Antiquariato

Mobili, gioielli, porcellane, quadri: venite a me!

Profumo è una parola che deriva dal latino “per fumum”, cioè “attraverso il fumo”. Questo perché anticamente si bruciavano oli e aromi essenziali da offrire alle divinità. I primi a farne uso furono gli Egizi. Nelle pratiche religiose come purificazione del corpo dei vivi, ma anche durante il rito di imbalsamazione dei defunti. Il “Kyphi” era il profumo prediletto dai Faraoni e poteva contenere anche 50 essenze diverse.

Anche Greci, Romani e Arabi impararono e apprezzarono l’uso dei profumi e le essenze più usate erano la mirra, l’aloe, l’incenso che prendevano dallo Yemen. E queste essenze erano tenute talmente in considerazione, che i Re Magi oltre all’oro, offrirono a Gesù incenso e mirra. Nei secoli, però, la produzione e l’uso del profumo si diffuse maggiormente nel mondo orientale, poiché in Occidente l’influenza papale scoraggiava l’uso di un bene considerato molto frivolo. Infatti, l’invenzione della “acqua di rose”, intesa come bevanda e come profumo, è persiana. Ovviamente si trattava di profumi con acqua di base, poiché la religione islamica proibiva l’uso di alcol. In Europa, furono i Crociati di ritorno dalla Terra Santa (portando erbe ed essenze), a risvegliare l’interesse per la produzione di profumi.

Venezia e Firenze ebbero il monopolio della produzione di profumi, in Europa. Caterina de’ Medici, con il suo profumiere personale (Renato il Fiorentino), fece conoscere questa arte ai Francesi; nel 1600, italiana fu l’invenzione della “aqua mirabilis”, che successivamente si chiamò “acqua di Colonia”. Questa è una curiosità che ho appreso da poco.

Anticamente, nobili e plebei non avevano molta dimestichezza con l’acqua, e con l’igiene in genere. Il profumo, quindi, serviva anche a coprire sgradevoli odori del corpo.

Nel 1800 e anche nel 1900 le politiche coloniali, permisero di conoscere nuove essenze, per esempio la vaniglia e il tea tree. Coco Chanel fu la prima stilista a occuparsi anche di profumi, dando così l’avvio a un rinnovamento nella produzione, non più esclusiva delle Case specializzate. In più, con l’adozione della chimica organica si ottennero varianti e combinazioni di profumi sempre maggiori.

Così, il profumo divenne un bene di largo uso, poiché economicamente accessibile a tutti. E anche oggi, è parte integrante della nostra vita quotidiana e la scelta del profumo più adatto alla nostra personalità, può richiedere anche molti tentativi. A me piacciono le note speziate abbinate alla frutta.

E voi, che tipo di profumo preferite?

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Un bel letto, un bel libro e, se possibile, un bel panorama. A chi non piacerebbero queste 3 cose, magari tutte insieme?

Nella Preistoria avranno avuto bei panorami, ma né letti né libri. La carta stampata arriverà molto dopo, e i letti erano prevalentemente giacigli di paglia e foglie. Questa usanza si mantenne fino a tutto il Medioevo, ma solo per le classi povere della società. I ricchi, già fra Egizi e Greci avevano scoperto l’uso della lana per imbottire sacchi di tessuto, evidentemente più morbidi della paglia. I Romani avevano il “triclinio”; questo termine indicava sia la sala da pranzo, che un complesso di 3 letti uniti che servivano anche, ma non solo, per dormire.

Dunque, intorno al 1400 si cominciò a costruire letti più simili all’idea moderna di questo mobile: erano detti “a cassone” perché avevano come dei ripostigli su 3 lati e la testata come la conosciamo noi. Poi arrivò il letto “a baldacchino”. Aveva 4 montanti, tipo colonne, ma anche a forma di sculture femminili da cui partivano veli che proteggevano dal freddo e garantivano intimità agli occupanti. La Francia fu di ispirazione per l’Europa, per quanto riguarda la struttura, l’estetica e la funzione del letto. Era frequente che il Re ricevesse in udienza nella sua camera da letto, e questo spiega la ricercatezza (soprattutto nel 1700) dei modelli, dei legni pregiati e delle stoffe ricamate, usate per creare privatezza.

