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Maggio 2022

Ci sono luoghi che hanno una eleganza intrinseca, e che hanno il potere di migliorare sia chi li frequenta abitualmente, sia chi li frequenta occasionalmente. Il teatro è uno di questi. Personalmente, e aggiungo purtroppo, ho una scarsa frequentazione del teatro, e questo è uno degli svantaggi del vivere in paese. In città è un’altra cosa. Non credete? Io ne sono certa, come pure del fatto che sapersi comportare, essere ben educati e composti, sia una garanzia sempre.

A teatro, pure.

Come ci si comporta a teatro

La puntualità è sempre di moda; a teatro è puntuale chi arriva in tempo per sentire la famosa campanella, che non annuncia lo spettacolo, ma avvisa gli spettatori che è tempo di prendere posto. Chi arriva a sipario alzato, ahimè, dovrà attendere il secondo tempo, prima di poter raggiungere la sua poltrona. Naturalmente, cellulari spenti o senza suoneria.

Gli applausi. Si fanno all’inizio e alla fine, a volte anche dopo la fine dei singoli atti. In questo caso, cerchiamo di non essere i primi, così eviteremo di essere gli unici.

Palco all’Opera. Disponendo di un palco, ricordiamo che la signora più importante del gruppo avrà il posto migliore; a seguire le altre, mentre, gli uomini dietro. Durante l’intervallo si lascerà la postazione solo se lo fanno anche le signore: gli uomini non si allontaneranno mai, lasciandole sole.

Abbigliamento. Sicuramente adatto al luogo, ma anche al tipo di spettacolo: se è una prima, gli uomini saranno in abito scuro e le signore in abito da sera, magari lungo e con gioielli adeguati. In ogni caso, se decidiamo di non lasciare cappotto o pelliccia al guardaroba, ricordiamo di toglierlo e tenerlo con noi, prima di arrivare al nostro posto.

Cos’altro?

Ecco, raccogliamo tutta la nostra pazienza e resistenza se ciò a cui stiamo assistendo non ci piace: non è opportuno alzarsi e andare via. Se poi siamo ospiti, è un dovere rimanere fino alla fine.

Una cosa che ho imparato

Ho sempre creduto che offrire il viso a chi sta seduto, quando bisogna inoltrarsi lungo la fila, fosse troppo confidenziale. Sbagliavo. Leggendo Si fa non si fa di Barbara Ronchi della Rocca, ho scoperto che è sbagliato il contrario. Mai dare le spalle (e tutto il resto).

Bene, buon teatro a tutti.

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Quando scelsi questo libro da una delle mie librerie (estate 2005), la mia vita privata e familiare stava subendo delle modificazioni definitive. “Nessuno al mio fianco” mi sembrava un titolo azzeccato per il periodo, e quindi lo scelsi fra i numerosi libri comprati e non ancora letti. Conoscevo Nadine Gordimer solo di nome e dopo questo romanzo non ho letto più niente dei suoi lavori, semplicemente perché non mi è più capitato.

La trama

Lo sfondo è il Sudafrica prima della fine dell’apartheid e della vittoria di Nelson Mandela alle elezioni. I personaggi sono 4, due coppie: una bianca e una nera. La coppia bianca è composta da Bennet e Vera Stark. Lei è un avvocato che si occupa di diritti civili e che si ritrova spesso ad occuparsi di vicende che appartengono a un mondo che non è il suo; lui ha un talento artistico che però decide di mettere da parte per occuparsi della famiglia. Frontale a loro, una coppia nera. Didymus e Sibongile Maqoma sono marito e moglie. Lui è stato un terrorista, poi messo da parte dai suoi stessi compagni; lei, che era sempre stata distante dalla vita politica, finisce per diventare una autorevole attivista.

Qualche considerazione

Queste due coppie di amici devono fare tutti i giorni i conti con la situazione sociale, resa complessa dalla segregazione di razza, e anche se il loro rapporto è solido e non è toccato da implicazioni sul colore della pelle, un senso di amarezza misto a malinconia aleggia per tutto il romanzo. In più, tutte le loro vite, impegnate per anni in battaglie per l’affermazione dei diritti civili, nella eliminazione dell’apartheid e nella costruzione di un Sudafrica libero e giusto, li hanno distratti da se stessi e dai loro compagni di vita. Si respira poco amore di coppia, molta rassegnazione e solitudine. Anche i loro rispettivi figli risentono delle scelte di vita dei loro genitori.

Questo è ciò che rilevai leggendolo all’epoca, compreso il titolo che è riferito essenzialmente a Vera. È lei che non vuole nessuno al suo fianco.

Voi, lo avete letto? Vi è piaciuto?

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Quando c’è un lutto di mezzo, tutte le vite che ruotano intorno, subiscono una modificazione, in alcuni casi definitiva, in altri, per fortuna, solo temporanea. È quello che accade nel film Gente Comune (Ordinary People), primo lavoro di Robert Redford come regista. Quando uscì avevo 15 anni e come è facilmente immaginabile, mi colpì molto. Mi colpì soprattutto l’idea che un lutto familiare potesse allontanare affettivamente, invece che unire ancora di più.

