Essere e avere

Qui scriverò dell’insieme di regole, che riguardano il vivere civile, la buona educazione, la grazia. Non sarà una sezione didattica, ma una occasione, di trattare un argomento che considero un vero “salva vita” nelle situazioni più diverse.

Io e i miei fratelli abbiamo ricevuto una educazione di stampo militare. Questo tipo di formazione prevede poche regole ma ferree e, tra queste, l’esercizio al silenzio.

Saper tacere è importante. Ci salva da situazioni imbarazzanti quanto delicate, e salva tutti quelli che non sapranno mai quali invettive gli abbiamo risparmiato. D’altro canto, vivendo inseriti in società, anche saper conversare è importante e a noi che amiamo vivere con stile, non sfuggono certo le regole giuste. Ma ripassiamole.

Conversare viene dal latino conversari (con + versari), trovarsi insieme. Ecco questo già svela un piccolo segreto: si parla tutti a turno, conversazione non è monologo. È vero che molti amano il suono della propria voce e ancor più le cose che dicono, ma per quello ci sono i palchi e i microfoni. In un salotto, come pure al ristorante, o davanti a un caffè, prima ancora di parlare esercitiamoci all’ascolto. La voce. Avere una bella voce è un gran pregio e chi invece non ce l’ha, può sempre esercitarsi per migliorarla; una cosa però che ci riguarda tutti è il tono che non deve essere un sussurro, che inevitabilmente escluderebbe chi è distante, ma neanche troppo alto perché credo sia il primo motivo per il quale una conversazione rischia l’insuccesso.

Lo stesso vale per i gesti. È difficile stare fermi fermi per tutto il tempo, ma proviamo a tenere ferme almeno le braccia: in questo modo avremo un maggiore controllo delle mani. Gli argomenti. Sarebbe preferibile evitare religione e politica: è davvero difficile che con questi temi si riesca a mantenere un livello educato e civile di conversazione; il rischio che la tavola diventi un ring di pugilato, è alto. Sarà allora compito dei padroni di casa, traghettare gli ospiti su argomenti più leggeri e condivisi. Lo stesso vale per barzellette volgari o allusioni a doppio senso: se siamo ospiti facciamo finta di niente perché, anche in questo caso, toccherà ai padroni di casa togliere tutti dall’imbarazzo.

Un’altra accortezza sarebbe non trattare argomenti troppo specifici che escludano qualcuno: la fisica quantistica può aspettare.

I pettegolezzi. A volte rendono frizzante una riunione, ma solo se riguardano cose piccole e frivole; viceversa quando cadono nella maldicenza e sfiorano la cattiveria, rappresentano un danno per il malcapitato e producono un effetto controproducente per chi li divulga.

Credo di aver dato un quadro completo, ma vi invito a scrivere nei commenti tutto quello che vorrete aggiungere o magari aneddoti personali. Buona lettura con stile

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Si vola! Sì, si vola ma con stile. Tempo fa ho trattato di buone maniere al volante dell’auto. Siamo tutti o quasi automobilisti ma piloti di aereo non è così scontato, quindi le buone maniere riguarderanno soprattutto i passeggeri.

L’ultima volta in cui ho volato, stavo andando a Roma. Il mio era un posto centrale, e dopo aver sistemato il trolley nella cappelliera e aver preso posto, ho avuto subito chiara la situazione: alla mia sinistra una ragazza che rideva nervosamente con amici che erano seduti al di là del corridoio e alla mia destra un signore anziano che, a motori accesi, si è fatto il segno della croce.

Quadretto divertente a parte, il volo deve essere il più sereno possibile per tutti, per chi abbia paura e per chi non ce l’abbia. Ricordiamoci che la “paura di volare” non esiste. Si tratta invece della “paura di cadere”. Per quanto mi riguarda sono capacissima di cadere anche scalza, per cui sì ho paura di cadere, sempre. Cominciamo dalla fila. È una condizione che capita di frequente nella nostra vita e la fila per l’imbarco in aereo non fa eccezione, si rispetta.

