Antiquariato

Mobili, gioielli, porcellane, quadri: venite a me!

Lo so bene: la frase conosciuta è al contrario. Ma è di alberghi che voglio scrivere questa volta. Gli alberghi nel tempo. Sì, perché la curiosità di conoscere posti nuovi, o la necessità di spostarsi da un luogo all’altro non appartengono solo all’uomo contemporaneo e neanche all’uomo moderno, ma sono condizioni antiche che riguardano l’umanità dalle origini.

I primi alberghi o edifici adibiti a sistemazione per una o più notti, furono Greci. Leonidaion, per citare uno dei più antichi, si trovava a Olimpia e ospitava gli atleti che partecipavano alle Olimpiadi. Anche gli Spartani si occuparono di costruire un edificio per ospitare e fu il primo su due piani, una novità per l’epoca. Il più famoso però è sicuramente il Santuario di Asclepio, dove gli ospiti si trattenevano anche per sottoporsi a cure mediche.

Intanto, è bene sapere che né i Romani, né dopo, durante il Medioevo, questi alloggi venivano chiamati alberghi. Per i primi erano taverne, per i secondi osterie.

Fu durante il XVII secolo, che queste strutture presero la definizione di albergo, acquisirono delle caratteristiche proprie, e anche un nome distintivo. Oggi, sparsi per il mondo, e ovviamente anche in Italia, ci sono diversi alberghi molto antichi,per esempio edificati dopo il 1000 e quindi ricchi di storia, che non hanno mai cambiato destinazione d’uso e sono normalmente aperti ai viaggiatori. Io li ho visti solo in foto e mi auguro che un giorno sarò anche ospite.

Intanto, chi viene in vacanza in Puglia, avrà scoperto le famose masserie, oggi spesso trasformate in alberghi di lusso. Nel Meridione sono presenti un po’ ovunque, ma credo che Puglia (soprattutto in Valle d’Itria) e Sicilia abbiano il numero maggiore di queste costruzioni fortificate.

Anticamente, la masseria era una azienda agricola in cui, oltre agli ambienti di lavoro, aperti e chiusi, c’erano gli alloggi privati sia dei proprietari terrieri, spesso nobili, sia dei contadini con le famiglie.

Se volete invece alloggiare in un albergo antico quanto il Regno di Napoli, allora potrete ripercorrere le tappe del Grand Tour. Sapete di cosa si tratta? Il Grand Tour era una esperienza di viaggio lunga, ma senza un tempo preciso di inizio e fine; era quasi sempre nelle esclusive possibilità dei nobili, e si svolgeva nell’Europa sulla terraferma. Lo scopo del viaggio era didattico e (questo l’ho scoperto da poco) la parola turismo, deriva proprio da questa esperienza.

E voi, avete mai soggiornato in un albergo antico?

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Mia nonna Oronzina diceva sempre: “Capelli e peccati crescono in quantità!”. A me faceva ridere questa accoppiata, però la verità era che mia madre i capelli ce li tagliava continuamente, di commettere peccati neanche a parlarne, quindi il proverbio rimaneva una bella sentenza a effetto, e niente più.

A parte le vignette tragicomiche, dell’uomo preistorico che trascina la donna per i capelli, che forse all’epoca non erano un’arma di seduzione, le donne nell’antichità hanno sempre avuto cura dell’igiene e della bellezza di corpo e capelli. Le prime testimonianze di utensili simili a un pettine, ma usati per districare filamenti di piante tessili, sono in Nord Europa. Erodoto diceva: “Gli Egizi preferiscono essere puliti piuttosto che belli”. Infatti per loro la cura dei capelli e più in generale del corpo era fondamentale. Cleopatra seguiva una routine di bellezza molto impegnativa che le assicurava dei capelli perfetti. Per gli Egizi, inoltre, era consuetudine mettere un pettine nella bara con il defunto. I Greci, invece, offrivano pettini alle divinità, ed erano di vari materiali, anche preziosi (osso, legno, corno, argento e oro).

