Antiquariato

Mobili, gioielli, porcellane, quadri: venite a me!

Il termine latino fibula non è più in uso nel linguaggio della moda, della gioielleria e dell’antiquariato, da molto molto tempo; è ancora in uso in archeologia e in anatomia (è il nome di un osso che compone lo scheletro della gamba).

Fibula e fibbia

Sono sostanzialmente la stessa cosa; la fibula che oggi chiameremmo spilla di sicurezza, era un accessorio dell’abbigliamento: si usava per fermare tuniche e mantelli sulle spalle. Come sempre dopo una invenzione, i primi modelli risultarono piuttosto rudimentali; successivamente, grazie all’uso frequente fra i Greci e i Romani, le forme si abbellirono e arricchirono e si passò da fibule in bronzo a fibule in ferro. Fibule romane in oro si possono ammirare presso i Musei Vaticani, i Musei delle Terme di Roma e il Museo Archeologico di Firenze. Quando si diffusero tra i Bizantini, si arricchirono anche di pendagli di perle (espressione da Dizionario di Antiquariato, Vallardi Garzanti, 1992, pag. 464).

Nel Medioevo la fibula divenne fibbia, ma sostanzialmente il suo uso rimase lo stesso, cioè fermare le vesti sia maschili che femminili.

Spilla

Anche la spilla nacque con il proposito di fermare le vesti. Per molto tempo quindi mantenne una funzione essenzialmente pratica, ma poi divenne anche un ornamento fra i capelli di dame e cavalieri. Intorno al ‘400, la spilla diventa un vero e proprio gioiello: chi avesse dimestichezza con la pittura di quel periodo, saprà di certo che nei dipinti raffiguranti donne di altro rango, la spilla era quasi sempre presente, in oro e smalti.

Nel ‘500, la moda introduce le spille cammei e nel ‘600, la spilla, per gli uomini diventa il mezzo con cui mostrare le insegne cavalleresche, fra le dame, invece, si diffonde la Sévigné, una spilla a forma di fiocco con pendente a goccia. Pare che la creazione di questo motivo sia da attribure a Madame de Sévigné, scrittrice francese (1626-1696). Da lì e per quasi tutto il ‘700, la spilla entrerà a pieno titolo nelle parures di gioielli.

La Rivoluzione Francese impose un certo rigore per contrastare gli sfarzi della società francese di quel periodo e questo naturalmente toccò anche, anzi soprattutto, i beni di lusso, per cui la spilla passò in disuso ma, nell’800 ritornò di gran moda e con modelli che si ispiravano agli oggetti di epoca classica, complici le scoperte archeologiche.

Per finire, l’Art Nouveau, che impresse nella gioielleria in generale, e per la spilla nello specifico, una novità assoluta e cioè la rappresentanzione del mondo animale e floreale, così come le figure femminili, vestite o meno.

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Ho cercato su Internet la traduzione di trumeau, in italiano, ma senza soddisfazione. Perciò continuerò a chiamarlo così.

Di cosa si tratta

In origine, cioè in epoca gotica (1200-1400), trumeau indicava lo spazio di muro tra due finestre; poi, a partire dal 1700, uno specchio fissato sempre nel suddetto spazio. Proprio nel XVIII secolo, gli ebanisti italiani, soprattutto veneziani, utilizzarono questo termine per definire un mobile vero e proprio.

Ispirandosi ai mobili rinascimentali, crearono un nuovo modello, effettivamente originale, a doppio corpo composto da: un cassettone, una parte rientrante alta chiusa da due ante, in legno o vetro entrambi decorati, oppure a specchio . A metà, una ribalta che fungeva da scrittoio e che si apriva su una cassettiera fatta di piccoli cassetti, a vista o segreti. Considerato mobile di lusso, fu realizzato con legni pregiati, e anche con l’aggiunta di avorio e argento; in Olanda si utilizzò anche la madreperla, per le decorazioni.

In Italia, i trumeaux più conosciuti furono quelli veneziani: decorati alla maniera arte povera, presentavano lacche e motivi che richiamavano i decori cinesi. In Piemonte si preferivano modelli più sobri, in legno scuro anche per le ante, che quindi non avevano specchi. Il trumeau lombardo si distingueva per la sua forma bombata e talvolta per la presenza di cornici nere. Bellissimi poi i trumeaux meridionali.