Il bagaglio. È preferibile raggiungere il proprio posto tenendolo sul davanti, in modo da non urtare i piedi a nessuno. Parlare. Ecco nessuno pretende il silenzio assoluto per tutta la durata del volo (neanche nella Cappella Sistina succede, purtroppo), ma parlare o conversare con un tono di voce normale basso, sarà gradito a chi vuole leggere, a chi vuole riposare o semplicemente rilassarsi.

A proposito dei viaggiatori impegnati in qualcosa: evitiamo di molestarli interrompendoli senza motivo. Se ascoltano musica con gli auricolari, è evidente che non sono in cerca di conversazione. Lo stesso se stanno leggendo o guardando un film. Durante i viaggi più lunghi potrà venir voglia di fare una breve e leggera dormita: faremo attenzione a chi sta dietro di noi, chiedendo il permesso di reclinare il sedile ma soprattutto mai e poi mai, toglieremo le scarpe.

Bambini. I viaggi in ambienti con poco spazio a disposizione sono difficili per gli adulti, figuriamoci per i bambini. Per questo motivo, porteremo con noi piccoli giocattoli per intrattenerli. Eviteranno di piangere o fare capricci. E per i più piccoli, credo che per scongiurare il dolore all’orecchio provocato dalla pressurizzazione sarà utile il biberon, ma ovviamente il pediatra sarà più informato.

Se viaggeremo in prima classe terremo presente che ci saranno più comodità, direi più agi, ma non approfitteremo della situazione, per esempio chiedendo il bis di spuntini.

Una volta atterrati, faremo attenzione a non lasciare tracce della nostra permanenza e ci asterremo dall’applauso al pilota. È inopportuno. Al contrario, sarà segno di buona educazione ringraziare sia gli assistenti di volo che il pilota al momento di scendere dall’aereo.

Buon viaggio con stile!

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Oggi sposi, domani chissà. Purtroppo accade, anche alle coppie più solide, di avere un fidanzamento da ricordare e un matrimonio da dimenticare. Intendo, inciampare in una crisi matrimoniale senza via di uscita. Non parlerò delle motivazioni più o meno note, che determinano una rottura matrimoniale, ma del comportamento più appropriato da tenere se dovesse capitar di fare questa esperienza.

A fede tolta, spesso l’unica traccia del matrimonio finito, è il segno dell’abbronzatura che rimane all’anulare (e neanche per molto tempo). Dopo la sentenza, una formale stretta di mano e i due tornano a essere gli estranei di prima di fidanzarsi. Poi ci sono altri casi: per esempio, se ci sono figli i contatti si mantengono per la parte di genitorialità da assolvere. E sempre a noi che viviamo con stile, un’occhiata al saper vivere anche in tema di divorzio, piace darla.

Negli anni ’90, forse anche un po’ prima, in certi ambienti si era diffusa l’abitudine di festeggiare il divorzio, nel senso di celebrare l’atto liberatorio da un matrimonio mal riuscito. L’ho sempre trovato di pessimo gusto: per quanto sì, alcune volte il divorzio sia l’unica soluzione possibile, si tratta sempre del punto di arrivo di un progetto di vita a due che non è riuscito. Non c’è niente da festeggiare, c’è solo da accettare l’evidenza. Se dovesse capitarvi fra le mani un invito a un evento di questo genere, vi consiglio di astenervi dal presenziare.

Iniziamo dalla cerchia di amici. Se sono veri amici saranno dispiaciuti per entrambi, anche quando il divorzio sarà per colpa di uno dei due. Poi, anche qui rivedrei il concetto di responsabilità perché, secondo me, un pizzico di colpa ce l’ha anche chi il divorzio lo sta subendo. Ma torniamo agli amici.

Saranno presenze discrete, eviteranno la raffica di domande per conoscere termini e dettagli. Non serve chiedere, le confidenze arriveranno. E qui mi rivolgo agli ex coniugi: agli amici più stretti, raccontate la novità, mostrando le normali emozioni, dopodiché per il futuro eviterete di essere monotematici, tirando fuori l’argomento a ogni caffè. Anche gli amici più disponibili potrebbero annoiarsi o peggio, sparire.

I rapporti con i suoceri.