Durante il Neoclassicismo, soprattutto con le Campagne d’Egitto promosse da Bonaparte, il mondo antico affascinò talmente tanto l’Occidente, che fu naturale ispirarsi a quel periodo per inventare un nuovo stile nell’arredamento, specie delle case più ricche. Nacque lo stile “Impero” e con esso il “lit en bateau”, cioè letto a barca, di chiara ispirazione classica.

Nel XIX secolo, insieme ai letti in legno si iniziò a costruire anche letti in ottone, ma anche in ferro. Con l’Art Nouveau invece comparvero le prime reti metalliche, considerate più igieniche del legno.

Il letto nella nicchia, invece, rimase una prerogativa dell’Europa Settentrionale e non ebbe seguito altrove, sicuramente non in Italia dove si preferirono letti spaziosi a cui spesso accostare capienti cassapanche.

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Questo è un argomento che tratterò sia qui, che in “Essere e avere”, dove scrivo di buone maniere.

Intanto si chiamano così perché, anticamente, i commensali avevano le loro e le tiravano fuori dalla custodia appesa alla cintura, posandole sulla tavola. Cucchiaio deriva dal latino cochlea, cioè conchiglia; la sua forma infatti, serve a contenere cibi liquidi e, fra le altre cose, era la posata più diffusa dai poveri che si nutrivano prevalentemente di minestre. Era ed è anche uno strumento di misura. Gli esemplari più antichi erano in legno, da sempre un materiale facile da trovare. Successivamente, si iniziò a fabbricare cucchiai in metalli vari (anche preziosi), serpentino (gruppo di minerali), onice e anche i manici furono ornati con pietre preziose. Fino al 1500 forma e dimensione del cucchiaio fu una sola; successivamente si aggiunsero altri modelli più adatti a tè, caffè e cioccolata.

Il coltello. Nasce come arma da caccia o da difesa, e la sua impugnatura era in materiali diversi, secondo i gusti e le disponibilità del committente. Dai Romani fino al Medioevo, il cibo si portava alla bocca con le mani; esisteva una figura professionale, chiamata “scalco”, che aveva il compito di trinciare le carni e portarle al banchetto in bocconi pronti da mangiare. Nel 1600, si avviò la produzione del coltello da tavola, di dimensione più piccola rispetto a quello da caccia e più raffinato tanto che, in piena epoca barocca, diventò un oggetto anche bello da guardare.

La forchetta. Un forchettone a due rebbi è l’arnese che più somigliasse a una forchetta, così come la conosciamo noi.

Fra le posate è la più giovane, sia perché l’uso delle mani è durato per secoli, sia perché era diffusa l’idea che usarla fosse una perversione diabolica. La sua terra di nascita fu, senza dubbio, l’Italia e in Francia vi arrivò grazie a Caterina de’ Medici. Per quanto, non sporcarsi più le mani piacesse molto, la diffusione in Europa non fu snella e questo per l’opposizione della Chiesa, che ne aveva proibito l’uso nei conventi.

A partire dal XVIII secolo, la tendenza si invertì e sempre in Italia, sotto Ferdinando IV di Borbone la forchetta cambiò forma e i rebbi diventarono 4. La necessità risiedeva nell’esigenza di mangiare più agevolmente i diversi tipi di pasta, di cui l’Italia deteneva il primato della lavorazione, produzione e la qualità. Modestamente.

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Vi siete mai chiesti se fosse più corretto dire campanella o campanello? Io sì. Ebbene, non c’è errore perché la campanella era un cerchio, spesso in bronzo, fissato alle pareti esterne delle case, specie in epoca medievale e rinascimentale. Si usava per legare le briglie dei cavalli, come semplice ornamento oppure per infilare le aste delle bandiere; poi divenne battenti sulle porte.

Il campanello, più o meno come lo conosciamo noi, è uno strumento che, se agitato, riproduce un suono per via di un cordoncino fissato al suo interno. I primi campanelli si realizzarono in bronzo e stagno, proprio per ottenere il suono, cioè il tintinnìo voluto.

Andando a ritroso, scopriamo che Greci e Romani furono i primi a servirsene: nelle case, in ambienti militari, e nelle funzioni religiose erano presenti.

