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Dicembre 2023

Certi slogan pubblicitari funzionano al punto che poi li prendi, li modifichi per come ti servono e li usi per intitolare un articolo. Per me farina è casa, casa è farina.

Nel passato

Mia madre ha sempre cucinato tanto, e per molti. Faceva l’elenco della spesa e lo dava a mio padre, il quale lo leggeva a voce alta (per essere certo) e quando arrivava a farina e zucchero le quantità erano di sei chili, cioè sei chili ciascuno (per esempio, i carcioni almeno 150).

A quel punto, mio padre, alzava le braccia e brontolava sulla certezza che, al rientro, non avrebbe mai trovato parcheggio sotto casa. E pure sulla certezza che avrebbe dovuto scaricare la macchina a più riprese.

Questa scenetta è andata avanti per anni, e non era l’unica rappresentazione del loro matrimonio. Avrò modo di parlarne ancora.

Fatto la spesa, mio padre aveva la pia illusione di essere libero di occuparsi delle sue cose, ma mia madre aveva bisogno di lui per conservare le provviste da caserma; anche questo lo faceva con pazienza e spirito di coppia.

In famiglia eravamo in sei, ma mia madre cucinava per otto o nove, perché sul nostro pianerottolo eravamo tutti parenti e non so al Nord, ma al Sud c’è o forse c’era (non so più) il piacere di condividere con il dirimpettaio la ricetta del giorno. Nel condominio in cui abito adesso è più raro, ma lo vedo fare.

Da sei, con i nostri matrimoni eravamo diventati 16. E il sabato era il giorno in cui ci riunivamo per il pranzo. Ogni sabato, e considerate che in tante case non si è in 16 neanche a Natale. La situazione era questa: immaginate la pasta al forno in tre o quattro teglie e questa era la regola, perchè tutti i tentativi di convincere mia madre a cucinare di meno, si perdevano nel vento. Poi c’era il secondo (portata principale, in gergo), i contorni, il dolce, la frutta e il caffè. Una settimana per smaltire, e poi daccapo. Questo nei periodi normali. Ma prima delle feste, personali o comandate, lei si scatenava completamente!

A Pasqua, anzi al Venerdì Santo, la tradizione culinaria pugliese contempla la focaccia con cipolla, pomodori e olive e altri ingredienti (ognuno personalizza); camminando per le vie, si sente il forte odore di cipolla sul fuoco uscire dalle finestre, che, per forza di cose, devono essere aperte.

Mia madre impastava per almeno 4 focacce, e non avanzavano mai. Anzi sì, una volta che aggiunse il finocchietto, e purtroppo, rimasero tutte lì. Poi Pasqua e il Lunedì in Albis, e per il momento si calmava. Ma quando arrivava Natale, anzi per tutto dicembre, erano sempre grandi manovre. L’8 dicembre le Pettole (buonissime con sopra lo zucchero, oppure salate (le mie preferite sono con la cannella), poi Crostate e Croccanti alle mandorle, tutto rigorosamente pugliese, anche se le Cartellate (pugliesi per eccellenza) non gliele ho mai viste fare: mi pare che non le piacessero. Una zia le portava i Purceddrhuzzi, che assomigliano agli Struffoli napoletani. Nelle nostre incursioni a casa dei miei, ovviamente in cucina, era tutto un assaggiare o rubacchiare qua e là e lei ci provava pure a nascondere le cose, fino al momento giusto, ma come segugi a caccia, trovavamo tutto.

Poi c’era tutta la parte salata, che non vi dico! Oltre al fatto che il 31 dicembre è il compleanno di mio fratello, e quindi la scusa era doppia. Per esempio, dalle mie parti, a Santo Stefano ci sono le fazioni: tortellini in brodo e orecchiette con cime di rapa e dintorni. Cose che certamente si possono mangiare tutti i giorni, ma volete mettere durante le Feste?

Infine…

Ad un certo momento, la cucina si è spenta, perché prima si è spento chi andava a fare la spesa e poi chi cucinava . Ma anche a parti invertite, sarebbe stato uguale.

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Tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati vittime di malintesi, oppure abbiamo noi stessi malinteso. Cosa abbiamo fatto per rimediare? Come abbiamo affrontato la cosa? Personalmente, essendo mancante della cosiddetta risposta pronta, a volte (per fortuna non sempre), di fronte a una mia frase male interpretata, sono rimasta in silenzio, incapace di spiegare.

Che fare?

Intanto, ho chiesto alle mie figlie come si regolano; avrei chiesto anche a Iron, la nostra femmina di Labrador e qualcos’altro, perché sicuramente a volte non la intendiamo bene. Dunque, le ragazze hanno risposto che decidono in base alle persone con cui si è creato il corto circuito. Se c’è un legame di amicizia solida, di parentela o familiare di solito stretto e forte, si impegnano a chiarire; viceversa fanno spallucce. Se invece sono state loro a capire male, si scusano e chiedono una spiegazione che metta ordine. Mi pare ragionevole, ma andiamo avanti.

Strategie per gestire al meglio un malinteso

  1. Manteniamo un profilo sereno, anche se ciò che abbiamo sentito non ci convince; i punti di vista sono importanti e vogliono rispetto. Questo riguarda i propri, ma, certamente, anche quelli degli altri.
  2. Un malinteso potrebbe essere verbale o scritto. In tempo di sovrautilizzo di social, il rischio di scrivere male (per fretta, per sciatteria, o fate voi) è molto vicino. Anche qui, manteniamo la calma; rileggiamo attentamente il messaggio e se si conferma il tentativo di offenderci o ferirci, prendiamo del tempo utile a elaborare una risposta efficace, non impulsiva. Se siamo noi a scrivere un messaggio, rileggiamolo prima di inviarlo, ma come se fossimo noi i destinatari e se ci rendiamo conto che potrebbe essere frainteso, cancelliamo e ricominciamo.
  3. Facciamo domande che chiariscano il senso di ciò che ci è stato detto, più informazioni avremo e più sarà chiaro il senso di una frase.
  4. Chiediamo scusa. Quando ci vuole, ci vuole.
  5. Un malinteso non è solo una questione fra adulti: fra bambini, fra bambini e adulti, la possibilità è reale. Insegnare ai nostri bambini a esprimersi in modo chiaro, aiuterà loro e sarà un ottimo esercizio per noi.

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