Nota personale

Trovo che sia un mobile bellissimo, che impreziosisce la casa di chi lo possiede. Purtroppo, negli anni in cui ho avuto il negozio di antiquariato, non sono mai riuscita a trovare un trumeau da vendere (sempre che poi non decidessi di tenermelo), ma ne ho visto qualcuno in case private e vi assicuro che dal vivo conferma tutta la sua bellezza e imponenza.

Ditemi la vostra nei commenti.

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Negli anni in cui ho avuto il mio negozio di antiquariato, mi sono capitate diverse tabacchiere. La più bella l’ho acquistata a Nizza, al mercato del lunedì, l’ho sistemata in vetrina, e indovinate un po’? a distanza di qualche mese è venuta a casa. Definitivamente. Il fatto è, che una cliente si era invaghita proprio di quella e la voleva a tutti i costi. Ingelosita, come spesso capitava, avevo capito che non avrei dovuto venderla. E difatti, la cliente perse.

Un po’ di storia

La scoperta dell’America portò con sé la scoperta di diversi prodotti alimentari, ma anche del tabacco. Si tratta del prodotto di una pianta chiamata Nicotiana Tabacum, dalla quale si ricavava il tabacco da fiuto, da fumo e da masticare. Naturalmente, quando il suo utilizzo si diffuse, nacquero le prime tabacchiere, per contenere il tabacco ma anche i vari utensìli per la sua preparazione. In Europa il tabacco aveva preso piede e anzi si era parecchio diffuso, e quindi di pari passo anche le tabacchiere che in Olanda, nel 1600, erano in ottone e con scene bibliche riportate sul coperchio. Altrove era possibile trovare tabacchiere in corno e avorio.

Con il regno di Luigi XIV, quindi in Francia, si diffuse la tradizione di regalare tabacchiere ai diplomatici (perché negli affari di politica le gentilezze tornano utili) e infatti presero il nome di tabacchiere diplomatiche; sul coperchio riportavano l’immagine del donatore: una vera operazione di marketing dell’epoca.

Ma il secolo della tabacchiera fu il 1700, tant’è che da scatola contenente tabacco e piccoli arnesi, divenne proprio un elegante accessorio che, tra l’altro, definiva con la sua preziosità la classe di appartenenza di chi la sfoggiava.

Alcune erano realizzate in oro. Verso la fine del secolo, ci fu un piccolo declino di queste scatole, poiché era nata la sigaretta, che aveva sostituito l’abitudine di fiutare il tabacco. Ma ci pensò Napoleone I a recuperare la consuetudine di regalare tabacchiere di rappresentanza. Sul coperchio campeggiava la lettera N e, questo lo ignoravo, si diffusero anche le tabacchiere di S. Elena, con l’immagine della tomba dell’Imperatore (trovate maggiori particolari su Dizionario di Antiquariato, A. Vallardi-Garzanti, 1992).

Torniamo indietro di qualche anno per scoprire che anche la Svizzera poteva vantare una sua produzione di tabacchiere, uniche nel loro genere per la presenza di carillon oppure orologi. Più essenziali le tabacchiere inglesi, fatte in rame o argento, di solito di forma ovale. Per le più preziose, i collezionisti sanno che devono cercare tra quelle prodotte sotto il regno di Giorgio III.

Nel 1800, un po’ in tutta Europa la produzione di tabacchiere continuò, ma non ci furono sostanziali novità nella progettazione; al contrario si scelse di riproporre la tipologia rococò con tutte le sue caratteristiche.

Discendente diretto della tabacchiera fu il portasigarette: siamo entrati nel 1900 e le abitudini della società moderna stanno cambiando.

…E per concludere

Solitamente il nome di Peter Carl Fabergè è associato alle splendide uova, di cui oggi rimangono 52 esemplari sparsi per il mondo, fra musei, case reali e collezionisti privati. Ebbene, Farbergé si occupò anche di tabacchiere, naturalmente di una belleza impagabile. Navigando nel Web troverete fotografie di quelle che sono in vendita presso gli antiquari.