Durante il Medioevo non ci furono grossi cambiamenti nella produzione del pettine, a parte l’introduzione dell’avorio come materiale per la sua costruzione. Nel 1600, l’uso del pettine si diffuse anche tra gli uomini, sia per la moda del tempo, sia perché iniziavano a vedersi le famose parrucche, che saranno tanto in voga nel secolo successivo. Di questo periodo saranno i primi pettini in tartaruga.

Con i “ruggenti anni ’20” si diffusero i pettini da testa. Erano pettini lavorati che servivano a tenere ferme le acconciature ma che ebbero diffusione solo fino a quando le donne non scoprirono tagli sempre più corti che ovviamente non ne richiedevano più l’uso.

La spazzola, invece, così come la conosciamo noi, risale al 1400 quando a Norimberga fu avviata la produzione. Successivamente, altre fabbriche si diffusero in Europa e principalmente a Liverpool, verso la fine del 1700. La consuetudine che è anche il titolo di oggi, si è persa quando si sono abbandonate le acconciature che prevedevano capelli molto lunghi. Tipo quelli di Elisabetta di Baviera. Avete presente?

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Da qualche parte ho letto che per conquistare una donna è “sufficiente” fingersi scarpa. Non saprei dirvi chi sia l’autore di questa perla, ma la condivido completamente. Fingetevi scarpe e ci arrenderemo.

Adesso però occupiamoci di scarpe nella Storia. Ovviamente, le scarpe sono comparse insieme all’uomo ed è in Armenia che qualche tempo fa, fu rinvenuto un paio di scarpe, ben conservato, risalente a 3.500 anni A.C. Tutte le civiltà antiche, hanno dedicato a questo accessorio particolare attenzione: intanto era segno di appartenenza a una classe elevata, i poveri infatti camminavano scalzi; poi avevano altezza e forma diverse, secondo l’uso. Per la guerra, ad esempio, si usavano veri e propri stivali. Anche il colore, che fosse nero, giallo o rosso, definiva la classe sociale.

Nonostante una certa varietà di produzione, secondo le necessità, si attese il Medioevo per iniziare ad avere modelli che fossero anche curati nell’estetica. A Venezia nacquero le prime corporazioni di calzolai nel 1100, divise in “Solarii” e “Patitari”. I primi producevano suole e calzamaglie con suola; i secondi zoccoli. Nel 1300, sia in Inghilterra che in Francia, si diffuse la “poulaine”, una calzatura in uso solo fra gli aristocratici, che aveva la punta molto lunga, e solitamente superava i 15 cm di lunghezza. Più avanti, nel 1600 comparve la “pianella”, scarpa a forma di pantofola, con zeppa, realizzata in sughero o legno e con punta decisamente accorciata. Sempre nello stesso periodo, anche gli uomini iniziarono a usare scarpe con il tacco; questa moda partì da Luigi XIV, che era notoriamente di bassa statura.

Parallelamente, in Italia (Venezia) comparvero le prime scarpe con pattìno. Si trattava di un involucro che proteggeva la scarpa vera e propria, dal rischio di sporcarsi nei percorsi a piedi e che veniva rimosso nei luoghi chiusi. Con piccole variazioni questo stile rimarrà in voga praticamente fino a tutto il XIX secolo. Durante il regno della regina Vittoria, il suo calzolaio personale concepì degli stivali elasticizzati, i famosi “chelsea boots”, facili da calzare e togliere, e questo grazie a Charles Goodyear, inventore della vulcanizzazione della gomma.

Poi arrivarono gli anni ’20, i ruggenti venti, e le scarpe presero un’accollatura alta e il tacco a “rocchetto” sempre ispirato allo stile Luigi.

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ha definitivamente conquistato e mantenuto il ruolo di prim’ordine nella creazione e produzione di scarpe belle e di qualità, un ruolo che tutto il mondo riconosce.

Questo piccolo viaggio nel tempo, sul tema della scarpa, riguarda l’Occidente. In Cina, invece a partire da X secolo, si diffuse l’usanza di fasciare i piedi delle bambine, fra i 3 e gli 8 anni. Si trattava di una deformazione artificiale, considerata un rito di passaggio e lo scopo era avere un piede che non misurasse più di 10 cm: il “Loto D’Oro”. Questa pratica era in uso soprattutto fra gli aristocratici, e durò molti secoli, fino agli inizi del 1900. Un buon risultato, cioè un piede ben deformato, era parte della dote di una ragazza da matrimonio: oltre a dimostrare coraggio, sopportazione del dolore, una ragazza con i piedi deformi era molto più attraente per il futuro marito.