“Non erano buoni durante il matrimonio, figuriamoci da adesso in poi!”. Questa considerazione è frequente ma noi che viviamo con stile, non la accoglieremo. No. Se anche i rapporti non sono mai stati idilliaci, è questo il momento di mostrare tutta la classe che possediamo e manterremo un profilo di rispetto, gentilezza e cura della forma. Se la coppia ha figli, c’è un motivo in più per mantenere buoni rapporti con i suoceri: compleanni, feste comandate e qualche uscita insieme ai nonni, saranno di grande aiuto (reciproco) per accompagnarli al cambiamento che ci sarà nella loro vita. Del resto, non solo i figli, ma anche i genitori dei coniugi divorziati, dovranno fare i conti con la nuova realtà.

I regali. I gioielli di famiglia si restituiscono sempre, tutto il resto si deciderà caso per caso.

E per finire, la moglie che volesse continuare a portare il cognome del marito, dovrà essere autorizzata dallo stesso. Personalmente, non trovo necessario continuare a usarlo, ma è solo la mia opinione, non la regola.

Buon stile a tutti

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Da piccoli, di tanto in tanto si andava al parco con le giostre e fare un giro in carrozza, specie se ricavata da una zucca, mi piaceva molto. Faceva tanto Cenerentola che va al ballo. Il fatto è, che anche le scarpe mi piacevano molto e non avrei rischiato di perderne una pur di farmi rincorrere da un principe, per cui la carrozza, ad un certo punto, perdeva la sua magia.

Poi, un giorno ebbi in regalo un go-kart a pedali, rosso fiammante e fu amore a prima vista. La conferma che guidare era nelle mie corde arrivò il giorno in cui scoprì (sempre fra le giostre) il settore delle auto da scontro. Era arrivato il momento di lasciare la carrozza, per quanto bellissima e romantica: volevo l’auto. Un senso di autonomia molto piacevole, offuscato solo dai maschietti che venivano a sbattere contro la mia auto e ai quali lanciavo occhiate tra il seccato e il compassionevole, perché non capivo che divertimento ci fosse a sciupare minuti per sbattere contro qualcuno, quando il bello era proprio guidare.

E per me è bello anche oggi. E a noi che apprezziamo la vita con stile, anche guidare lo facciamo come si deve. La prima cosa sarebbe avere un’auto decorosa, cioè pulita. E questo dovrei dirlo prima di tutto a me stessa. Potrebbe capitare di dover ospitare qualcuno e sarebbe gentile farlo in un’automobile linda e lievemente profumata. Pupazzi ciondolanti, adesivi e avanzi di cibo, no mai. Mozziconi di sigaretta nel posacenere, no mai. Ovviamente, in presenza di passeggeri minori è vietato fumare, senza eccezioni.

La musica. Ecco, è sempre piacevole accompagnare un tragitto con la musica che ci piace, ma faremo attenzione al volume che non sarà troppo alto e, se ci saranno altre persone chiederemo se gradiscono ascoltarla e lasceremo che scelgano quale.

Il clacson non rientra nella musica da scegliere; non si usa per sollecitare l’automobilista davanti a noi, anche se cammina più piano che se fosse a piedi. Si usa solo in caso di estrema necessità. Non si corre oltre i limiti e non si procede alla velocità di una tartaruga. Entrambe le situazioni esasperano.

Non si insultano gli altri automobilisti, anche se fra i denti lo abbiamo fatto tutti, almeno una volta. E può bastare. Non si discute animatamente, questo potrebbe distrarre il guidatore. Nei viaggi notturni, la comitiva cercherà di tenersi sveglia, per non lasciare il guidatore solo, oppure si organizzeranno dei turni alla guida.

Ho notato che agli uomini non piace chiedere informazioni, se sono in difficoltà. Per esempio il mio romano, piuttosto si perde per ore, ma chiedere no. Non forziamoli.

Infine, mettere il rossetto al semaforo? Sì, a patto di aver terminato l’operazione quando scatta il verde. Non è una regola scontata per tutte. Buona guida con stile

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Un paio di settimane fa ho parlato dell’esperienza con i miei levrieri. Una convivenza molto bella fatta anche di rispetto reciproco. Torno sul rapporto con i cani, ma su un piano generale e legato al bon ton.

Forse il titolo vi avrà rimandato a un drago-cane a sei zampe, che emette lingue di fuoco, e che è il simbolo di una nota compagnia petrolifera. In realtà le due zampe in più del titolo, sono le gambe del padrone.