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Iniziamo dalla botte

“Grosso recipiente cilindrico di legno usato per contenere il vino (ma può contenere anche altri liquidi, come olio o aceto, oppure pesce salato e sim” (DIZIONARIO SANDRON DELLA LINGUA ITALIANA, De Agostini 1989). E’ di origine celtica e solitamente è realizzata con legno di quercia, ma anche con legno di frassino, di mandorlo e di castagno. In origine, il materiale usato per la sua costruzione era la terracotta (Amphora vinaria presso i Romani, ma anche i Greci e prima ancora gli Egizi la usavano), ma considerato la fragilità tipica di questo materiale, fu sostituita dal legno.

E ora la bottiglia

“Recipiente atto a contenere liquidi” (Dizionario del vetro, Garzanti-Vallardi 1993), questo è ciò che leggo mentre vado a rispolverare le origini. Si tratta della bottiglia già in uso presso Romani e Siriani.

Come è fatta

Ebbene, rientra nell’ambito degli oggetti di vetro; non ricordo dove, ho letto che il vetro soffiato è una invenzione siriana. Di solito, ha forma di cilindro, ma anche di pera, di quadrato o esagono. La base può essere piatta o rientrante. Nel 1400, le bottiglie, le fabbriche veneziane produssero bottiglie che avevano un collo lungo e una forma rrotondata. Più avanti, in Europa in genere, le bottiglie prodotte avevano forme di animali. Nel 1800, ancora in Italia, ma questa volta al Sud, si diffusero le bottiglie napoletane, bottiglie che avevano sembianze di personaggi del Risorgimento.

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Quando un alchimista e un fisico si mettono insieme, nasce una fabbrica di porcellane, e nasce a Meissen. Sto parlando di Johann Friedrich Bottger e di Ehrenfried Walter von Tschirnhaus. In realtà, la fabbrica nacque nel 1710, due anni dopo la scoperta fatta dai due sopra, grazie a Augusto II, Forte di Sassonia.

Ciò che i due ottennero da principio fu una pasta molto dura che chiamarono “terra rossa di Bottger”. Il perfezionamento arrivò quando a questa pasta fu aggiunto il caolino (roccia sedimenaria): il risultato fu una porcellana luminosa, resistente e di colore bianco.

Qualche notizia

Dietro l’impegno di Augusto II, di finanziare lo studio e la produzione di questa porcellana, c’era l’obiettivo di ottenere un prodotto come solo in Cina era stato possibile realizzare sino a quel momento. Si sa, che dalla Cina partivano dei veri capolavori realizzati in porcellana e dipinti a mano. Erano prevalentemente articoli per abbellire le case degli aristocratici o comunque di chi poteva permettersi di sopportare enormi spese per il loro trasporto. Augusto II era un collezionista di questi prodotti provenienti dalla Cina, e infatti le prime produzioni tedesche riprendevano i modelli e i decori cinesi. Verso la metà del ‘700, il celebre modellatore Johann Gottlieb Kirchner si orientò verso decorazioni e soggetti occidentali, dando un’altra direzione ai prodotti, anche di stampo scherzoso, si pensi ai personaggi della Commedia dell’Arte.

Interessante per me, e non lo sapevo, ho scoperto da poco che in questa fabbrica si cercò in tutti i modi di mantenere segreti “ricetta e ingredienti”, ma senza successo. Altre fabbriche, in Europa ottennero le informazioni giuste per realizzare una porcellana con le stesse caratteristiche di quella di Meissen. Fu per proteggere l’originalità del prodotto che nacque il marchio inconfondibile delle spade incrociate, che era poi lo stesso del Principato di Sassonia.

Poi le difficoltà

Vero la metà del ‘700, la Manifattura di Meissen subì una frenata dovuta a due motivi: la Guerra dei 7 Anni e la nascita di un’altra importante manifattura in Francia, e precisamente a Sèvres. La concorrenza era forte poiché le due fabbriche erano di alto livello ed entrambi i sovrani avevano a cuore il successo delle proprie.