Anche le scarpe dovevano adeguarsi alla deformità del piede. Si chiamavano appunto, “scarpe di loto”, avevano la forma di un cono ed erano solitamente di seta o cotone, con ricami sulla tomaia.

Se avete altre notizie, scrivetele nei commenti. Io ho appena scoperto che i “chelsea boots” si chiamano anche “beatles”. Chissà se i Fab Four lo sapevano!

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Strumento che serve a misurare il tempo e a segnare le ore (DIZIONARIO SANDRON della lingua italiana, 1989). Questa è la definizione dell’orologio, qualsiasi forma abbia. E a proposito di forme, ho scoperto che ciò che comunemente chiamiamo clessidra è solo ad acqua, e si chiama clepsammia l’orologio a sabbia. Questa, però, è una raffinatezza linguistica che non ha avuto la meglio sull’uso unico del termine clessidra.

Ma partiamo dal principio. La necessità di misurare il tempo è molto antica e il primo strumento per la determinazione, fu la meridiana. Si tratta di uno strumento che si basa sul rilevamento della posizione del Sole e nella sua forma più semplificata, era un bastone piantato nel terreno. Questo legame stretto con il Sole presentava un limite nelle giornate nuvolose e durante la notte. Subito dopo entrò in scena la clessidra che fu invenzione degli Egizi, e il suo meccanismo si basava sulla fuoriuscita dell’acqua da un involucro forato.

Per poter parlare di vera e propria meccanica, bisognerà arrivare al Medioevo; uno dei primi esemplari con meccanica più sofisticata, è l’orologio collocato sulla torre campanaria della chiesa di S. Eustorgio a Milano (1309), ma anche in altre città italiane e a Parigi, alcune chiese si arricchirono di imponenti orologi. Non dimentichiamo poi gli orologi astronomici (a partire del 1400) di Praga, Venezia e Messina, molto particolari per i meccanismi e belli nelle loro animazioni. Verso il 1700 iniziarono i primi esperimenti per ottenere orologi automatici, cioè in grado di autoricaricarsi; sempre di questo secolo sono i cosiddetti perpetui, come anche gli orologi da interno che funzionavano con le correnti d’aria, fra ambienti di una casa.

Come per tutti gli oggetti, non conta e non contava solo il suo impiego, ma anche il materiale. Che fossero orologi da esterno o da interno, i materiali erano scelti non solo per ottenere la massima funzionalità ma anche per la cura dell’estetica. Argento, bronzo e oro e legni pregiati erano i materiali scelti per la realizzazione di questi articoli.

Naturalmente, accanto ai grandi orologi per chiese e piazze o alle pendole nelle case, a partire dal 1500 si diffusero gli “orologi portatili”, cioè veri e propri gioielli personali, che rivelavano (in base al materiale con il quale erano stati realizzati) anche la classe di appartenenza di chi li portava. Erano orologi da tasca, dotati di una catenella per fissarli al gilet, anche se la moda del tempo suggeriva che fossero portati al collo, come collane. In uno dei suoi ritratti, Enrico VIII, indossa proprio uno di questi orologi al collo.

Io possiedo due orologi da tasca femminili; sono molto belli, più piccoli di quelli maschili, ma al momento non funzionano e trovare i pezzi di ricambio originali e di epoca, non è facile per niente. Se un giorno riuscirò a farli restaurare, li userò, perché il gesto di guardare l’orologio, che sia al polso o appeso, mi piace molto e al contrario, guardare l’ora sul cellulare, non ha alcun sapore per me.

Purtroppo sono cascata anche io nell’abitudine di controllare l’ora sul display del cellulare, e allora devo impegnarmi a ritornare ai vecchi gesti. E voi? Quali orologi usate?