Generalmente semplici se non grossolani fino al Rinascimento, quando si iniziò a produrre campanelli che fossero anche belli da guardare. Si cominciò a modellare il manico, con decori di vario tipo e anche figure umane; successivamente si aggiunsero iscrizioni, stemmi o simboli di riferimento dei committenti. I migliori creatori di campanelli italiani furono i bronzisti di Venezia e Padova. Se volete ammirare i campanelli rinascimentali, Il Museo Nazionale di Firenze espone la collezione Carrand.

Dall’età georgiana fino all’inizio del XIX secolo, nelle case più ricche e con domestici, si cominciò a installare un impianto di campanelli “da maggiordomo”. Chi ha visto la serie televisiva Downton Abbey, sa di cosa parlo. Erano nelle cucine e collegati alle singole stanze padronali, come ai salotti, con fili di rame mascherati dalla tappezzeria. All’estremità opposta, c’era un anello di ottone che veniva tirato quando fosse richiesta la presenza di un domestico. Alla fine del 1800 questo sistema fu sostituito da uno elettrico, più moderno, fino a scomparire del tutto nelle case moderne e contemporanee.

Oggi i campanelli da tavolo, quasi sempre molto belli, sono esclusivamente da collezione e nei mercati antiquariali, a volte si trovano pezzi interessanti, certomagari non antichissimi ma certamente con la loro storia personale.

Buona ricerca

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Vasi

di Le righe di Ornella

Vasi e portafiori mi piacciono molto. Mi piacciono qualsiasi forma abbiano, panciuta o segaligna. Mi piacciono solitari o in gruppo e in quasi tutti i materiali. Con o senza coperchio.

Sì, anticamente i vasi potevano avere il coperchio; questo dettaglio escludeva che fossero vasi per fiori o piante. Le tipologie vascolari risalgono a Greci, Romani ed Etruschi e ancora oggi si identificano con i nomi dati all’epoca.

Vaso anfora. Si tratta di un vaso pensato per conservare olio o vino, era di forma allungata e con anse; durante le feste in onore della dea Athena, veniva donato ripieno di olio agli atleti vincitori dei Giochi Panatenaici.

Vaso alabastron. E’ di piccola dimensione, decorato su tutta la superficie, spesso in vetro e serviva per conservare profumi e oli.

Vaso a cratere. Serviva a mescolare vino e acqua. Corpo largo e anse piccole, si è poi sviluppato in altre varianti, pur mantenendo la caratteristica larghezza.

Ho citato qualche tipologia, ma l’elenco è lungo. In epoca medievale nasce l’albarello. Vaso da farmacia, di forma cilindrica ma più stretto al centro, era in maiolica invetriata e dipinta a mano; per quanto fosse molto diffuso sia in Italia che nel resto d’Europa, la sua origine è senz’altro orientale, presumibilmente persiana. Oltre a questi vasi di uso professionale, c’era il cosiddetto vaso risonante. Si trattava di un vaso incassato nel pavimento di edifici medievali, probabilmente per migliorare l’acustica. Pare che questo tipo di vaso fosse già in uso nei teatri greci e romani.

Tornando al vaso come complemento di arredo, tocca citare la Manifacture nationale de Sevrès, in Francia. In realtà fu fondata a Vincennes a metà del 1700 e dopo alcuni anni trasferita a Sevrès. La produzione iniziale era di porcellana tenera, poi si passò a quella dura. Per diversi anni rappresentò l’eccellenza nel settore, ma durante la Rivoluzione Francese conobbe una profonda crisi dalla quale, però, riuscì a tirarsi fuori. La sua produzione si distinse per raffinatezza ed eleganza; chi ha dimestichezza con l’antiquariato, sa di cosa parlo. A tutti gli altri raccomando di cercare, anche su internet, notizie e immagini. Ne vale la pena. Così come vale la pena affacciarsi alle manifatture di Meissen, Limoges, Wedgwood e Vecchia Parigi.

