Antiquariato

Mobili, gioielli, porcellane, quadri: venite a me!

La prima penna? Il dito. Sì, nella preistoria il dito o le dita erano essenzialmente penne o pennelli. Il vantaggio era che ce l’avevi sempre, quando ti servivano. Noi moderni, quando siamo al telefono, una penna nei paraggi non la troviamo, neanche a pagarla.

Dopo le dita, arrivarono gli steli di piante per le pergamene poi fili metallici per incidere la cera. Tutto questo in Egitto, Grecia e Roma. Fra gli Egizi, risaltava lo Scriba, un trascrittore di professione. Oltre agli steli di piante, gli Egizi usavano delle cannucce vuote con una punta alla base e una mescola di polvere di carbone e sostanze vegetali, come inchiostro.

Con i Greci e con i Romani non cambiò molto, se non per la punta in metallo. Dal V secolo dopo Cristo, e fino al Medioevo, si passò alle penne ricavate dalle piume di uccello: ecco perché penna.

Per passare dalle piume di uccello alla stilografica, bisognerà arrivare al 1800. Iniziò la produzione di pennini metallici, che però avevano 2 inconvenienti: estrema rigidità e perdita dell’inchiostro sui fogli, che ovviamente dava un aspetto disordinato allo scritto. Nacque così l’idea, e fu dell’editore inglese James Perry, di produrre pennini più flessibili e più facili quindi da usare; per ovviare alla perdita di inchiostro sulla carta, si pensò di montare il pennino su un cilindro vuoto all’interno, ed ecco così la stilografica e questa invenzione si deve a Lewis Waterman.

Waterman, oggi è diventata una parola per indicare alcune stilografiche, esattamente come quando diciamo “biro”. Làszlò Birò è stato un giornalista ungherese che con il fratello chimico, nel 1936 inventò la penna a sfera. La necessità di una penna alternativa alla stilografica, gli suggerì l’idea di una piccola sfera inserita alla base di una cartuccia di inchiostro; questa sfera, roteando prendeva l’inchiostro nella giusta quantità, rendendo la scrittura più veloce, e soprattutto più asciutta. Scrivendo con la penna a sfera, non era più necessario aspettare che il testo scritto si asciugasse e si eliminava il rischio che troppo inchiostro sporcasse i fogli, soprattutto quando si trattava di documenti.

Oggi, si scrive poco a mano ed è un peccato. Io stessa per scrivere sul blog, uso solo il mio computer portatile, ma potrei benissimo scrivere le bozze a mano. Il cellulare poi, ha sostituito quasi completamente foglio e penna: ma non ci viene mai voglia di prendere un quaderno e una penna e scrivere in modo tradizionale? Pensate che io sono mancina e quando andavo a scuola avevo sempre il mignolo sinistro sporco di inchiostro. E ormai, sono anni che non si sporca più.

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L’ombrello è stato l’argomento di uno dei primi articoli di questo blog, però in un’altra categoria.

Questa volta scriverò della sua storia. Ha origini asiatiche, probabilmente cinesi ma si dice che anche in Egitto fosse già conosciuto. In Giappone proteggeva i samurai, e in Grecia era usato dalle sacerdotesse di Dioniso. Quando fu inventato, era destinato esclusivamente alla nobiltà e fino alla fine del 1700, era concepito per proteggersi dal sole. Notoriamente era retto da un servitore. Gli ombrelli in uso in Italia, erano particolarmente pesanti, poiché avevano la copertura in cuoio. Successivamente il cuoio fu sostituito da seta e taffettas, con ricami e applicazioni di pietre e perline, rendendo gli ombrelli, non solo più leggeri ma anche più belli ed eleganti. Anche le impugnature si distinsero per bellezza con l’uso di avorio, porcellana e tartaruga. La Chiesa utilizzava questo comodo accessorio durante le processioni; inoltre, un ombrello era spesso presente nei dipinti che ritraevano i papi.

A partire dal 1800, l’ombrello diventò anche parapioggia e soprattutto entrò anche nel mondo maschile: fino a quel momento, infatti, era stato considerato un articolo esclusivamente femminile.

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Un uovo, grazie. A la coque? No, Fabergé.