Avere un cane, o un qualsiasi animale che si adatti alla vita domestica, senza che debba rinunciare alla sua essenza (gli uccelli in gabbia), è una esperienza emotivamente e affettivamente forte. La Medicina ha inserito il rapporto uomo-animale fra le possibilità di cura di alcune malattie.

Detto questo, a noi sostenitori delle buone maniere piace conoscere e applicare il comportamento più educato, come possessori o meno di un cane.

Chi possiede un cane, per strada lo terrà al guinzaglio e questo non solo per non arrecare disturbo ai pedoni, ma per la sicurezza del cane stesso. Vi ricordate di quando ho scritto che il mio levriero Indiano fu investito? Ebbene, accadde perché trotterellava davanti a noi, senza guinzaglio. In un negozio lo terremo in braccio. Certo, se abbiamo un alano è un po’ complicato; in questo caso cercheremo una soluzione al momento. Se in nostro cane è imprevedibile, se purtroppo ha dato segni di intolleranza sarà bene prevenire con una museruola. In generale, è meglio che l’animale non entri in contatto con persone estranee.

Manteniamo puliti gli ambienti in cui il nostro cane vive: non solo per la sua salute, ma per quella di tutti i conviventi; se sporca in un luogo pubblico o privato aperto al pubblico, toccherà a noi provvedere a ripristinare pulizia e igiene.

In ultimo, chi non possiede un cane ha mille motivi validi; evitiamo di imporre la nostra bestiola come se fosse un dono del Cielo. Se non piace, non piace.

E adesso tocca a chi il cane non ce l’ha. Vi piacerebbe prenderne uno ma siete allergici, non avete spazio in casa, non potete dedicargli tempo, oppure non vi piacerebbe affatto averne uno. Tutto lecito. Quello che non va bene è tormentare chi ce l’ha, spesso con lamentele ingiustificate. Ne ho viste e sentite spesso, e guardando il cane di turno, ho compreso cosa vi avrebbe detto se avesse potuto parlare. A presto

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Da quando ho visto la performance di Enrico Brignano sulla banca, ho scoperto che di un luogo a me antipatico, si può anche ridere.

La banca è così come l’ha descritta lui; forse, a seguito di questo pezzo di 2020, sarà anche peggiorata. Io ci metto piede poco. Se posso, pochissimo. In ogni caso, siccome si vive anche di maniere, e a noi piacciono le buone, andiamo a scoprire cosa dice il galateo della banca.

A parte l’ovvietà di rispettare la fila, che è doveroso ovunque, ricordiamoci che in banca, come più o meno in chiesa, si parla a bassa voce. Se il nostro conto corrente piange non interesserà a nessuno; se, invece ride avremo un motivo in più per non fare gli spacconi. Se la filiale dispone di divanetti, sicuramente ci saranno giornali per alleggerire la noia dell’attesa; ovviamente, chiameranno il nostro turno proprio mentre leggiamo l’articolo più che più ci interessa. Pazienza! Lo finiremo la prossima volta, di certo non siamo autorizzati a portar via il giornale.

Rispettando la fila, rispetteremo anche la distanza: chi ci precede ha diritto ala riservatezza, esattamente quanto noi. Questo sia allo sportello che al bancomat. E in ultimo (perché finalmente tocca a noi) dopo aver finito le operazioni, eviteremo di intrattenerci con l’impiegato, magari chiacchierando di cose che niente c’entrano con la banca, e sapendo che dietro c’è altra gente ad aspettare.

Bene, come avete letto, le regole sono poche ma ferree. Ferree. E buona fortuna

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Pensare alla spesa come a una attività rilassante è, per me, cosa recente. Da ragazzina, mi scocciava proprio e speravo sempre che mia madre lo chiedesse alle mie sorelle. Mio fratello, invece, era troppo piccolo. Alcune volte la scansavo, altre no.

Poi le cose sono cambiate e devo dire che, tranne che in situazioni fastidiose (pioggia, mal di testa), mi piace proprio. L’ultima volta in cui ho parlato di buone maniere, avevo tirato in ballo gli ambienti di lavoro e il rapporto fra pubblico e privato, fra dipendenti e capi, fra clienti e professionisti o titolari.