Il 1800 fu il secolo del recupero degli stili dei secoli precedenti: in sé non creò alcuna novità (se non verso la fine quando iniziò a farsi spazio lo stile Liberty). Le tipologie di vasi quindi, ripresero forme già esistenti aggiungendo qualche novità, tipo il vaso in opalina con mano alla base, prodotto sia a Murano che a Napoli e realizzato in coppia, mano destra e mano sinistra o il vaso a calla, prodotto sempre a Murano. Se, invece, ci spostiamo sui vasi in vetro in nomi altisonanti del Liberty furono Gallé, Lalique, Daum e Tiffany. Possedere questi vasi è una vera fortuna e il mio obiettivo è averne almeno uno. Nel frattempo mi accontenterò di guardarli sui libri, oppure nei musei. Ciao

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Lo so bene: la frase conosciuta è al contrario. Ma è di alberghi che voglio scrivere questa volta. Gli alberghi nel tempo. Sì, perché la curiosità di conoscere posti nuovi, o la necessità di spostarsi da un luogo all’altro non appartengono solo all’uomo contemporaneo e neanche all’uomo moderno, ma sono condizioni antiche che riguardano l’umanità dalle origini.

I primi alberghi o edifici adibiti a sistemazione per una o più notti, furono Greci. Leonidaion, per citare uno dei più antichi, si trovava a Olimpia e ospitava gli atleti che partecipavano alle Olimpiadi. Anche gli Spartani si occuparono di costruire un edificio per ospitare e fu il primo su due piani, una novità per l’epoca. Il più famoso però è sicuramente il Santuario di Asclepio, dove gli ospiti si trattenevano anche per sottoporsi a cure mediche.

Intanto, è bene sapere che né i Romani, né dopo, durante il Medioevo, questi alloggi venivano chiamati alberghi. Per i primi erano taverne, per i secondi osterie.

Fu durante il XVII secolo, che queste strutture presero la definizione di albergo, acquisirono delle caratteristiche proprie, e anche un nome distintivo. Oggi, sparsi per il mondo, e ovviamente anche in Italia, ci sono diversi alberghi molto antichi,per esempio edificati dopo il 1000 e quindi ricchi di storia, che non hanno mai cambiato destinazione d’uso e sono normalmente aperti ai viaggiatori. Io li ho visti solo in foto e mi auguro che un giorno sarò anche ospite.

Intanto, chi viene in vacanza in Puglia, avrà scoperto le famose masserie, oggi spesso trasformate in alberghi di lusso. Nel Meridione sono presenti un po’ ovunque, ma credo che Puglia (soprattutto in Valle d’Itria) e Sicilia abbiano il numero maggiore di queste costruzioni fortificate.

Anticamente, la masseria era una azienda agricola in cui, oltre agli ambienti di lavoro, aperti e chiusi, c’erano gli alloggi privati sia dei proprietari terrieri, spesso nobili, sia dei contadini con le famiglie.

Se volete invece alloggiare in un albergo antico quanto il Regno di Napoli, allora potrete ripercorrere le tappe del Grand Tour. Sapete di cosa si tratta? Il Grand Tour era una esperienza di viaggio lunga, ma senza un tempo preciso di inizio e fine; era quasi sempre nelle esclusive possibilità dei nobili, e si svolgeva nell’Europa sulla terraferma. Lo scopo del viaggio era didattico e (questo l’ho scoperto da poco) la parola turismo, deriva proprio da questa esperienza.

E voi, avete mai soggiornato in un albergo antico?

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Mia nonna Oronzina diceva sempre: “Capelli e peccati crescono in quantità!”. A me faceva ridere questa accoppiata, però la verità era che mia madre i capelli ce li tagliava continuamente, di commettere peccati neanche a parlarne, quindi il proverbio rimaneva una bella sentenza a effetto, e niente più.

A parte le vignette tragicomiche, dell’uomo preistorico che trascina la donna per i capelli, che forse all’epoca non erano un’arma di seduzione, le donne nell’antichità hanno sempre avuto cura dell’igiene e della bellezza di corpo e capelli. Le prime testimonianze di utensili simili a un pettine, ma usati per districare filamenti di piante tessili, sono in Nord Europa. Erodoto diceva: “Gli Egizi preferiscono essere puliti piuttosto che belli”. Infatti per loro la cura dei capelli e più in generale del corpo era fondamentale. Cleopatra seguiva una routine di bellezza molto impegnativa che le assicurava dei capelli perfetti. Per gli Egizi, inoltre, era consuetudine mettere un pettine nella bara con il defunto. I Greci, invece, offrivano pettini alle divinità, ed erano di vari materiali, anche preziosi (osso, legno, corno, argento e oro).