Fortunatamente, dopo questo periodo la fabbrica ricominciò a realizzare grandi servizi da tavola come pure oggetti singoli, riconquistando la clientela più raffinata. E questo è rimasto intatto sino a oggi.

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Questo mobile solitamente rettangolare, ma anche rotondo oppure ovale è uno dei più antichi usati dall’uomo, sia nella vita pubblica che in quella privata.

Un po’ di storia

Presso gli Egizi i tavoli erano prevalentemente tondi e con un piede centrale. Questo modello rimase pressoché circoscritto all’Egitto, poiché fra i Greci prima e i Romani dopo, ma in genere in tutto il Mediterraneo, si diffuse il modello rettangolare. Ciò che cambiava da zona a zona, era la scelta dei materiali: i Romani usavano anche il marmo per il piano, oltre al legno, bronzo e avorio per decorare le gambe.

Mensa Delphica era definito un tavolo con piede centrale, consacrato al Dio Delfi, diffuso in Grecia e a Roma, come per tutti i tavoli cultuali.

Nel Medioevo, il tavolo perse molte caratteristiche estetiche; considerato un elemento essenziale, era semplicemente un piano formato da assi, con piedi laterali e veniva riposto dopo l’uso. Tutti conoscete sicuramente il fratino o tavola fratina, tavolo rustico con gambe unite a una traversa, tipico delle mense di monasteri e conventi. A partire dal Rinascimento, il tavolo diventa più elegante e anche più imponente, tornano i materiali pregiati, le gambe sono intarsiate e richiamano le zampe di leone, di foglie di acanto. Questa tendenza rimarrà invariata fino a tutto il ‘600.

Durante il XVIII secolo, l’Inghilterra propose due novità: i tavoli a cancello e i tavoli a nido. Il primo era di forma rettangolare; il piano poggiava su 4 gambe e ai lati, fissate da cerniere, c’erano due bandelle, che servivano ad ampliare il piano. I tavoli a nido, invece, erano e sono una serie a misure decrescenti, che si infilano l’uno dentro l’altro.

Caratteristica dei tavoli prodotti in Francia, nello stesso periodo, è il piano in cuoio e l’uso di applicazioni in bronzo.

Sia in Francia che in Italia, si progettarono vari tipi di tavolo, per usi diversi: per esempio il tavolo da toilette in Francia, meno in Italia. Il tavolo alla bolognese, certamente italiano, aveva un piano sporgente, gambe robuste e tornite e una fascia inferiore completa di cassetti. Si parla del 1600.

Curiosità

All’inizio ho scritto che gli Egizi prediligevano i tavoli rotondi con gamba centrale. Quando Napoleone Bonaparte arrivò in Egitto, rimase molto colpito dallo stile e dalla bellezza degli arredi antichi. Così, rientrato in Francia, importò quello stile che si chiamò Impero, naturalmente per celebrare la sua salita al potere e grandezza.

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Come per tutti gli accessori, anche il cappello è 4 stagioni, e tante occasioni. Ovviamente ha la sua storia e se le mie informazioni non mi ingannano, fu inventato in Egitto.

Un po’ di storia

Il copricapo egiziano era usato prevalentemente dal faraone, e si presentava anche come una tiara. Era un turbante in Mesopotamia, invece nel mondo greco e romano non si diffuse particolarmente, ma era comunque usato. I Greci usavano il pileo, copricapo di feltro o pelle come simbolo di alcuni mestieri; presso i Romani, invece, il cappello significava libertà e si donava agli schiavi, quando diventavano uomini liberi.

Durante il Medioevo, gli uomini usavano soprattutto i cappucci dei mantelli, le donne copricapi impreziositi da fiori e nastri, e dal Nord Europa si diffuse la moda dell’hennin, un cappello conico dalla cui punta cadeva un velo. Mi ricordo che i miei libri di fiabe riportavano illustrazioni di principesse e fate con questo copricapo. Nel tempo, il cappello acquisì uno spazio fisso nella moda maschile e femminile. Nel 1600, in Francia, si diffuse il tricorno; si trattava di un cappello a tre punte, al principio in uso solo dai militari, si diffuse successivamente fra i civili, da appuntare sulle famose parrucche.

