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Febbraio 2023

La letteratura si è occupata spesso della condizione della donna, attraverso la penna di autorevoli scrittori, con classici senza tempo. La Religeuse di Denis Diderot, l’episodio de La Monaca di Monza nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e Storia di una capinera di Giovanni Verga hanno messo in luce la triste sorte di giovani donne costrette dalla famiglia a prendere i voti. Dei tre, ho scelto Giovanni Verga.

Qualche notizia

Verga scrisse questo romanzo a Firenze, nel 1869; la pubblicazione avvenne due anni dopo. Contiene cenni autobiografici, oltre a una denuncia della pratica dei voti religiosi forzati che procurava donne infelici e conventi pieni di suore senza vocazione, e senza la possibilità di ribellarsi.

La trama

Maria è una bambina che a 7 anni perde la mamma e suo padre, incapace di occuparsi di lei, la rinchiude in un convento di Catania. Trascorre così molti anni senza il calore di una vera famiglia, fra regole ferree del classico convento di clausura . Quando, proprio nella città, scoppia una epidemia di colera, tutte le ragazze che soggiornano nel convento devono momentaneamente tornare a casa . E’ questa una occasione favorevole per Maria che spera di poter creare un vero legame familiare con suo padre, che nel frattempo si è risposato e ha avuto due figli con la seconda moglie.

In più, nei pressi della casa di Maria vive la famiglia Valentini: i genitori e due figli, Annetta e Antonio, detto Nino. Maria diventa amica di Annetta, e nello stesso tempo, sente nascere interesse per Nino, il quale ricambia. A dir la verità, Maria non sa decifrare quello che sente per Nino, essendo del tutto nuova al sentimento d’amore, ma attraverso la corrispondenza epistolare con Marianna, una sua amica del convento, si chiariscono in lei tutti quei pensieri un po’ confusi, che la turbano. Ora che conosce i suoi sentimenti e quelli di Nino, deve affrontare altre due questioni: riuscire a non tornare in convento e sostenere il senso di colpa verso Dio. In tutto questo, c’è la matrigna che ha capito la situazione, non la vuole intorno e le intima di tornare in convento, anche perché l’epidemia è ormai passata e il suo soggiornoa casa è ormai inutule.

Con la trama mi fermo qui, spero di avervi incuriosito e che lo leggerete presto.

Perché questo titolo?

E’ proprio Verga a raccontare della scelta di associare Maria a una capinera che aveva un giorno visto chiusa in gabbia. Osservando il povero uccellino rinchiuso, aveva riconosciuto i tratti della tristezza, ma anche della rassegnazione. La capinera non si ribella al suo destino in gabbia, anche se vede gli altri uccelli liberi di volare. Esattamente come Maria, che ha accettato senza discutere la volontà di suo padre. Verga presenta il padre come un uomo poco assertivo, un uomo che conosce la sofferenza di sua figlia e le macchinazioni della sua seconda moglie contro sua figlia, ma non muove un dito per cambiare il corso delle loro vite.

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Ho visto La gatta sul tetto che scotta che ero già grande, e prima ancora di averlo scelto per il cast, l’avevo scelto per il titolo. Non lo capivo e l’unica era guardare il film. Naturalmente, sto parlando della prima trasposizione, quella del 1958, con Paul Newman ed Elizabeth Taylor. Nel corso di quasi 20 anni ce ne saranno altre due, una televisiva (1976) e una cinematografica (1985). In origine era un dramma teatrale scritto da Tennessee Williams poeta, scrittore, sceneggiatore e drammaturgo statunitense.

Qualche notizia

Il lavoro teatrale prevedeva il tema dell’omosessualità, scottante per l’epoca, che avrebbe creato non pochi grattacapi alla produzione del film; per dirla tutta, c’era proprio il rischio di censura da parte del Production Code, detto anche Codice Hays (dal nome del suo creatore), che si preoccupava di stabilire cosa fosse o non fosse accettabile dal punto di vista della morale, nella produzione di un film. Così, si pensò di evitarlo completamente, riadattando la trama per non correre rischi.

Trama

Protagonisti, Brick, ex giocatore di football (Paul Newman) e Maggie, sua moglie (Elizabeth Taylor), poi tutta la famiglia di lui. Brick beve e una sera, da ubriaco decide di fare una corsa a ostacoli, per ricordare i tempi in cui giocava ed era bravo. Proprio perché è ubriaco cade e si frattura un piede. Questo incidente capita mentre sono in Mississippi, a casa dei genitori di Brick, dove è riunita tutta la famiglia, per festeggiare il compleanno del capofamiglia, Harvey (Burl Ives). Brick non è solo alcolizzato, è anche depresso e questo per via del suicidio del suo amico e compagno di squadra Skipper. Una amicizia molto forte che non piace a Maggie, la quale decide di sedurre Skipper, con lo scopo di allontanare i due amici. Maggie, deve anche gestire la distanza fisica da suo marito, poiché Brick a causa della sua crisi personale ha smesso di desiderare sua moglie. A completare il dramma, la malattia all’ultimo stadio del padre di Brick, il fratello di Brick, Cooper (Jack Carson) che con sua moglie Mae Flynn (Madeleine Sherwood) trama per assicurarsi una fetta importante dell’eredità del ricco patriarca. Insomma ce n’è per restare incollati a guardare questo film fino alla fine.