Durante il Medioevo non ci furono grossi cambiamenti nella produzione del pettine, a parte l’introduzione dell’avorio come materiale per la sua costruzione. Nel 1600, l’uso del pettine si diffuse anche tra gli uomini, sia per la moda del tempo, sia perché iniziavano a vedersi le famose parrucche, che saranno tanto in voga nel secolo successivo. Di questo periodo saranno i primi pettini in tartaruga.

Con i “ruggenti anni ’20” si diffusero i pettini da testa. Erano pettini lavorati che servivano a tenere ferme le acconciature ma che ebbero diffusione solo fino a quando le donne non scoprirono tagli sempre più corti che ovviamente non ne richiedevano più l’uso.

La spazzola, invece, così come la conosciamo noi, risale al 1400 quando a Norimberga fu avviata la produzione. Successivamente, altre fabbriche si diffusero in Europa e principalmente a Liverpool, verso la fine del 1700. La consuetudine che è anche il titolo di oggi, si è persa quando si sono abbandonate le acconciature che prevedevano capelli molto lunghi. Tipo quelli di Elisabetta di Baviera. Avete presente?

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Da qualche parte ho letto che per conquistare una donna è “sufficiente” fingersi scarpa. Non saprei dirvi chi sia l’autore di questa perla, ma la condivido completamente. Fingetevi scarpe e ci arrenderemo.

Adesso però occupiamoci di scarpe nella Storia. Ovviamente, le scarpe sono comparse insieme all’uomo ed è in Armenia che qualche tempo fa, fu rinvenuto un paio di scarpe, ben conservato, risalente a 3.500 anni A.C. Tutte le civiltà antiche, hanno dedicato a questo accessorio particolare attenzione: intanto era segno di appartenenza a una classe elevata, i poveri infatti camminavano scalzi; poi avevano altezza e forma diverse, secondo l’uso. Per la guerra, ad esempio, si usavano veri e propri stivali. Anche il colore, che fosse nero, giallo o rosso, definiva la classe sociale.

Nonostante una certa varietà di produzione, secondo le necessità, si attese il Medioevo per iniziare ad avere modelli che fossero anche curati nell’estetica. A Venezia nacquero le prime corporazioni di calzolai nel 1100, divise in “Solarii” e “Patitari”. I primi producevano suole e calzamaglie con suola; i secondi zoccoli. Nel 1300, sia in Inghilterra che in Francia, si diffuse la “poulaine”, una calzatura in uso solo fra gli aristocratici, che aveva la punta molto lunga, e solitamente superava i 15 cm di lunghezza. Più avanti, nel 1600 comparve la “pianella”, scarpa a forma di pantofola, con zeppa, realizzata in sughero o legno e con punta decisamente accorciata. Sempre nello stesso periodo, anche gli uomini iniziarono a usare scarpe con il tacco; questa moda partì da Luigi XIV, che era notoriamente di bassa statura.

Parallelamente, in Italia (Venezia) comparvero le prime scarpe con pattìno. Si trattava di un involucro che proteggeva la scarpa vera e propria, dal rischio di sporcarsi nei percorsi a piedi e che veniva rimosso nei luoghi chiusi. Con piccole variazioni questo stile rimarrà in voga praticamente fino a tutto il XIX secolo. Durante il regno della regina Vittoria, il suo calzolaio personale concepì degli stivali elasticizzati, i famosi “chelsea boots”, facili da calzare e togliere, e questo grazie a Charles Goodyear, inventore della vulcanizzazione della gomma.

Poi arrivarono gli anni ’20, i ruggenti venti, e le scarpe presero un’accollatura alta e il tacco a “rocchetto” sempre ispirato allo stile Luigi.

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia ha definitivamente conquistato e mantenuto il ruolo di prim’ordine nella creazione e produzione di scarpe belle e di qualità, un ruolo che tutto il mondo riconosce.