Oggi parlerò di negozi e supermercati, e in particolare del comportamento di noi che andiamo a fare la spesa. Certo, negli ultimi mesi abbiamo conosciuto una modalità completamente nuova di acquistare, ma in fondo le regole sono le stesse.

Intanto, la regola più scontata: salutare quando si entra in un negozio (e anche quando si esce). Il rispetto della fila: sembra strano doverne parlare, eppure accade ancora che qualcuno “per distrazione” passi avanti. Entrando in un negozio, eviteremo di mangiare e bere le nostre merende da strada, come se fossimo a un pic-nic; se abbiamo un animale domestico con noi, lo terremo in braccio. Potremmo aver bisogno del consiglio di un commesso/a: in questo caso tireremo fuori tutto il meglio che ci contraddistingue (compreso un sorriso). Nei negozi in cui sia permesso toccare la merce, la maneggeremo con garbo, e la riporremo esattamente nello stesso posto e nella stessa posizione. Nessun commento sui prezzi con il personale, soprattutto ad alta voce.

In un supermercato, avremo la fortuna di godere di spazi ampi, molto utili se in lontananza abbiamo intravisto la più curiosa o pettegola (fate voi) delle nostre amiche; le corsie larghe ci consentiranno di sgattaiolare con il carrello, evitare di incrociarla e sperare di non ritrovarcela dietro mentre siamo in fila al banco salumi e formaggi. Immaginate la scena: state tentando di non svenire a causa di quel tripudio di profumi, già pensate a quando sarete a tavola, vi sentite bussare sulla spalla e capite che alla fine vi ha beccato!

A pensarci, a me non potrebbe capitare perché non ho amiche pettegole. E per finire, quando siamo alla cassa manteniamo una buona distanza da chi paga con carta. La riservatezza è sempre la benvenuta.

Agli antipodi del supermercato, ci sono i negozi di prossimità: non dimentichiamoli perché hanno fatto e spero faranno sempre la storia di un quartiere e di una città. Sono spesso piccoli, passano di padre in figlio e creano un legame con i clienti che va oltre il semplice acquisto. Tenerli da conto è fare la riverenza alla tenacia e alla passione per il lavoro. Ed è da buone maniere.

Buon sabato e buoni acquisti

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Nella top ten dei luoghi comuni, “il cliente ha sempre ragione” è ai primi posti. Io dissento. Per me le persone hanno ragione quando hanno ragione, e hanno torto quando hanno torto, a prescindere dal ruolo del momento. Argomento di oggi? Le buone maniere sul posto di lavoro.

I luoghi di lavoro sono diversi fra loro; alcuni prevedono la presenza di un pubblico esterno, altri sono chiusi. A parte questa differenza, sono luoghi in cui si trascorre buona parte della giornata e quindi la convivenza fra colleghi, fra dipendenti e capi, fra lavoratori in proprio e clienti, deve essere regolata. Perché è un bene per tutti. Cominciamo dall’ufficio. All’inizio di un lavoro, abbiamo ben in mente le regole da osservare per entrare a far parte di un team: discrezione e capacità di osservazione.

La prima sarà il nostro miglior biglietto da visita, la seconda sarà utile a noi per capire in che ambiente siamo finiti, o semplicemente arrivati. Anche per questo la discrezione sarà fondamentale. Poi viene il resto: presentiamoci con nome e cognome; non so perché ma oggi non lo fa nessuno e ci faccio sempre caso, poiché a me fu insegnato da piccola e siccome non sapevo pronunciare la “c”, la cosa era più o meno questa: “Mi chiamo Ornella Tandia”. Poi arrivò la pronuncia giusta, ma nel frattempo avevo consolidato questa abitudine.

Il cognome non è un dettaglio, anzi. Ci colloca e ci rappresenta e diversamente dai vari “tesoro-amore-caro”, è personale. Se chiamo “tesoro” tutti i colleghi che ho, sto implicitamente ammettendo che:

1. non ricordo come ti chiami;

2. tu o un altro non fa differenza.

Agli uomini un po’ distratti, consiglio di non cedere alla tentazione di usare per la collega quel “tesoro” che usate per vostra moglie. Non si sa mai. Nelle presentazioni a persone di grado superiore aspetteremo che ci tendano la mano. La stretta sarà naturale, né molliccia né militaresca.