Gustav Fabergé è stato il fondatore della Maison Fabergé, antica e famosa gioielleria russa. Era il 1842. Tedesco del Baltico, ma con genitori francesi e ugonotti, sposò la danese Charlotte Jungstedt. Più famoso fu il figlio, Peter Carl Fabergé. Nacque a San Pietroburgo dove visse fino all’età di 18 anni, quando iniziò il Grand Tour che durò 8 anni e durante il quale conobbe la gioielleria europea, in giro fra Inghilterra, Germania e Francia. Rientrato in Russia, il padre lo affidò al suo dipendente più importante, Hiskias Pendin, perché gli insegnasse tutti i segreti del mestiere.

Già a quel tempo, la Maison Fabergé aveva incarichi dalla Casa Imperiale. Negli anni, questi incarichi aumentarono e quando Peter Carl prese le redini dell’attività, il suo lavoro era talmente apprezzato che gli valse il titolo di Maestro Gioielliere. Le creazioni non erano solo belle; alla bellezza si accompagnava l’utilizzo di materiali preziosi e minerali, così come materiali di minor valore e pure legni tipici delle foreste russe, e poi la creatività e la modernità della tecnica. Di tutta la grande produzione, le celebri uova rappresentano gli esemplari più famosi e attualmente ne esistono poco più di 50, sparse nel mondo fra musei, collezioni private e Case Reali. Il primo a commissionare uova con pietre preziose fu lo zar Alessandro III, per celebrare la Pasqua secondo la Chiesa Ortodossa. Ogni uovo era un regalo per sua moglie, la zarina Maria.

Suo figlio, Nicola II, mantenne la tradizione commissionando due uova all’anno, uno per sua madre e l’altro per sua moglie, la zarina Aleksandra. L’esemplare più celebre, è l'”Uovo dell’Incoronazione” che Nicola II regalò a sua moglie, dopo la salita al trono. “Uovo dei Mughetti” credo sia l’unico (ma potrei sbagliare) in cui sono presenti foto in miniatura dello zar con le figlie Olga e Tatiana. Su internet è presente l’elenco di tutte le uova di cui si abbia notizia. Si racconta che Fabergé tenesse alto l’elemento sorpresa, tanto che neppure lo zar era a conoscenza del disegno dell’esemplare che avrebbe costruito.

Lo stretto legame della Maison con la Casa Imperiale determinò ascesa e fortuna per diversi decenni ma anche la caduta, durante la Rivoluzione d’Ottobre. Come è noto la monarchia fu abbattuta e con essa anche i suoi simboli. Fabergé, con tutta la sua famiglia, si trasferì all’estero; l’azienda espropriata e nazionalizzata, insieme ai prodotti non ancora venduti. Nonostante questo, l’impronta storica che ha lasciato nel mondo dell’arte è indiscutibile e attuale.

Le uova Fabergé hanno anche ispirato sceneggiature cinematografiche importanti, ma anche televisive, cartoni animati e manga giapponesi. Se desideraste vederne qualcuno da vicino, dovreste andare in Germania, in Russia, oppure negli Stati Uniti. Non mi risulta che in Italia ci siano esemplari autentici, ma se avete notizie diverse, scrivetele pure nei commenti.

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Nonni e nipoti che giocano a carte sono una figurina graziosa, direi romantica. Io giocavo con la nonna materna, nonna Oronzina. Vinceva sempre; poi gli zii, o forse proprio mia madre, mi dissero che era un ottimo baro. Non me ne ero mai accorta, perché era molto abile, e dopo non ho mai avuto il coraggio di smascherarla.

Si sa per certo che le origini delle carte da gioco sono in Asia, ma se in particolare siano state inventate in Cina o in India, è ancora tema di ricerca. Non si sa neanche bene come siano arrivate in Europa: potrebbero essere stati i Crociati a farle conoscere all’Occidente di ritorno dalle guerre, oppure gli Arabi, portandole in Spagna. E a questo proposito, le carte arabe più antiche sono le “Carte dei Mamelucchi”, che oggi sono esposte al Museo Topkapi, in Turchia. In ogni caso, il primo documento scritto sulle carte da gioco risale al 1377 ad opera di un monaco svizzero, Johannes von Rheinfelden.