Questo piccolo viaggio nel tempo, sul tema della scarpa, riguarda l’Occidente. In Cina, invece a partire da X secolo, si diffuse l’usanza di fasciare i piedi delle bambine, fra i 3 e gli 8 anni. Si trattava di una deformazione artificiale, considerata un rito di passaggio e lo scopo era avere un piede che non misurasse più di 10 cm: il “Loto D’Oro”. Questa pratica era in uso soprattutto fra gli aristocratici, e durò molti secoli, fino agli inizi del 1900. Un buon risultato, cioè un piede ben deformato, era parte della dote di una ragazza da matrimonio: oltre a dimostrare coraggio, sopportazione del dolore, una ragazza con i piedi deformi era molto più attraente per il futuro marito.

Anche le scarpe dovevano adeguarsi alla deformità del piede. Si chiamavano appunto, “scarpe di loto”, avevano la forma di un cono ed erano solitamente di seta o cotone, con ricami sulla tomaia.

Se avete altre notizie, scrivetele nei commenti. Io ho appena scoperto che i “chelsea boots” si chiamano anche “beatles”. Chissà se i Fab Four lo sapevano!

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Strumento che serve a misurare il tempo e a segnare le ore (DIZIONARIO SANDRON della lingua italiana, 1989). Questa è la definizione dell’orologio, qualsiasi forma abbia. E a proposito di forme, ho scoperto che ciò che comunemente chiamiamo clessidra è solo ad acqua, e si chiama clepsammia l’orologio a sabbia. Questa, però, è una raffinatezza linguistica che non ha avuto la meglio sull’uso unico del termine clessidra.

Ma partiamo dal principio. La necessità di misurare il tempo è molto antica e il primo strumento per la determinazione, fu la meridiana. Si tratta di uno strumento che si basa sul rilevamento della posizione del Sole e nella sua forma più semplificata, era un bastone piantato nel terreno. Questo legame stretto con il Sole presentava un limite nelle giornate nuvolose e durante la notte. Subito dopo entrò in scena la clessidra che fu invenzione degli Egizi, e il suo meccanismo si basava sulla fuoriuscita dell’acqua da un involucro forato.

Per poter parlare di vera e propria meccanica, bisognerà arrivare al Medioevo; uno dei primi esemplari con meccanica più sofisticata, è l’orologio collocato sulla torre campanaria della chiesa di S. Eustorgio a Milano (1309), ma anche in altre città italiane e a Parigi, alcune chiese si arricchirono di imponenti orologi. Non dimentichiamo poi gli orologi astronomici (a partire del 1400) di Praga, Venezia e Messina, molto particolari per i meccanismi e belli nelle loro animazioni. Verso il 1700 iniziarono i primi esperimenti per ottenere orologi automatici, cioè in grado di autoricaricarsi; sempre di questo secolo sono i cosiddetti perpetui, come anche gli orologi da interno che funzionavano con le correnti d’aria, fra ambienti di una casa.

Come per tutti gli oggetti, non conta e non contava solo il suo impiego, ma anche il materiale. Che fossero orologi da esterno o da interno, i materiali erano scelti non solo per ottenere la massima funzionalità ma anche per la cura dell’estetica. Argento, bronzo e oro e legni pregiati erano i materiali scelti per la realizzazione di questi articoli.

Naturalmente, accanto ai grandi orologi per chiese e piazze o alle pendole nelle case, a partire dal 1500 si diffusero gli “orologi portatili”, cioè veri e propri gioielli personali, che rivelavano (in base al materiale con il quale erano stati realizzati) anche la classe di appartenenza di chi li portava. Erano orologi da tasca, dotati di una catenella per fissarli al gilet, anche se la moda del tempo suggeriva che fossero portati al collo, come collane. In uno dei suoi ritratti, Enrico VIII, indossa proprio uno di questi orologi al collo.

Io possiedo due orologi da tasca femminili; sono molto belli, più piccoli di quelli maschili, ma al momento non funzionano e trovare i pezzi di ricambio originali e di epoca, non è facile per niente. Se un giorno riuscirò a farli restaurare, li userò, perché il gesto di guardare l’orologio, che sia al polso o appeso, mi piace molto e al contrario, guardare l’ora sul cellulare, non ha alcun sapore per me.

