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Novembre 2021

C’è chi va dal parrucchiere tutte le settimane, c’è chi ci va occasionalmente e poi, c’è chi detesta proprio questa pratica e non supera le 2/3 volte l’anno (mia madre).

Cosa si deve fare

Innanzitutto, rispettiamo l’orario di appuntamento e se la coda nel traffico ci impedirà di essere puntuali, avvisiamo lo staff, di modo che la cliente dopo di noi non resti in attesa, inutilmente. Cerchiamo di avere i capelli in ordine (anche se sembra superfluo): avere una testa da sistemare ma in ordine, ci rende più presentabili. Non diamo fretta allo staff, solo perché le nostre giornate sono sempre super piene di cose da fare, non è un loro problema; del resto una seduta dal parrucchiere dovrebbe anche contribuire a farci rilassare.

Sul taglio, colore, o entrambi dobbiamo essere molto chiare e precise ma anche flessibili, intendo dire che se il parrucchiere ci consiglierà in modo diverso, dovremo probabilmente affidarci alla sua esperienza.

La mancia. Argomento spinoso in genere, per alcuni dovrebbe essere eliminata e per altri, dovrebbe rimanere di moda. Io propendo per la seconda, ma ciascuno decida autonomamente.

Cosa non si non fare

Il rumore di più asciugacapelli in funzione, potrebbe indurci ad alzare la voce, per dire una qualsiasi cosa: facciamo attenzione e ricordiamo che solo gli strilloni per strada, sono autorizzati. E a prescindere dal tono di voce, curiamo il tipo di conversazione: niente pettegolezzi, mai.

Due parole ai parrucchieri

Spessissimo, nei saloni, passa la musica: va benissimo, ci mancherebbe! Però, il volume troppo alto non va bene, anche se è molto usato. E ancora, non fate commenti negativi sulle clienti pesanti, magari sparlando con altre clienti. Si rischia di perderci. E questo vale anche per i dipendenti: una volta, mi è capitato di sentire lo staff lamentarsi del titolare, davanti alle postazioni, e posso assicurare che l’ho trovato imbarazzante.

Buona seduta.

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Il fantasma di Canterville è un racconto di Oscar Wilde. Sì, esatto quello de Il ritratto di Dorian Gray, tra l’altro l’unico suo romanzo. Sì, perché Wilde ha scritto saggi, opere teatrali, poesie, racconti, lettere (dovrei avere “De Profundis” in una delle mie librerie), ma un solo romanzo.

Trama

C’è un castello nei pressi di Ascot, e manco a dirlo ospita un fantasma. O meglio, il castello appartiene alla famiglia di Sir Simon, un nobile del 1500, che è appunto il fantasma. Del resto non mi pare che nei castelli inglesi si trovino fantasmi di basso rango. Questo fantasma non ha propriamente un carattere socievole, anche perché non è libero: fino a quando non si compirà una profezia antica, egli non avrà pace. E quando una famiglia americana compra il suo castello, diventa ancora meno socievole, se mai fosse possibile. Questa famiglia è composta dall’ambasciato degli Stati Uniti Hiram Otis, da sua moglie Lucrezia e 4 figli: Washington, Virginia e due gemelli, Stars e Stripes.

La convivenza tra il fantasma e i nuovi proprietari del castello non è certo liscia, ma anzi è ricca di dispetti, ripicche e scherzi di vario tipo, soprattutto a opera dei due gemelli. Il capostipite, da buon americano pratico e concreto, in un primo momento non crede alla presenza del fantasma, ma anche dopo non mostra alcuna paura. A tener impegnati un po’ tutti è una macchia di sangue su un tappeto: è il sangue della moglie di Sir Simon, da lui uccisa poiché non sapeva compiere le faccende domestiche. Questa macchia, è incancellabile e anche se il figlio maggiore di Otis riesce a eliminarla, il giorno dopo è di nuovo presente.

Con la trama mi fermo qui, continuate da soli.

Cose da sapere

Dunque, intanto è un racconto divertente e anche tenero in pieno stile raffinato e ironico, tipico di Oscar Wilde. La nazionalità americana dei nuovi proprietari non è una casualità; l’intento di Wilde è quello di mettere a confronto due società molto diverse: quella aristocratica inglese, molto legata alle tradizioni del passato e quella americana, borghese e moderna. Il linguaggio si adatta alla struttura umoristica del racconto; benchè il protagonista sia un fantasma, non c’è alcun tratto pauroso o tenebroso, anzi si sorride spesso.

Cos’altro? Leggete.

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Gilda

di Le righe di Ornella

Ho visto “Gilda” più di una volta. Tutte le volte ho pensato che donne come lei, cioè irripetibili, sarebbero state sempre nell’immaginario di ognuno di noi.