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In tutti gli anni in cui mi sono occupata di antiquariato, spesso ho rinunciato a vendere oggetti che non volevo rischiare di perdere. Non succedeva spesso, ma se un cliente mostrava interesse per qualcuno di essi, il segno era che dovessi portarlo a casa, e al più presto. Qualcosa purtroppo è sfuggita a questa regola, e anche se ho chiuso la mia attività da parecchio tempo, ci penso ancora. Questa mattina però, ho riflettuto sul fatto che non ho mai portato a casa servizi da caffè o da tè, ma neanche tazze e tazzine singole, da collezione.

Dovrò assolutamente rimediare.

Tazza deriva dall’arabo tassah o ta-sa e sta a indicare un recipiente rotondo di piccole dimensioni, con la parte superiore più larga della base: può avere uno o due manici, ma anche non averne del tutto, può o meno avere un basso piede e a volte è accompagnata da un coperchio. Le tazze di oggi sono solitamente in ceramica, porcellana o vetro. Anticamente, erano in terracotta o in metallo lavorato. Una tazza antica per eccellenza è la “Tazza di Vaphio”.

Vaphio, è un sito della Laconia (Grecia), che ospita una tomba a thòlos, costruita per un re miceneo e che conservava una serie di gioielli e tesori di vario tipo tra cui una coppia di tazze in oro, lavorate a sbalzo. Le lavorazioni sono differenti: una tazza presenta la cattura di tori, l’altra scene di sottomissione di questi tori, ormai domati. Oggi sono esposte al Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Le tazze romane e greche erano usate per acqua e vino. Nel Medioevo cambiò la forma della tazza, che prese più la forma di un bicchiere. Nel Rinascimento invece, si iniziò a produrre tazze in ceramica e di seguito tazze in cristallo di rocca con manici a forma di animali.

Se capitaste a Firenze, potreste visitare il Museo degli Argenti, ma anche il Kunsthistoriches Museum di Vienna e il Residenzmuseum di Monaco. Troverete esemplari di notevole interesse, per fattura e materiali preziosi.

Nel 1600 apparve la tazza d’assaggio, chiamata bordolese e la tazza puerperale, con due manici e coperchio, destinata alle bevande degli ammalati. Questo era il modello in uso in Italia e Francia, mentre in America la tazza puerperale aveva la forma di una brocca con beccuccio (feeding cup). Nel 1700, l’uso del metallo fu destinato alla fabbricazione di tazze e tazzine di lusso e quindi riservato alle classi sociali più elevate; la porcellana però divenne, ed è tuttora, il materiale preferito per creazioni raffinate e artistiche. Nel frattempo, in tutta Europa, ma soprattutto in Inghilterra, si diffuse il consumo di tè, cioccolata calda e caffè, ma la consuetudine dell’intermezzo pomeridiano, si definì in epoca vittoriana e riguardò l’intera società inglese, con abitudini diverse secondo la classe di appartenenza.

Prima di terminare, vorrei condividere con i miei lettori una curiosità che ho scoperto recentemente e che riguarda la tazzina da caffè. Tazzina non è il diminutivo di tazza ma deriva da Luigi Tazzini (1868-?), pittore lombardo che per alcuni anni fu direttore artistico della Società Ceramica Richard-Ginori. Egli appunto inventò un recipiente piccolo per gustare il caffè, in stile Art Nouveau. Nel tempo, la tazzina da caffè ha acquisito delle caratteristiche precise per forma, materiale e capacità di mantenere a lungo il calore della bevanda. Anche la scelta del colore bianco, per le tazzine da caffè professionali, non è casuale. Il bianco infatti garantisce quel contrasto cromatico, fondamentale nella valutazione dei toni del caffè. Del resto, quando si parla di bere e mangiare, niente deve essere lasciato al caso.

Bene, dopo aver appreso queste curiosità, sono più propensa a farmi piacere tazze e tazzine da bar, solitamente anonime e grossolane. Ma noi le perdoniamo.

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Prima di computers e cellulari “intelligenti” c’era la macchina da scrivere. In mezzo la macchina da scrivere elettronica. Quest’ultima non so se si usi ancora, ma so come funzionava poiché ho avuto modo di usarla.