Con la Rivoluzione Francese, il tricorno fu abolito, ma in genere tutto quello che ricordava i fasti e il lusso della monarchia e dell’aristocrazia. Il 1800 è il secolo del cappello a cilindro o la sua versione pieghevole, il gibus, per gli uomini e il bonnet per le donne. Si trattava di una cuffia, a volte di stoffa rigida e a volte di paglia, arricchita da fiori e due nastri per fermarlo sotto il mento. Verso la fine del XIX secolo, i cappelli femminili erano davvero grandi e molto decorati: ai fiori si aggiunsero le piume. Dei piccoli monumenti.

Il cappello continuò a essere presente nella moda fino alla Seconda Guerra Mondiale, dopodiché si perse la consuetudine di usarlo e di possederne diversi, secondo le occasioni.

Personalmente, li uso solo in inverno, per proteggermi dal freddo. Voi, invece?

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L’armadio è l’unico mobile-contenitore che possa contenere scheletri, oltre all’abbigliamento. E in principio conteneva armi. Da qui il suo nome che in origine era il latino: armarium, cioè ripostiglio per le armi. Successivamente divenne un contenitori di arnesi da lavoro, e solo in ultimo di abbigliamento.

È a partire dal Medioevo che si costruiscono armadi così come li intendiamo oggi, ma già al tempo dei Romani, esistevano “armadi a muro”, tra l’altro visibili agli scavi di Pompei.

Si trattava soprattutto di un vano scavato nel muro e chiuso con due pannelli di legno massiccio, le ante. I primi armadi, intesi come mobili, erano prevalentemente presenti nelle sacrestie, erano imponenti e contenevano essenzialmente arredi sacri; poi c’erano armadi molto più piccoli per l’Eucaristia. Per gli armadi nelle abitazioni si dovrà andare avanti nei gli anni e nel 1500 si produssero modelli che riprendevano le facciate dei palazzi, quindi con una struttura architettonica complessa, fatta di colonne, cornicioni e lesene. In scala ridotta, certamente, ma di notevole affetto.

E sempre in questo periodo iniziò il declino dei cassoni, nell’uso di riporre gli indumenti.

Con il Barocco, non mutò di molto l’idea di imponenza che questo mobile aveva sempre espresso ma le linee si fecero più aggraziate, specie nella cimasa, cioè il cappello, il tetto insomma. In Francia, sotto il regno di Luigi XIV, si diffusero gli armadi esteticamente ricchi di intarsi e applicazioni in bronzo. Così pure nel ‘700, anche se, per esempio, i modelli italiani avevano perso la forma rettangolare, in favore di quella bombata.

Durante l’800 ritornarono in voga gli armadi a muro e più in generale, ebbero successo i rifacimenti del Medioevo e del Rinascimento, e verso la fine comparvero i primi armadi con lo specchio sull’anta. Durante il XX secolo, si consolidò la presenza dello specchio ma si fecero più sobrie le linee e le decorazioni.

Personalmente, ho sempre apprezzato gli armadi Déco, così come gli armadi ottocenteschi, specie quelli in noce. E voi? Ditemi la vostra.

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Bianche che abbagliano, colorate, a fantasia, ricamate o semplici, lunghe al pavimento o più corte. Sto parlando delle tovaglie e dei tovaglioli. E di un po’ di storia che le riguarda.

Come sempre, parto dall’antichità per dirvi che presso i Greci non c’era l’abitudine di usare la tovaglia, non c’era proprio la tovaglia. Fra i Romani, sì.

Non si trattava di una tovaglia come la conosciamo oggi, piuttosto di un panno simile a un tappeto che sistemato sul tavolo, accoglieva cibi e bevande. Nel tempo, questo tessuto si assottigliò e si presentò prevalentemente di colore bianco. Non solo nel mondo laico, ma anche in quello religioso, la tovaglia entrò nell’uso quotidiano dei rituali della messa. Era una tovaglia da altare, bianca e ricamata, che pendeva solo per due lati.