Se invece siamo dalla parte di chi accoglie un nuovo collega, non cediamo alla tentazione di squadrarlo dalla testa ai piedi e di sommergerlo di domande e, soprattutto, evitiamo commenti inopportuni. Con il passare del tempo, quando il ghiaccio sarà sciolto, si farà strada la confidenza che però non dovrà mai oltrepassare i limiti della buona educazione e del rispetto. “Per favore” e “grazie” non hanno scadenza e non passano mai di moda. Questo aiuterà a mantenere equilibrato e leggero l’ambiente, anche nelle giornate più difficili. Un linguaggio adeguato così come l’abbigliamento, completeranno il quadro.

Nei luoghi di lavoro in cui sia prevista la presenza di pubblico o clienti, l’abitudine alla buona condotta deve essere anche più radicata. Questo ci aiuterà a sopportare (non mi viene in mente un altro verbo) i capricci di utenti e clienti, che non mancheranno mai. E comunque saremo chiamati al dovere di comportarci al meglio. Giorni fa, ero a far la fila in ospedale (situazione tipica) e dopo soli 5 minuti dall’apertura degli sportelli, sono partite le prime discussioni tra utenti, e poi fra impiegati e utenti. Due mesi di isolamento in casa, non sono evidentemente bastati a rendere più lievi i prepotenti e più accomodanti i polemici. Anzi.

E adesso veniamo alla frase che è anche il titolo di oggi. E’ la croce di artigiani, commercianti e professionisti; in più è retrograda e offende il lavoro. Non ho torto solo perché sono titolare di una attività e non ho ragione solo perché sono un cliente.

Spesso i clienti ignorano o dimenticano la differenza tra “luogo pubblico” e “luogo aperto al pubblico”. Un luogo pubblico appartiene allo Stato: giardini, parchi, piazze e tanti altri, sono luoghi pubblici ( e si devono rispettare in quanto di tutti e di nessuno). Pizzerie, bar, negozi, sono luoghi privati in cui è consentito l’accesso rispettando delle regole. Faccio per dire: tenere a bada i propri figli, rivolgersi con gentilezza al personale in servizio, rispettare le regole del posto, sono cose scontate per la maggior parte dei clienti, ma non per tutti. Quindi evitiamo di far parte dell’elenco di compratori che nessun negoziante vorrebbe nel proprio negozio, e non piagnucoliamo per avere lo sconto. Chiederlo è consentito, ma senza insistenze e battito di ciglia. Se un negozio ha prezzi che sono al di sopra delle nostre possibilità, sarà più semplice per tutti sostituirlo con un altro.

Ai titolari è richiesta pazienza e umiltà. Sì, avete letto bene: umiltà. Più di una volta ho assistito a giovani arroganti trattare con sufficienza clienti anziani. Perché lo fate?

Personalmente, mi considero fortunata perché nella mia vita sono stata dipendente e titolare e quindi ho più punti di vista e questo mi aiuta a relazionarmi nel modo giusto (spero). Per me, ogni persona che entrava nel mio negozio era un potenziale di crescita, ma non nascondo che negli anni ho fatto in modo che un paio di clienti non tornassero più, e ci sono riuscita. Dirò che “dimenticavano” che il negozio era mio e avevano la pretesa di fissare delle regole. Così, gli ho fatto passare la voglia di tornare. Con il sorriso, si intende.

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Sui gesti non esistono concetti universali, perché per esempio, ci sono gesti brutali che a qualcuno piacciono molto, anche perché bisogna ammettere che hanno il vantaggio dell’immediatezza. Per esempio, fare le corna. E’ un gesto che ha due significati: di tradimento e risale alla mitologia greca. Il Minotauro infatti era stato concepito dal tradimento della regina di Creta (Pasifae, credo) con il Toro di Creta. Minosse, re di Creta era il cornuto. L’altro significato è di approvazione e complicità, ma in Nord Europa. Quando i bambini si arrabbiano e fanno la linguaccia, normalmente sorrido; al contrario, se la fanno gli adulti, specie per una fotografia, lo apprezzo meno.

