco Marilena e altre bambine di cui purtroppo ho perso le tracce perché all’epoca vivevamo a Bari, ma poi siamo andati via. Mi ricordo di Teresa, molto timida, di Marta, di Felicia e di altre ancora ricordo il viso ma non il nome. Tutte femminucce nei nostri grembiuli color carta da zucchero. Che poi, se ci penso, io una carta da zucchero forse non l’ho mai vista in vita mia.

La maestra entrava in classe e noi ci alzavamo in piedi. E così è stato fino alla fine delle superiori. Oggi non so se si usi ancora; sarebbe bello se fosse così! E arrivo alla prima regola: la puntualità. Essere a scuola qualche minuto prima che suoni la campanella ci permetterà di entrare in classe all’ora richiesta; è un ottimo esercizio che farà di uno studente puntuale, un adulto puntuale.

In classe, come per qualsiasi luogo in cui ci sia una piccola comunità, poche norme ma esercitate da tutti, alleggeriscono anche le giornate più pesanti. Restare in silenzio quando il docente parla, o un compagno è interrogato è un dovere. Vestirsi in modo appropriato, ordinato e pulito è una forma di rispetto verso di noi e verso gli altri. Evitiamo di far notare le firme dei nostri abiti, non è elegante di per sé e poi, magari in classe ci sono compagni che non possono permettersi abiti costosi. Telefoni o smartphone devono rimanere chiusi nello zaino: sì è difficile non farsi tentare dai social, ma ci piacerebbe se il nostro nuovissimo cellulare, super intelligente, fosse sequestrato dall’insegnante di turno? No.

Durante la ricreazione è possibile fare merenda: benissimo, ma lasciamo pulito e in ordine lo spazio che occupiamo.

Non trattiamo i bidelli come camerieri personali, non lo sono mai stati degli studenti. Forse in passato di docenti e presidi, ma ora non più. Non scambiamo le pareti dei bagni per fogli da disegno da imbrattare. Queste sono regole generali che chiunque potrebbe scrivere. Io voglio aggiungerne due, tutte mie.

“Passare la copia” durante i compiti in classe si è sempre fatto e anche quando sembrava che il docente avesse 100 occhi si riusciva ad aiutare il compagno in difficoltà. Non c’è niente di male; quello che non va bene è approfittare della preparazione di qualcuno per avere il compito bello e pronto, senza alcuno sforzo e senza pensare mai di dover ricambiare la cortesia, perché di cortesia si tratta. Quindi ricordiamoci di ringraziare e ricambiare.

E poi una strizzatina ai professori che usano nomignoli offensivi verso alcuni studenti. Non voglio mettere in discussione l’autorità, assolutamente. Ma ho conosciuto docenti che avevano una idea a senso unico della buona educazione e del rispetto e spesso dimenticavano che con i loro comportamenti arroganti davano un pessimo esempio, creando dei precedenti e gettando un’ombra sui colleghi estranei a questi deplorevoli modi di fare.

Esiste, in tutti i contesti, il rispetto dei ruoli, il rispetto per le persone e per luoghi che rappresentano istituzioni e valori, e questo vale per tutti.

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Luglio 1995. Sono ricoverata in maternità, la mia seconda figlia è nata da un giorno e ricevo questo romanzo in regalo. C’è anche una dedica, in cui si consiglia la lettura tra una poppata e l’altra. Durante no, su…

La copertina già mi piace ma il titolo non l’ho mai sentito. Conosco però Edith Newbold Jones, più nota come Edith Wharton, l’Autrice. Wharton, in realtà, era il cognome del marito, che lei continuerà a usare anche dopo il divorzio dall’infelice matrimonio.

E’ una storia a tre: lui, lei, e l’altra che in questo caso non è una donna ma l’alta società americana di inizio ‘900. Altera, rigida, perbenista, chiusa nel suo cerchio esclusivo, questa società americana non è solo protagonista nel romanzo ma è la realtà nella quale nasce e cresce Edith Wharton. In eterna sfida alle convenzioni sociali, già con “L’età dell’innocenza” aveva affrontato il tema dell’influenza del rigore aristocratico americano sulle scelte di vita personali; questo romanzo è il suo più famoso, e le farà vincere il Premio Pulitzer, nel 1921.

Tornando al libro di oggi, i protagonisti Halo Tarrant e Vance Weston, son due innamorati che queste convenzioni le sfidano. Decidono di lasciare l’America, per iniziare una nuova vita in Europa. Lei lascia il marito per lui; lui è uno scrittore in cerca di una storia che si possa definire un vero capolavoro. Halo è la sua fonte di ispirazione, una musa appunto. E a lei sarà affidato il faticoso compito di preservare questa storia d’amore dall’abitudine, dalla riprovazione del loro ambiente di origine e dalle ansie di scrittore del suo amato compagno. Una danza continua di due persone con tutto il resto che è come un cerchio che li racchiude.

Non so se vi ho incuriosito: mi riferisco a chi non lo ha ancora letto, naturalmente. So però, che salvare le apparenze in società, rispettare la forma, a scapito dell’amore, è un tema sempre attuale. Halo e Vance, in questo sono temerari oppure coraggiosi, secondo il punto di vista di ciascun lettore.