La trama

Una famiglia dell’alta borghesia di Chicago, è sconvolta dalla morte del figlio primogenito. Calvin e Beth (rispettivamente Donald Sutherland e Mary Tyler Moore), e il loro figlio Conrad (impersonato da Timothy Hutton) devono fare i conti con l’insostenibile peso della morte di Buck (impersonato da Scott Doebler). Ogni personaggio è molto ben definito: Conrad, è un ragazzo come tanti che un giorno, durante una gita in barca a vela sopravvive ad un incidente in cui però, il fratello muore. Sopraffatto dai sensi di colpa, tenta il suicidio e trascorre 4 mesi in una clinica psichiatrica.

Sua madre, donna severa è interessata solo a dare una parvenza di normale continuità familiare, reprime con molta forza il suo dolore. Questo dolore, non è solo provocato dalla perdita di un figlio, ma dalla perdita del figlio preferito. Conrad quindi deve gestire il senso di colpa per essersi salvato e la freddezza di sua madre, la quale soffocando il suo personale dolore è ovviamente incapace di alleviare quello del figlio, ma anche del marito.

Il marito sembra la figura più lucida in tutto questo vissuto. Fa da arbitro tra le continue incomprensioni fra madre e figlio, teme che il figlio ritenti il suicidio e capisce che questa tragedia sta portando alla luce le falle del suo matrimonio.

Non c’è dubbio che si tratti di un film drammatico, tuttavia ci sono due figure positive che alleggeriscono la vita di Conrad: lo psichiatra dottor Berger (interpretato da Judd Hirsch) e Jeannine (interpretata da Elizabeth McGovern), giovane ragazza infatuata di Conrad.

Bene, con la trama mi fermo qui, ma vi assicura che il finale non è scontato.

Curiosità

Questo film ha vinto 4 premi Oscar e 2 nominations. A Robert Redford per la regia, a Timothy Hutton come migliore attore non protagonista. E a proposito di curiosità, ho trovato curioso che il personaggio di Timothy Hutton sia considerato come “non protagonista”. La sua figura è centrale, e anzi, è il punto di partenza per una riflessione approfondita dei genitori, sullo stato di salute del loro matrimonio. Ancora, ho trovato curioso che Donald Sutherland (che impersona Calvin) non sia stato in gara per l’Oscar, ma solo per il Golden Globe. Mary Tyler Moore ha avuto una nomination per l’Oscar e ha vinto il Gonden Globe. Stessa cosa per Judd Hirsch.

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Quando un alchimista e un fisico si mettono insieme, nasce una fabbrica di porcellane, e nasce a Meissen. Sto parlando di Johann Friedrich Bottger e di Ehrenfried Walter von Tschirnhaus. In realtà, la fabbrica nacque nel 1710, due anni dopo la scoperta fatta dai due sopra, grazie a Augusto II, Forte di Sassonia.

Ciò che i due ottennero da principio fu una pasta molto dura che chiamarono “terra rossa di Bottger”. Il perfezionamento arrivò quando a questa pasta fu aggiunto il caolino (roccia sedimenaria): il risultato fu una porcellana luminosa, resistente e di colore bianco.

Qualche notizia

Dietro l’impegno di Augusto II, di finanziare lo studio e la produzione di questa porcellana, c’era l’obiettivo di ottenere un prodotto come solo in Cina era stato possibile realizzare sino a quel momento. Si sa, che dalla Cina partivano dei veri capolavori realizzati in porcellana e dipinti a mano. Erano prevalentemente articoli per abbellire le case degli aristocratici o comunque di chi poteva permettersi di sopportare enormi spese per il loro trasporto. Augusto II era un collezionista di questi prodotti provenienti dalla Cina, e infatti le prime produzioni tedesche riprendevano i modelli e i decori cinesi. Verso la metà del ‘700, il celebre modellatore Johann Gottlieb Kirchner si orientò verso decorazioni e soggetti occidentali, dando un’altra direzione ai prodotti, anche di stampo scherzoso, si pensi ai personaggi della Commedia dell’Arte.

Interessante per me, e non lo sapevo, ho scoperto da poco che in questa fabbrica si cercò in tutti i modi di mantenere segreti “ricetta e ingredienti”, ma senza successo. Altre fabbriche, in Europa ottennero le informazioni giuste per realizzare una porcellana con le stesse caratteristiche di quella di Meissen. Fu per proteggere l’originalità del prodotto che nacque il marchio inconfondibile delle spade incrociate, che era poi lo stesso del Principato di Sassonia.

Poi le difficoltà

Vero la metà del ‘700, la Manifattura di Meissen subì una frenata dovuta a due motivi: la Guerra dei 7 Anni e la nascita di un’altra importante manifattura in Francia, e precisamente a Sèvres. La concorrenza era forte poiché le due fabbriche erano di alto livello ed entrambi i sovrani avevano a cuore il successo delle proprie.

Fortunatamente, dopo questo periodo la fabbrica ricominciò a realizzare grandi servizi da tavola come pure oggetti singoli, riconquistando la clientela più raffinata. E questo è rimasto intatto sino a oggi.

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