In Occidente, le carte da gioco più antiche sono di produzione tedesca: erano destinate ai ceti più alti della società perché essendo dipinte a mano, costavano molto; solo successivamente entrarono anche nelle case di artigiani e contadini. Verso il 1400, i decoratori francesi, fissarono i “semi” cioè degli oggetti-simbolo. Così, cuori, quadri, fiori e picche alla maniera “francese” rappresentavano nell’ordine il clero, i mercanti, i contadini e i soldati. Coppe, denari, bastoni e spade, alla maniera “italiana” con la stessa attribuzione. Una considerazione a parte meritano le “naibi”, carte didattiche destinate ai bambini, con le quali si insegnavano culture popolari, religiose e profane (naibi è un termine di origine araba, ma queste carte si diffusero in Italia).

Quando in Francia, a partire dal XVII secolo, le tasse sulla produzione di carte aumentarono molto, alcuni laboratori si trasferirono nel Regno Unito. Qui, dalla produzione artigianale si passò a quella industriale e fu proprio questo passaggio ad abbassare i costi. Questo consentì ancora una maggiore diffusione delle carte da gioco, tanto che poi furono proprio gli Inglesi a esportarle negli Stati Uniti. Ovviamente, mi riferisco alle carte francesi. Gli Americani inventarono il “joker” o “matta” per rendere più semplici i giochi e lo rappresentarono com il classico giullare di corte. Inoltre furono loro stessi inventori di giochi: del Poker, per esempio. Il Bridge, erede del Whist, in Inghilterra; Scala 40 in Ungheria e Baccarat a Macao. I giochi tipicamente italiani, furono inventati tra la metà del ‘700 e la fine dell’800.

Un’ultima notizia, che ho appreso di recente: già nel 1377, in Europa, circolavano ordinanze che vietavano il gioco d’azzardo e in Francia, in particolar modo, era vietato il gioco nei giorni feriali. Buon divertimento!

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Questo è un argomento buono per più di una categoria. Ho scelto “Antiquariato” ma non escludo che in futuro ci torni su per parlarne ancora, sotto altri aspetti.

Sull’origine degli occhiali ci sono molte teorie. I Greci avevano scoperto che una palla di vetro riempita d’acqua aveva il potere di ingrandire gli oggetti. In linea di massima, pur se con nomi e riferimenti diversi, si concorda sul fatto che l’invenzione degli occhiali risalga al 1200, in Toscana. Nelle ricerche che ho fatto c’è un nome che ritorna: Salvino degli Armati. Con molta probabilità è a lui che si deve l’invenzione degli occhiali. Naturalmente, all’epoca si trattava di un oggetto veramente essenziale; due lenti tenute insieme da un ponticello che poteva essere di rame o cuoio. Il risultato era una struttura rigida che richiedeva un certo impegno, di tenerla ferma sul naso e in equilibrio, da parte di chi la inforcasse.

Con l’invenzione della stampa e la maggiore diffusione di libri, aumentò la richiesta di occhiali e quindi la produzione, avviata anche a Venezia. Inoltre fu sempre durante il Rinascimento che i modelli furono prodotti con materiali più flessibili, che si adattavano meglio al viso. Poi arrivarono gli occhiali con nastri, da fermare dietro l’orecchio, ma nel 1700 apparvero i cosiddetti “occhiali tempiali”. Erano modelli con stanghette che si poggiavano sulle tempie ma anche con stanghette molto lunghe, (divise in due da una cerniera) che circondavano la nuca.

Sempre in questo periodo furono prodotti, a Venezia, gli “occhiali da gondola” con lenti verdi, per proteggersi dal Sole. A dir la verità, già Nerone usava una lente di smeraldo durante gli spettacoli al Colosseo. “Pince-nez” e “Face-à-main” furono modelli molto in voga nel 1800. I primi, detti anche “stringinaso”, aderivano al naso grazie a una molla. Erano prevalentemente maschili, come pure il monocolo che si incastrava tra occhio e arcata sopraciliare. I face-à-main avevano un bastone verticale, spesso intarsiato, con il quale di fatto l’occhiale si teneva con la mano. Erano femminili e di lusso, delle piccole opere d’arte.

I “fili” erano occhiali in alluminio, estremamente sottili e leggeri. Detti anche “alla Cavour” furono in voga nel 1800. Poi arrivarono gli occhiali sportivi, da automobilismo, da motociclismo e da sci. E nel XX secolo furono i Persol 649, i Ray Ban, e gli occhiali “da divo” i modelli cult, ancora in produzione.