Buona lettura!

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One day

di Le righe di Ornella

E’ un film uscito 10 anni fa e io l’ho scoperto di recente. L’ho visto in inglese ma in due volte, perché se guardi i film sul computer portatile, a casa, capita pure che tu debba premere “stop” e interrompere la visione, per dedicarti ad altro. Cosa che non succede se vai al cinema, per fortuna.

Anne Hathaway e Jim Sturgess, gli attori protagonisti. Emma e Dexter, i personaggi che interpretano. Il cast è ovviamente più corposo, ma la storia fra loro due è solo leggermente sfiorata dagli altri personaggi. E si sviluppa lungo 18 anni.

Comincia con il giorno della loro laurea il 15 luglio a Edimburgo. Dopo i festeggiamenti e una notte passata insieme, i due promettono di rivedersi ogni anno, nello stesso giorno. Nasce un’amicizia profonda che ha in sé i semi di una storia d’amore. Questi semi, però non vengono piantati per diversi anni perché lei teme che se una loro storia non funzionasse, perderebbero tutto quello che hanno; e poi è una idealista con un sogno da realizzare, che non teme di fare lavori che non c’entrano nulla con la passione per la scrittura, pur di essere indipendente; lui è ricco, e inizia a lavorare in programmi televisivi trash, che non gli piacciono e non piacciono neanche alla sua famiglia, ma sembra non avere passioni da inseguire.

Pur di non cedere alla tentazione di stare insieme, iniziano una relazione con altre persone e lui diventa anche padre. Ovviamente lo spettatore sa già che si tratta di relazioni destinate a finire. Ops, ho scritto troppo!

Ad un certo punto però, frenarsi non è più possibile e lei cede all’inevitabile storia d’amore che finalmente nascerà. Il resto, per chi come me ignorava questo film e decide di guardarlo, è a sorpresa.

Regia femminile della danese Lone Scherfig, sceneggiatura di David Nicholls, che è anche l’autore del romanzo. Le musiche sono di Rachel Portman, musicista britannica che in verità, non conosco.

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Nonni e nipoti che giocano a carte sono una figurina graziosa, direi romantica. Io giocavo con la nonna materna, nonna Oronzina. Vinceva sempre; poi gli zii, o forse proprio mia madre, mi dissero che era un ottimo baro. Non me ne ero mai accorta, perché era molto abile, e dopo non ho mai avuto il coraggio di smascherarla.

Si sa per certo che le origini delle carte da gioco sono in Asia, ma se in particolare siano state inventate in Cina o in India, è ancora tema di ricerca. Non si sa neanche bene come siano arrivate in Europa: potrebbero essere stati i Crociati a farle conoscere all’Occidente di ritorno dalle guerre, oppure gli Arabi, portandole in Spagna. E a questo proposito, le carte arabe più antiche sono le “Carte dei Mamelucchi”, che oggi sono esposte al Museo Topkapi, in Turchia. In ogni caso, il primo documento scritto sulle carte da gioco risale al 1377 ad opera di un monaco svizzero, Johannes von Rheinfelden.

In Occidente, le carte da gioco più antiche sono di produzione tedesca: erano destinate ai ceti più alti della società perché essendo dipinte a mano, costavano molto; solo successivamente entrarono anche nelle case di artigiani e contadini. Verso il 1400, i decoratori francesi, fissarono i “semi” cioè degli oggetti-simbolo. Così, cuori, quadri, fiori e picche alla maniera “francese” rappresentavano nell’ordine il clero, i mercanti, i contadini e i soldati. Coppe, denari, bastoni e spade, alla maniera “italiana” con la stessa attribuzione. Una considerazione a parte meritano le “naibi”, carte didattiche destinate ai bambini, con le quali si insegnavano culture popolari, religiose e profane (naibi è un termine di origine araba, ma queste carte si diffusero in Italia).

Quando in Francia, a partire dal XVII secolo, le tasse sulla produzione di carte aumentarono molto, alcuni laboratori si trasferirono nel Regno Unito. Qui, dalla produzione artigianale si passò a quella industriale e fu proprio questo passaggio ad abbassare i costi. Questo consentì ancora una maggiore diffusione delle carte da gioco, tanto che poi furono proprio gli Inglesi a esportarle negli Stati Uniti. Ovviamente, mi riferisco alle carte francesi. Gli Americani inventarono il “joker” o “matta” per rendere più semplici i giochi e lo rappresentarono com il classico giullare di corte. Inoltre furono loro stessi inventori di giochi: del Poker, per esempio. Il Bridge, erede del Whist, in Inghilterra; Scala 40 in Ungheria e Baccarat a Macao. I giochi tipicamente italiani, furono inventati tra la metà del ‘700 e la fine dell’800.

Un’ultima notizia, che ho appreso di recente: già nel 1377, in Europa, circolavano ordinanze che vietavano il gioco d’azzardo e in Francia, in particolar modo, era vietato il gioco nei giorni feriali. Buon divertimento!

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