La macchina da scrivere meccanica è una invenzione relativamente recente, ma attribuire la paternità di questa invenzione a una specifica persona, non è ancora possibile. Si può però dire con certezza che il “tacheografo”, cioè l’anticipatore della macchina da scrivere, fu dell’italiano Pietro Conti. A proposito, tacheografo deriva dal greco e significa “che scrive in fretta”. E lo stesso vale per il “cembalo scrivano” che appartiene a Giuseppe Ravizza. La terza figura a cui si fa riferimento fu Agostino Fantoni con la sua “preziosa stamperia”. Tutto questo nella prima metà del 1800.

Però per parlare di macchine da scrivere, dopo questi prototipi, bisognerà aspettare la fine del 1800 e andare oltreoceano. Furono infatti gli Stati Uniti ad avviare la produzione che cambiò le abitudini di scrivani e scrittori. Philo Remington, proprietario di una fabbrica di armi, decise di aggiungere anche la produzione di macchine da scrivere, avendone intuito le potenzialità commerciali. Nacque così la “Remington No. 1” (era il 1874), la prima a ottenere successo di vendite. Qualche anno dopo uscì la versione aggiornata che, diversamente dalla prima, permetteva di vedere i caratteri scritti e quindi eventuali errori, durante la scrittura, e non più solo a fine lavoro.

Eviterò di addentrarmi sulla parte prettamente meccanica, non essendo esperta, ma posso dirvi che la tastiera, con i caratteri che insieme formano la parola “Qwerty”, è rimasta invariata da allora, e la ritroviamo anche sulle tastiere dei moderni computer. questa parola non era una scelta casuale, ma serviva ad evitare che i tasti con le lettere più comuni si incastrassero, danneggiando il meccanismo.

Io possiedo una Mignon AEG. E’ una macchina inventata da Frederich Von Hefner-Alteneck e prodotta dal 1905 al 1933, in Germania e la sua particolarità è la tabella di indice al posto della tastiera. Proprio così. Avendo un costo più basso era destinata alla fascia povera della popolazione. Anni fa, lessi da qualche parte che era stata introdotta nei luoghi di lavoro, per il reinserimento dei mutilati della Prima Guerra Mondiale, proprio perché non richiedeva di scrivere con la tastiera classica. A me piace molto e confesso che la comprai per il mio negozio di antiquariato, ma rinunciai quasi subito a venderla, e da molti anni è a casa e fa parte della famiglia.

E a voi, piacciono le macchine da scrivere antiche?

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Oggi la parrucca è associata a malattie che comportano la caduta dei capelli, temporanea o definitiva. Un tempo, per fortuna non era così. La parrucca era un accessorio di lusso.

Presso gli Egizi, che normalmente si rasavano completamente la testa, la parrucca serviva a dare autorevolezza. Per i Romani era un mezzo di camuffamento (pare, che Giulio Cesare, la usasse per mascherare la sua calvizie). Erano in uso in Occidente, molto meno in Oriente, anche se Giappone e Cina le usavano per completare i costumi di scena, durante le rappresentazioni teatrali.

Dopo la fine dell’Impero Romano, cadde anche l’uso della parrucca e bisognerà aspettare la seconda metà del 1600 per ritrovarla tra gli accessori di uomini e donne. La sua diffusione fu notevole, tanto che in Francia nacque una corporazione di parruccai, a tutela di questa professione. Le parrucche erano realizzate con crine di cavallo e di capra, più raramente con capelli veri, ma anche con crine di bue tibetano. Erano pesanti, a volte scomode ma belle, e spesso singolari.

Nel 1700, la Francia consolidò il suo primato nella produzione e nell’uso di parrucche e fu in questo periodo che si diffuse la moda di imbiancarle con la cipria. Si trattava di una cipria realizzata con farina di riso e successivamente profumata con diverse essenze. Fu un trattamento in uso per alcuni anni, poi abbandonato per via del costo delle ciprie in commercio.

Con la Rivoluzione Francese, la parrucca venne abbandonata: dal momento che era un accessorio di lusso e simbolo di potere, venne messa da parte in favore di un nuovo modo di vivere e adornarsi, più austero. Nei Paesi che appartenevano all’Impero Britannico (Commonwealth) invece, la parrucca rimase in uso, in quanto faceva parte della divisa in alcune professioni: per esempio nei tribunali.