Tornando al mondo laico, nel Medioevo si diffuse “la perugina”, un tipo di tovaglia in lino bianco con fregi di lana o cotone di color azzurro e a volte, ricami raffiguranti animali o piante. Ma qualsiasi tipologia di tovaglia, dava eleganza e prestigio alla tavola; durante il banchetto veniva sostituita spesso in omaggio agli ospiti, oppure ad ogni portata si sovrapponeva un telo di colore diverso.

Questo complemento di arredo, però non fu importante e necessario solo per i momenti di convivialità. Divenne simbolo di prestigio e rispetto anche nel mondo cavalleresco e, il cavaliere che macchiava il suo onore, era sottoposto a una punizione particolare: veniva fatto sedere a una tavola apparecchiata con una tovaglia bianca, tagliata sui due lati che successivamente veniva tolta, e questo gesto significava disprezzo per la persona.

Nei secoli, la tovaglia aumentò la sua diffusione ma sempre fra le classi più elevate della società, realizzata con tessuti e ricami ricercati, sia bianca che colorata.

Nel periodo Barocco, si diffusero le tovaglie damascate e con pizzi, anche da sovrapporre. Questo fu il periodo in cui si produssero le tovaglie più ricche e appariscenti. Dalla seconda metà del ‘700 in poi, tornarono le tovaglie bianche, sempre ricche di ricami e pizzi e sempre esclusiva dei ceti più elevati.

Nei primi anni dell’800 si passò alla filatura meccanica e questo rese il prodotto meno costoso e più accessibile a tutti, fino a oggi.

La storia del tovagliolo è più breve. Comparve sulle tavole intorno al 1400, quando ancora si mangiava con le mani e così, i quadrati di stoffa identica alla tovaglia sostituirono i panni bagnati per pulire le dita. Questi quadrati oltre a pulire e proteggere gli abiti, servivano anche per creare decorazioni che abbellissero la tavola. Un po’ quello che si vede su alcune tavole creative anche oggi. A me piace che sia al suo posto, a sinistra del piatto, piegato a rettangolo, elegante e discreto. A voi?

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Vi piacciono porte e portoni? A me, sì. Mi piacciono i portoni antichi, quelli moderni raramente.

Quelli delle chiese, in particolare. Che poi, quelli in realtà si chiamano portali. Ma quando nasce la porta, e dove?

Intanto bisogna distinguere l’interesse architettonico della porta come accesso dall’esterno all’interno, dall’interesse antiquariale della porta, come passaggio fra un ambiente e un altro, interni a un edificio. Presso gli Egizi, le porte erano di legno di sicomoro. Questo legno era anche impiegato per la costruzione di sarcofagi, ed era simbolo di immortalità. I Romani costruivano porte che dovessero essere anche belle e artistiche, e infatti le decorazioni ricoprivano per intero i battenti. Parallelamente al mondo occidentale, anche presso gli Arabi, porte o portoni erano realizzate come vere e proprie opere d’arte. .

Questo riguardava soprattutto le porte di accesso alle abitazioni, o agli edifici in genere. Sarà durante il Medioevo che si inizierà a pensare a porte interne, ma solo nelle case aristocratiche, per marcare una separazione tra servi e padroni.

Parallelamente alla caduta dell’Impero Romano, si diffonderà la produzione di porte in bronzo e con bassorilievi, vere e proprie opere d’arte. Una delle più famose è la “Porta del Paradiso” realizzata da Lorenzo Ghiberti per il Battistero di Firenze. A Pisa, Trani, Monreale, così come in Francia e in Germania sono presenti porte in bronzo di grande pregio e bellezza, risalenti alla stessa epoca.

Da quel periodo in poi, durante il Rococò e il Barocco, le porte divennero parte integrante degli interni delle case lussuose e dei castelli: decori raffinati, scene campestri e galanti e colonne erano le costanti di queste porte molto ricercate.

Nonostante la creatività dei decori, le porte mantennero la loro forma a uno o due battenti, ma nella seconda metà del 1800 fu inventata la porta girevole. Theophilus Van Kannel fu il suo inventore.

In Giappone, invece, andava per la maggiore la “fusuma”, porta scorrevole decorata.

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