Purtroppo sono cascata anche io nell’abitudine di controllare l’ora sul display del cellulare, e allora devo impegnarmi a ritornare ai vecchi gesti. E voi? Quali orologi usate?

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In tutti gli anni in cui mi sono occupata di antiquariato, spesso ho rinunciato a vendere oggetti che non volevo rischiare di perdere. Non succedeva spesso, ma se un cliente mostrava interesse per qualcuno di essi, il segno era che dovessi portarlo a casa, e al più presto. Qualcosa purtroppo è sfuggita a questa regola, e anche se ho chiuso la mia attività da parecchio tempo, ci penso ancora. Questa mattina però, ho riflettuto sul fatto che non ho mai portato a casa servizi da caffè o da tè, ma neanche tazze e tazzine singole, da collezione.

Dovrò assolutamente rimediare.

Tazza deriva dall’arabo tassah o ta-sa e sta a indicare un recipiente rotondo di piccole dimensioni, con la parte superiore più larga della base: può avere uno o due manici, ma anche non averne del tutto, può o meno avere un basso piede e a volte è accompagnata da un coperchio. Le tazze di oggi sono solitamente in ceramica, porcellana o vetro. Anticamente, erano in terracotta o in metallo lavorato. Una tazza antica per eccellenza è la “Tazza di Vaphio”.

Vaphio, è un sito della Laconia (Grecia), che ospita una tomba a thòlos, costruita per un re miceneo e che conservava una serie di gioielli e tesori di vario tipo tra cui una coppia di tazze in oro, lavorate a sbalzo. Le lavorazioni sono differenti: una tazza presenta la cattura di tori, l’altra scene di sottomissione di questi tori, ormai domati. Oggi sono esposte al Museo Archeologico Nazionale di Atene.

Le tazze romane e greche erano usate per acqua e vino. Nel Medioevo cambiò la forma della tazza, che prese più la forma di un bicchiere. Nel Rinascimento invece, si iniziò a produrre tazze in ceramica e di seguito tazze in cristallo di rocca con manici a forma di animali.

Se capitaste a Firenze, potreste visitare il Museo degli Argenti, ma anche il Kunsthistoriches Museum di Vienna e il Residenzmuseum di Monaco. Troverete esemplari di notevole interesse, per fattura e materiali preziosi.

Nel 1600 apparve la tazza d’assaggio, chiamata bordolese e la tazza puerperale, con due manici e coperchio, destinata alle bevande degli ammalati. Questo era il modello in uso in Italia e Francia, mentre in America la tazza puerperale aveva la forma di una brocca con beccuccio (feeding cup). Nel 1700, l’uso del metallo fu destinato alla fabbricazione di tazze e tazzine di lusso e quindi riservato alle classi sociali più elevate; la porcellana però divenne, ed è tuttora, il materiale preferito per creazioni raffinate e artistiche. Nel frattempo, in tutta Europa, ma soprattutto in Inghilterra, si diffuse il consumo di tè, cioccolata calda e caffè, ma la consuetudine dell’intermezzo pomeridiano, si definì in epoca vittoriana e riguardò l’intera società inglese, con abitudini diverse secondo la classe di appartenenza.

Prima di terminare, vorrei condividere con i miei lettori una curiosità che ho scoperto recentemente e che riguarda la tazzina da caffè. Tazzina non è il diminutivo di tazza ma deriva da Luigi Tazzini (1868-?), pittore lombardo che per alcuni anni fu direttore artistico della Società Ceramica Richard-Ginori. Egli appunto inventò un recipiente piccolo per gustare il caffè, in stile Art Nouveau. Nel tempo, la tazzina da caffè ha acquisito delle caratteristiche precise per forma, materiale e capacità di mantenere a lungo il calore della bevanda. Anche la scelta del colore bianco, per le tazzine da caffè professionali, non è casuale. Il bianco infatti garantisce quel contrasto cromatico, fondamentale nella valutazione dei toni del caffè. Del resto, quando si parla di bere e mangiare, niente deve essere lasciato al caso.

Bene, dopo aver appreso queste curiosità, sono più propensa a farmi piacere tazze e tazzine da bar, solitamente anonime e grossolane. Ma noi le perdoniamo.

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