Curiosità

Ma cosa significa La gatta sul tetto che scotta? Ebbene, la gatta è Maggie, il tetto rappresenta la scalata sociale che ha fatto sposando Brick, con la possibilità di vivere in modo agiato. E perché questo tetto scotta? Scotta per le bugie di coppia e familiari, scotta per l’ipocrisia che governa questa famiglia, e perché neanche la malattia irreversibile di Harvey è in grado di ristabilire serenità nella famiglia. Ma azzardo a pensare che scotti anche per amore: Maggie infatti è molto innamorata di suo marito, e fino alla fine della storia combtterà per tenere vivo il suo matrimonio.

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Negli anni in cui ho avuto il mio negozio di antiquariato, mi sono capitate diverse tabacchiere. La più bella l’ho acquistata a Nizza, al mercato del lunedì, l’ho sistemata in vetrina, e indovinate un po’? a distanza di qualche mese è venuta a casa. Definitivamente. Il fatto è, che una cliente si era invaghita proprio di quella e la voleva a tutti i costi. Ingelosita, come spesso capitava, avevo capito che non avrei dovuto venderla. E difatti, la cliente perse.

Un po’ di storia

La scoperta dell’America portò con sé la scoperta di diversi prodotti alimentari, ma anche del tabacco. Si tratta del prodotto di una pianta chiamata Nicotiana Tabacum, dalla quale si ricavava il tabacco da fiuto, da fumo e da masticare. Naturalmente, quando il suo utilizzo si diffuse, nacquero le prime tabacchiere, per contenere il tabacco ma anche i vari utensìli per la sua preparazione. In Europa il tabacco aveva preso piede e anzi si era parecchio diffuso, e quindi di pari passo anche le tabacchiere che in Olanda, nel 1600, erano in ottone e con scene bibliche riportate sul coperchio. Altrove era possibile trovare tabacchiere in corno e avorio.

Con il regno di Luigi XIV, quindi in Francia, si diffuse la tradizione di regalare tabacchiere ai diplomatici (perché negli affari di politica le gentilezze tornano utili) e infatti presero il nome di tabacchiere diplomatiche; sul coperchio riportavano l’immagine del donatore: una vera operazione di marketing dell’epoca.

Ma il secolo della tabacchiera fu il 1700, tant’è che da scatola contenente tabacco e piccoli arnesi, divenne proprio un elegante accessorio che, tra l’altro, definiva con la sua preziosità la classe di appartenenza di chi la sfoggiava.

Alcune erano realizzate in oro. Verso la fine del secolo, ci fu un piccolo declino di queste scatole, poiché era nata la sigaretta, che aveva sostituito l’abitudine di fiutare il tabacco. Ma ci pensò Napoleone I a recuperare la consuetudine di regalare tabacchiere di rappresentanza. Sul coperchio campeggiava la lettera N e, questo lo ignoravo, si diffusero anche le tabacchiere di S. Elena, con l’immagine della tomba dell’Imperatore (trovate maggiori particolari su Dizionario di Antiquariato, A. Vallardi-Garzanti, 1992).

Torniamo indietro di qualche anno per scoprire che anche la Svizzera poteva vantare una sua produzione di tabacchiere, uniche nel loro genere per la presenza di carillon oppure orologi. Più essenziali le tabacchiere inglesi, fatte in rame o argento, di solito di forma ovale. Per le più preziose, i collezionisti sanno che devono cercare tra quelle prodotte sotto il regno di Giorgio III.

Nel 1800, un po’ in tutta Europa la produzione di tabacchiere continuò, ma non ci furono sostanziali novità nella progettazione; al contrario si scelse di riproporre la tipologia rococò con tutte le sue caratteristiche.

Discendente diretto della tabacchiera fu il portasigarette: siamo entrati nel 1900 e le abitudini della società moderna stanno cambiando.

…E per concludere

Solitamente il nome di Peter Carl Fabergè è associato alle splendide uova, di cui oggi rimangono 52 esemplari sparsi per il mondo, fra musei, case reali e collezionisti privati. Ebbene, Farbergé si occupò anche di tabacchiere, naturalmente di una belleza impagabile. Navigando nel Web troverete fotografie di quelle che sono in vendita presso gli antiquari.

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