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Profumo è una parola che deriva dal latino “per fumum”, cioè “attraverso il fumo”. Questo perché anticamente si bruciavano oli e aromi essenziali da offrire alle divinità. I primi a farne uso furono gli Egizi. Nelle pratiche religiose come purificazione del corpo dei vivi, ma anche durante il rito di imbalsamazione dei defunti. Il “Kyphi” era il profumo prediletto dai Faraoni e poteva contenere anche 50 essenze diverse.

Anche Greci, Romani e Arabi impararono e apprezzarono l’uso dei profumi e le essenze più usate erano la mirra, l’aloe, l’incenso che prendevano dallo Yemen. E queste essenze erano tenute talmente in considerazione, che i Re Magi oltre all’oro, offrirono a Gesù incenso e mirra. Nei secoli, però, la produzione e l’uso del profumo si diffuse maggiormente nel mondo orientale, poiché in Occidente l’influenza papale scoraggiava l’uso di un bene considerato molto frivolo. Infatti, l’invenzione della “acqua di rose”, intesa come bevanda e come profumo, è persiana. Ovviamente si trattava di profumi con acqua di base, poiché la religione islamica proibiva l’uso di alcol. In Europa, furono i Crociati di ritorno dalla Terra Santa (portando erbe ed essenze), a risvegliare l’interesse per la produzione di profumi.

Venezia e Firenze ebbero il monopolio della produzione di profumi, in Europa. Caterina de’ Medici, con il suo profumiere personale (Renato il Fiorentino), fece conoscere questa arte ai Francesi; nel 1600, italiana fu l’invenzione della “aqua mirabilis”, che successivamente si chiamò “acqua di Colonia”. Questa è una curiosità che ho appreso da poco.

Anticamente, nobili e plebei non avevano molta dimestichezza con l’acqua, e con l’igiene in genere. Il profumo, quindi, serviva anche a coprire sgradevoli odori del corpo.

Nel 1800 e anche nel 1900 le politiche coloniali, permisero di conoscere nuove essenze, per esempio la vaniglia e il tea tree. Coco Chanel fu la prima stilista a occuparsi anche di profumi, dando così l’avvio a un rinnovamento nella produzione, non più esclusiva delle Case specializzate. In più, con l’adozione della chimica organica si ottennero varianti e combinazioni di profumi sempre maggiori.

Così, il profumo divenne un bene di largo uso, poiché economicamente accessibile a tutti. E anche oggi, è parte integrante della nostra vita quotidiana e la scelta del profumo più adatto alla nostra personalità, può richiedere anche molti tentativi. A me piacciono le note speziate abbinate alla frutta.

E voi, che tipo di profumo preferite?

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Un bel letto, un bel libro e, se possibile, un bel panorama. A chi non piacerebbero queste 3 cose, magari tutte insieme?

Nella Preistoria avranno avuto bei panorami, ma né letti né libri. La carta stampata arriverà molto dopo, e i letti erano prevalentemente giacigli di paglia e foglie. Questa usanza si mantenne fino a tutto il Medioevo, ma solo per le classi povere della società. I ricchi, già fra Egizi e Greci avevano scoperto l’uso della lana per imbottire sacchi di tessuto, evidentemente più morbidi della paglia. I Romani avevano il “triclinio”; questo termine indicava sia la sala da pranzo, che un complesso di 3 letti uniti che servivano anche, ma non solo, per dormire.

Dunque, intorno al 1400 si cominciò a costruire letti più simili all’idea moderna di questo mobile: erano detti “a cassone” perché avevano come dei ripostigli su 3 lati e la testata come la conosciamo noi. Poi arrivò il letto “a baldacchino”. Aveva 4 montanti, tipo colonne, ma anche a forma di sculture femminili da cui partivano veli che proteggevano dal freddo e garantivano intimità agli occupanti. La Francia fu di ispirazione per l’Europa, per quanto riguarda la struttura, l’estetica e la funzione del letto. Era frequente che il Re ricevesse in udienza nella sua camera da letto, e questo spiega la ricercatezza (soprattutto nel 1700) dei modelli, dei legni pregiati e delle stoffe ricamate, usate per creare privatezza.

Durante il Neoclassicismo, soprattutto con le Campagne d’Egitto promosse da Bonaparte, il mondo antico affascinò talmente tanto l’Occidente, che fu naturale ispirarsi a quel periodo per inventare un nuovo stile nell’arredamento, specie delle case più ricche. Nacque lo stile “Impero” e con esso il “lit en bateau”, cioè letto a barca, di chiara ispirazione classica.