Facciamo un salto lungo 2 secoli e arriviamo agli anni ’60-’70 del 1900. In questo periodo le parrucche sono molto diverse fra loro ma riflettono la moda di taglio e acconciatura del periodo, quindi sono veritiere. Anche colori e toni sono reali e chi le usa ne possiede in gran numero, per il gusto di cambiare spesso. Personalmente, credo di averla usata un paio di volte, e solo in occasione del Carnevale. Voi, lettrici, le usate?

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Bastone deriva dal latino basto. E’ un oggetto antichissimo, realizzato in legno e usato come appoggio, come arma bianca, per guidare le greggi e anche per la ginnastica.

Nonostante fosse usato nella vita pratica, a un certo momento divenne anche simbolo di comando, di potenza, di rispettabilità, ma non solo del potere temporale. Anche la Chiesa lo adottò, si chiamava pastorale (detto anche vincastro), usato per rimarcare il potere dei prelati e del pontefice. Intorno al 1500 comparve il primo bastone animato. Si trattava di un bastone di legno o bambù che, al suo interno, poteva contenere una boccetta di vetro con un liquore o con un profumo. A volte, celava addirittura un veleno o una lama, (azionata da un meccanismo a incastro o molla) che trasformavano il bastone nel fodero di un’arma.

La Francia, fu la nazione in cui il bastone ebbe maggiore fortuna, come oggetto da passeggio. A partire dal 1600, fu prodotto con legni pregiati e con diversi modelli di impugnatura: a pomolo, a pennacchio, a uovo, a gruccia, a tau, a becco di corvo.

Durante il ‘700, il bastone divenne anche un accessorio femminile, così la produzione si arricchì anche di modelli molto più raffinati. Questo almeno fino alla Rivoluzione Francese, quando si diffuse il modello “alla giacobina”, un tipo di bastone volutamente grossolano e di poco pregio, proprio a marcare una distanza con il vecchio sistema politico.

Fu con lo stile Impero (primi dell’800), che il bastone elegante tornò di moda e l’attenzione verso questo accessorio, rimase inalterata fino ai primi anni del ‘900.

Oggi, è prevalentemente materia per collezionisti o piccoli amatori.

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Se posso dirlo, a me la poltrona piace più del divano. La poltrona è personale. Se, casualmente, capita che ci si accomodi per un po’ di volte sempre sulla stessa poltrona, è come se se ne diventasse i proprietari.

La poltrona, fra i mobili, ha sempre avuto un ruolo da protagonista. Figlia del rigido e a volte anche scomodo seggiolone, nasce in Francia alla fine del 1500. Lentamente, inizia a modificarsi rispetto al seggiolone: le forme si ammorbidiscono lo schienale si abbassa un po’ e la seduta si allarga e però, per arrivare a una produzione bella ed elegante bisognerà attendere il regno di Luigi XV. In questo periodo compare la prima poltrona in legno dorato e lavorato con fini intagli; la sua produzione è limitata alle corti reali. Sempre in questo periodo nasce la Bergère (in inglese Wing Chair). Si tratta di una poltrona che presenta un cuscino mobile, una imbottitura completa, cioè che comprende anche i braccioli; si distinguerà in “bergère confessional” con braccioli arretrati e due “orecchioni” in alto, che servivano a protezione dalle correnti d’aria, e “bergère gondole”, tondeggiante e con schienale più basso.

Mentre in Inghilterra la poltrona ha ancora fattezze essenziali, è proprio la Francia che, nel 1700, con la sua produzione di mobili e oggetti dalle linee morbide e aggraziate, diventa trainante per l’Europa e non solo. Per esempio, tipicamente francese era la poltrona “Duchesse”, 8 gambe e forma allungata; solitamente costruita in un unico pezzo ma nei casi in cui fosse composta da una seduta e uno o due sgabelli, si chiamava “duchesse brisée”.

Nonostante la Francia avesse, come ho già scritto, il primato della produzione 700esca, anche in Italia, in Veneto in particolare, si diffuse la produzione di poltrone, con la particolarità di essere laccate di vari colori, specie azzurro e rosso e con inserimenti di oro. L’Inghilterra continua a non subire l’influenza francese e propone ancora uno stile rigoroso che, tra l’altro, influenzerà quello americano.