E in tema di gestualità o di linguaggio non verbale, c’è una casistica ampia. Per esempio nel gioco del poker, ci sono i cosiddetti tells: una serie di gesti, a volte inconsapevoli a volte fatti ad arte. Ho provato a giocare a poker un paio di volte ma non mi piace (neanche burraco) e quindi se dimentico le regole, figuriamoci se conosco il significato delle espressioni dei giocatori, ma insomma diciamo che ogni espressione può essere sincera o truccata, per cui tanto vale concentrarsi sul gioco. Possibilmente per vincere.

Poi c’è la gestualità a scuola. Non so come sia adesso, ma quando andavo a scuola io, gesticolare era il metodo per suggerire durante le interrogazioni; forse oggi con la tecnologia è più facile, ma allora il gesto giusto al momento giusto, salvava la pagella. E a tavola?

La gestualità a tavola, forse più che in ogni altra situazione, dovrebbe essere particolarmente misurata. Schiena dritta e braccia basse, niente gomiti a tavola, ma solo i polsi. Ed è inutile precisarlo, non si gesticola con le posate in mano (non ho resistito e l’ho scritto lo stesso). Gli uomini non trascurino di versare acqua o vino nel bicchiere della donna con la quale stanno cenando, con lentezza in modo da evitare che il liquido si versi fuori.

Ma il gesto galante per eccellenza è l’inchino per chiedere la mano. Se posso esprimere una opinione personale, a me non piace quel tipo di inchino, però so che molte donne lo apprezzano e quindi, uomini che pensate di inginocchiarvi, sappiate che sarà sensato tenere ben presente la personalità della vostra fidanzata prima di decidere se farlo in un luogo pubblico o privato, in compagnia di amici o familiari stretti, oppure completamente da soli.

E dopo aver pesato e valutato tutte le possibilità, pregate che vi dica “sì”. Buona fortuna

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Su amicizia e dintorni, da sempre, sono stata particolarmente selettiva. Quando scrivo “da sempre” è proprio così, prendetelo alla lettera. Non so bene perché saltai la scuola materna, ma già alle elementari compresi che il luogo comune per cui si debba essere amici di tutti, non faceva per me. Educazione e rispetto sempre e a tutti, gentilezza anche ma l’amicizia è come una riserva naturale: molta bellezza, molte specialità e molto riguardo.

Io sono stata anche fortunata, poiché di delusioni amicali, ne conto 2 o forse 3, dovrei fare un ripasso, ma insomma non oltre. Quando ci penso sento una punta di amarezza, ma ho commesso anche io degli errori e ho chiesto scusa subito quando mi è stato chiaro, chiedo scusa adesso per quelli inconsapevoli.

Vi sarete accorti che esistono aforismi per ogni cosa, e quindi anche per l’amicizia; che siano seri, stucchevoli o divertenti dicono tutti una verità condivisibile, poi ci sono le migliaia di verità soggettive, quelle per cui pensiamo di essere unici. La mia verità è che anche l’amicizia più bella e delicata necessiti di comportamenti appropriati. Non scriverò di affetto e buoni sentimenti, poiché in una amicizia sono l’unico punto di partenza possibile. Scriverò di fiducia: un amico deve sempre essere degno di fiducia e questa fiducia dobbiamo ricambiarla, per esempio difendendolo da chi lo attacca. Se poi, invece, di un attacco si tratta di un pettegolezzo, la nostra difesa sarà ancora più rigorosa.

Rispetto. Con un amico avremo cose in comune; ovviamente rispetteremo le cose che ci differenziano ridendoci su per sdrammatizzare, se possibile. Generosità. Gli amici si aiutano e ci aiutano senza ricompensa. Altrimenti non sono e non siamo amici. Senza approfittare, tout court.

E i momenti complicati? Esistono, perché essere amici non vuol dire che andrà sempre tutto liscio, che si passerà insieme ogni momento libero, che si avrà lo stesso credo religioso, lo stesso credo politico, gli stessi gusti a tavola, a cinema, a teatro, gli stessi hobbies, la stessa ragazza…Ehm no, questo non c’entra…Insomma, l’amicizia è un mondo nel mondo, dove si sta bene se ci si sente liberi nelle regole.

E se vi presto un libro, lo rivoglio.

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