Nel XIX secolo, insieme ai letti in legno si iniziò a costruire anche letti in ottone, ma anche in ferro. Con l’Art Nouveau invece comparvero le prime reti metalliche, considerate più igieniche del legno.

Il letto nella nicchia, invece, rimase una prerogativa dell’Europa Settentrionale e non ebbe seguito altrove, sicuramente non in Italia dove si preferirono letti spaziosi a cui spesso accostare capienti cassapanche.

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Questo è un argomento che tratterò sia qui, che in “Essere e avere”, dove scrivo di buone maniere.

Intanto si chiamano così perché, anticamente, i commensali avevano le loro e le tiravano fuori dalla custodia appesa alla cintura, posandole sulla tavola. Cucchiaio deriva dal latino cochlea, cioè conchiglia; la sua forma infatti, serve a contenere cibi liquidi e, fra le altre cose, era la posata più diffusa dai poveri che si nutrivano prevalentemente di minestre. Era ed è anche uno strumento di misura. Gli esemplari più antichi erano in legno, da sempre un materiale facile da trovare. Successivamente, si iniziò a fabbricare cucchiai in metalli vari (anche preziosi), serpentino (gruppo di minerali), onice e anche i manici furono ornati con pietre preziose. Fino al 1500 forma e dimensione del cucchiaio fu una sola; successivamente si aggiunsero altri modelli più adatti a tè, caffè e cioccolata.

Il coltello. Nasce come arma da caccia o da difesa, e la sua impugnatura era in materiali diversi, secondo i gusti e le disponibilità del committente. Dai Romani fino al Medioevo, il cibo si portava alla bocca con le mani; esisteva una figura professionale, chiamata “scalco”, che aveva il compito di trinciare le carni e portarle al banchetto in bocconi pronti da mangiare. Nel 1600, si avviò la produzione del coltello da tavola, di dimensione più piccola rispetto a quello da caccia e più raffinato tanto che, in piena epoca barocca, diventò un oggetto anche bello da guardare.

La forchetta. Un forchettone a due rebbi è l’arnese che più somigliasse a una forchetta, così come la conosciamo noi.

Fra le posate è la più giovane, sia perché l’uso delle mani è durato per secoli, sia perché era diffusa l’idea che usarla fosse una perversione diabolica. La sua terra di nascita fu, senza dubbio, l’Italia e in Francia vi arrivò grazie a Caterina de’ Medici. Per quanto, non sporcarsi più le mani piacesse molto, la diffusione in Europa non fu snella e questo per l’opposizione della Chiesa, che ne aveva proibito l’uso nei conventi.

A partire dal XVIII secolo, la tendenza si invertì e sempre in Italia, sotto Ferdinando IV di Borbone la forchetta cambiò forma e i rebbi diventarono 4. La necessità risiedeva nell’esigenza di mangiare più agevolmente i diversi tipi di pasta, di cui l’Italia deteneva il primato della lavorazione, produzione e qualità. Modestamente.

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Vi siete mai chiesti se fosse più corretto dire campanella o campanello? Io sì. Ebbene, non c’è errore perché la campanella era un cerchio, spesso in bronzo, fissato alle pareti esterne delle case, specie in epoca medievale e rinascimentale. Si usava per legare le briglie dei cavalli, come semplice ornamento oppure per infilare le aste delle bandiere; poi divenne battenti sulle porte.

Il campanello, più o meno come lo conosciamo noi, è uno strumento che, se agitato, riproduce un suono per via di un cordoncino fissato al suo interno. I primi campanelli si realizzarono in bronzo e stagno, proprio per ottenere il suono, cioè il tintinnìo voluto.

Andando a ritroso, scopriamo che Greci e Romani furono i primi a servirsene: nelle case, in ambienti militari, e nelle funzioni religiose erano presenti.

Generalmente semplici se non grossolani fino al Rinascimento, quando si iniziò a produrre campanelli che fossero anche belli da guardare. Si cominciò a modellare il manico, con decori di vario tipo e anche figure umane; successivamente si aggiunsero iscrizioni, stemmi o simboli di riferimento dei committenti. I migliori creatori di campanelli italiani furono i bronzisti di Venezia e Padova. Se volete ammirare i campanelli rinascimentali, Il Museo Nazionale di Firenze espone la collezione Carrand.