E mi riferisco sia all’attrice, Rita Hayworth,  che al personaggio. Che poi, avevo scoperto che era soprannominata “l’atomica”, perché la sua bellezza e la sua sensualità erano esplosive. Ma una bomba atomica ci fu davvero, la “Bomba Able”, sganciata sull’atollo di Bikini, nello stesso anno in cui uscì il film. E così, l’attrice, il personaggio e la bomba furono legate per sempre.

La trama

È un film d’amore, ma anche un film cupo e drammatico. Un abile giocatore d’azzardo (Jhonny Farrell) conosce un ricco e misterioso uomo d’affari (Ballin Mundson) che possiede una bisca di lusso e, ne diventa il direttore. Tra i due si instaura un rapporto di fiducia totale, al punto che Bullin gli presenta sua moglie (Gilda) e gli chiede di controllarla, di quando in quando. Egli ignora che Jhonny e Gilda si conoscono già, hanno avuto una relazione sentimentale finita male, e intimamente portano ancora i segni di quella fine. Fingono di non conoscersi, trattengono il reciproco risentimento e amore, e vanno avanti così.

Durante una festa in maschera nel locale, un uomo viene assassinato. Ballin è costretto a fuggire e a farsi credere morto. Questo particolare darà l’avvio a una serie di eventi che terrà voi che non lo avete ancora visto, incollati e curiosi.

Cose da sapere sul film

Inutile negare che Gilda sia il baricentro di tutto il film. La sua carica sensuale non è semplicemente un’arma di attrazione, ma un modo per affermare se stessa e la sua individualità. La trama in sé potrebbe risultare il solito triangolo amoroso, ma l’intento di Gilda (e anche della Hayworth) è quello di riscattarsi dal ruolo di donna-trofeo di suo marito Ballin, e di donna trascurata e tenuta a distanza dall’uomo che ama, Jhonny.  E Jhonny è l’unico che possa dominare il lato ribelle di questa donna, ma sceglie di ignorare il suo amore per lei.

Glenn Ford è perfetto nella parte di Jhonny e complessivamente saranno 4 i film in cui reciterà con Rita Hayworth. Considerato uno degli attori più bravi di Hollywood, ha preso parte a diversi film di successo e ricevuto dei premi, ma credo non abbia mai vinto l’Oscar.

Bene, guardatelo e se volete commentate qui sotto. Un’ultima cosa che ho scoperto mentre “navigavo” per rinfrescarmi la memoria, su questo film: nel 1977 il doppiaggio originario fu sostituito con uno nuovo e io credo di aver visto appunto il film con la seconda versione. Magari fra di voi c’è qualcuno che lo ha visto con entrambe. Fatemelo sapere.

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L’armadio è l’unico mobile-contenitore che possa contenere scheletri, oltre all’abbigliamento. E in principio conteneva armi. Da qui il suo nome che in origine era il latino: armarium, cioè ripostiglio per le armi. Successivamente divenne un contenitori di arnesi da lavoro, e solo in ultimo di abbigliamento.

È a partire dal Medioevo che si costruiscono armadi così come li intendiamo oggi, ma già al tempo dei Romani, esistevano “armadi a muro”, tra l’altro visibili agli scavi di Pompei.

Si trattava soprattutto di un vano scavato nel muro e chiuso con due pannelli di legno massiccio, le ante. I primi armadi, intesi come mobili, erano prevalentemente presenti nelle sacrestie, erano imponenti e contenevano essenzialmente arredi sacri; poi c’erano armadi molto più piccoli per l’Eucaristia. Per gli armadi nelle abitazioni si dovrà andare avanti nei gli anni e nel 1500 si produssero modelli che riprendevano le facciate dei palazzi, quindi con una struttura architettonica complessa, fatta di colonne, cornicioni e lesene. In scala ridotta, certamente, ma di notevole affetto.

E sempre in questo periodo iniziò il declino dei cassoni, nell’uso di riporre gli indumenti.

Con il Barocco, non mutò di molto l’idea di imponenza che questo mobile aveva sempre espresso ma le linee si fecero più aggraziate, specie nella cimasa, cioè il cappello, il tetto insomma. In Francia, sotto il regno di Luigi XIV, si diffusero gli armadi esteticamente ricchi di intarsi e applicazioni in bronzo. Così pure nel ‘700, anche se, per esempio, i modelli italiani avevano perso la forma rettangolare, in favore di quella bombata.

Durante l’800 ritornarono in voga gli armadi a muro e più in generale, ebbero successo i rifacimenti del Medioevo e del Rinascimento, e verso la fine comparvero i primi armadi con lo specchio sull’anta. Durante il XX secolo, si consolidò la presenza dello specchio ma si fecero più sobrie le linee e le decorazioni.

Personalmente, ho sempre apprezzato gli armadi Déco, così come gli armadi ottocenteschi, specie quelli in noce. E voi? Ditemi la vostra.

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