Agli inizi dell’800, i legni chiari vengono sostituiti da legni scuri, il mogano in particolare. Siamo in pieno stile Impero, lo stile che si rifà alla Roma Imperiale ma anche all’architettura egizia, che celebrerà Napoleone Bonaparte.

Passato il regno di Napoleone, dopo la Restaurazione, si sviluppò l’Eclettismo; uno stile che nella sostanza non conteneva novità, ma proponeva un recupero del gotico, del barocco e del classico. Anche se non mancarono produzioni di gran pregio, questa mescolanza di stili passati, a volte mortificò il gusto e la funzionalità dei mobili in generale, e quindi delle poltrone; questo avvenne anche grazie all’industrializzazione con la quale i costi si erano abbassati, ma purtroppo anche la qualità. In risposta a questo che nacque un movimento chiamato Arts and Craft, che si impegnava a rivalutare il lavoro artistico e artigianale, contro appunto l’industrializzazione. Gli artisti che aderirono a questo movimento, progettarono poltrone in pelle (sino ad allora erano state usate stoffe, pesanti o leggere) e con schienali reclinabili.

Si arriva così alla fine del 1800, nasce l’Art Nouveau e si conferma la scelta di produrre poltrone che uniscano funzionalità a bellezza ma non manca l’elemento nuovo: entrano nel disegno i metalli cromati, insieme al legno e ai tessuti (famosa sarà la poltrona “grandconfort” disegnata da Le Corbusier).

A questa novità, negli anni, si aggiungeranno l’uso dell’avorio e della paglia che caratterizzeranno le poltrone Art Déco.

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Sono salita su una carrozza due volte, in vita mia. A Vienna e a Messina. Per amore di precisione, in entrambi i casi, si è trattato di un landò, cioè un tipo di carrozza con tetto retraibile a mantice. Non ricordo quanti cavalli ci trainassero a Vienna, ma a Messina sono quasi certa che fosse uno solo. L’epoca di costruzione era tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900.

Il landò, così come lo conosciamo noi è stato inventato in Germania, nella città di Laundau, ed era destinato al servizio pubblico. Ma andiamo con ordine perché la storia delle carrozze, inizia molti secoli fa; antenato della carrozza fu il carro, praticamente nato subito dopo l’invenzione della ruota, già nella civiltà mesopotamica. In quel caso era soprattutto destinato al trasporto di merci o nell’attività dei campi. Fra i Romani, il carro detto “biga” era destinato all’uso in guerra, ma anche durante le giostre.

Nel Medioevo, la carrozza assomigliava ancora ai carri ma da lì in poi iniziò ad essere sempre più un veicolo per le persone. La sua produzione si diffuse soprattutto in Germania e in Italia (Ferrara fu la prima città ad avere una fabbrica di carrozze a metà ‘500), molto meno in Francia e in Inghilterra. Ovviamente, l’uso e il possesso era riservato ai ceti più elevati. E siccome non bastava, fra le famiglie che erano in grado di possederne una si ingaggiavano delle “gare” di bellezza perché, nel frattempo, erano diventate sfarzose, ricche di intagli, pitture e dorature.

Leggendo su vari testi ho scoperto che Rubens dipinse la carrozza imperiale austriaca (Dizionario di Antiquariato A.Vallardi-Garzanti) e la Francia, durante il regno del Re Sole, così come Napoli e Milano per l’Italia, divennero eccellenze nella costruzione di carrozze sfarzose.

Nei primi anni del 1800 tornò in auge l’omnibus, una carrozza che consentiva il trasporto fino a 10 persone. In verità, il primo omnibus, fu costruito in Francia a metà del ‘600, ma non ebbe molto seguito. Due secoli dopo, invece si recuperò, e non solo per i percorsi cittadini ma anche per i collegamenti fra città vicine.

Ovviamente, l’invenzione dell’auto piano piano definì il tramonto delle carrozze, limitandole a mezzo di trasporto nei percorsi turistici o confinandone la collocazione nei musei. E a proposito di musei delle carrozze, in Puglia, che è la mia regione, ce ne sono almeno due. Cercateli!

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