Dall’età georgiana fino all’inizio del XIX secolo, nelle case più ricche e con domestici, si cominciò a installare un impianto di campanelli “da maggiordomo”. Chi ha visto la serie televisiva Downton Abbey, sa di cosa parlo. Erano nelle cucine e collegati alle singole stanze padronali, come ai salotti, con fili di rame mascherati dalla tappezzeria. All’estremità opposta, c’era un anello di ottone che veniva tirato quando fosse richiesta la presenza di un domestico. Alla fine del 1800 questo sistema fu sostituito da uno elettrico, più moderno, fino a scomparire del tutto nelle case moderne e contemporanee.

Oggi i campanelli da tavolo, quasi sempre molto belli, sono esclusivamente da collezione e nei mercati antiquariali, a volte si trovano pezzi interessanti, certomagari non antichissimi ma certamente con la loro storia personale.

Buona ricerca

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Vasi

di Le righe di Ornella

Vasi e portafiori mi piacciono molto. Mi piacciono qualsiasi forma abbiano, panciuta o segaligna. Mi piacciono solitari o in gruppo e in quasi tutti i materiali. Con o senza coperchio.

Sì, anticamente i vasi potevano avere il coperchio; questo dettaglio escludeva che fossero vasi per fiori o piante. Le tipologie vascolari risalgono a Greci, Romani ed Etruschi e ancora oggi si identificano con i nomi dati all’epoca.

Vaso anfora. Si tratta di un vaso pensato per conservare olio o vino, era di forma allungata e con anse; durante le feste in onore della dea Athena, veniva donato ripieno di olio agli atleti vincitori dei Giochi Panatenaici.

Vaso alabastron. E’ di piccola dimensione, decorato su tutta la superficie, spesso in vetro e serviva per conservare profumi e oli.

Vaso a cratere. Serviva a mescolare vino e acqua. Corpo largo e anse piccole, si è poi sviluppato in altre varianti, pur mantenendo la caratteristica larghezza.

Ho citato qualche tipologia, ma l’elenco è lungo. In epoca medievale nasce l’albarello. Vaso da farmacia, di forma cilindrica ma più stretto al centro, era in maiolica invetriata e dipinta a mano; per quanto fosse molto diffuso sia in Italia che nel resto d’Europa, la sua origine è senz’altro orientale, presumibilmente persiana. Oltre a questi vasi di uso professionale, c’era il cosiddetto vaso risonante. Si trattava di un vaso incassato nel pavimento di edifici medievali, probabilmente per migliorare l’acustica. Pare che questo tipo di vaso fosse già in uso nei teatri greci e romani.

Tornando al vaso come complemento di arredo, tocca citare la Manifacture nationale de Sevrès, in Francia. In realtà fu fondata a Vincennes a metà del 1700 e dopo alcuni anni trasferita a Sevrès. La produzione iniziale era di porcellana tenera, poi si passò a quella dura. Per diversi anni rappresentò l’eccellenza nel settore, ma durante la Rivoluzione Francese conobbe una profonda crisi dalla quale, però, riuscì a tirarsi fuori. La sua produzione si distinse per raffinatezza ed eleganza; chi ha dimestichezza con l’antiquariato, sa di cosa parlo. A tutti gli altri raccomando di cercare, anche su internet, notizie e immagini. Ne vale la pena. Così come vale la pena affacciarsi alle manifatture di Meissen, Limoges, Wedgwood e Vecchia Parigi.

Il 1800 fu il secolo del recupero degli stili dei secoli precedenti: in sé non creò alcuna novità (se non verso la fine quando iniziò a farsi spazio lo stile Liberty). Le tipologie di vasi quindi, ripresero forme già esistenti aggiungendo qualche novità, tipo il vaso in opalina con mano alla base, prodotto sia a Murano che a Napoli e realizzato in coppia, mano destra e mano sinistra o il vaso a calla, prodotto sempre a Murano. Se, invece, ci spostiamo sui vasi in vetro in nomi altisonanti del Liberty furono Gallé, Lalique, Daum e Tiffany. Possedere questi vasi è una vera fortuna e il mio obiettivo è averne almeno uno. Nel frattempo mi accontenterò di guardarli sui libri, oppure nei musei. Ciao

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