Essere e avere

Qui scriverò dell’insieme di regole, che riguardano il vivere civile, la buona educazione, la grazia. Non sarà una sezione didattica, ma una occasione, di trattare un argomento che considero un vero “salva vita” nelle situazioni più diverse.

Pensare alla spesa come a una attività rilassante è, per me, cosa recente. Da ragazzina, mi scocciava proprio e speravo sempre che mia madre lo chiedesse alle mie sorelle. Mio fratello, invece, era troppo piccolo. Alcune volte la scansavo, altre no.

Poi le cose sono cambiate e devo dire che, tranne che in situazioni fastidiose (pioggia, mal di testa), mi piace proprio. L’ultima volta in cui ho parlato di buone maniere, avevo tirato in ballo gli ambienti di lavoro e il rapporto fra pubblico e privato, fra dipendenti e capi, fra clienti e professionisti o titolari.

Oggi parlerò di negozi e supermercati, e in particolare del comportamento di noi che andiamo a fare la spesa. Certo, negli ultimi mesi abbiamo conosciuto una modalità completamente nuova di acquistare, ma in fondo le regole sono le stesse.

Intanto, la regola più scontata: salutare quando si entra in un negozio (e anche quando si esce). Il rispetto della fila: sembra strano doverne parlare, eppure accade ancora che qualcuno “per distrazione” passi avanti. Entrando in un negozio, eviteremo di mangiare e bere le nostre merende da strada, come se fossimo a un pic-nic; se abbiamo un animale domestico con noi, lo terremo in braccio. Potremmo aver bisogno del consiglio di un commesso/a: in questo caso tireremo fuori tutto il meglio che ci contraddistingue (compreso un sorriso). Nei negozi in cui sia permesso toccare la merce, la maneggeremo con garbo, e la riporremo esattamente nello stesso posto e nella stessa posizione. Nessun commento sui prezzi con il personale, soprattutto ad alta voce.

In un supermercato, avremo la fortuna di godere di spazi ampi, molto utili se in lontananza abbiamo intravisto la più curiosa o pettegola (fate voi) delle nostre amiche; le corsie larghe ci consentiranno di sgattaiolare con il carrello, evitare di incrociarla e sperare di non ritrovarcela dietro mentre siamo in fila al banco salumi e formaggi. Immaginate la scena: state tentando di non svenire a causa di quel tripudio di profumi, già pensate a quando sarete a tavola, vi sentite bussare sulla spalla e capite che alla fine vi ha beccato!

A pensarci, a me non potrebbe capitare perché non ho amiche pettegole. E per finire, quando siamo alla cassa manteniamo una buona distanza da chi paga con carta. La riservatezza è sempre la benvenuta.

Agli antipodi del supermercato, ci sono i negozi di prossimità: non dimentichiamoli perché hanno fatto e spero faranno sempre la storia di un quartiere e di una città. Sono spesso piccoli, passano di padre in figlio e creano un legame con i clienti che va oltre il semplice acquisto. Tenerli da conto è fare la riverenza alla tenacia e alla passione per il lavoro. Ed è da buone maniere.

Buon sabato e buoni acquisti

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Nella top ten dei luoghi comuni, “il cliente ha sempre ragione” è ai primi posti. Io dissento. Per me le persone hanno ragione quando hanno ragione, e hanno torto quando hanno torto, a prescindere dal ruolo del momento. Argomento di oggi? Le buone maniere sul posto di lavoro.

I luoghi di lavoro sono diversi fra loro; alcuni prevedono la presenza di un pubblico esterno, altri sono chiusi. A parte questa differenza, sono luoghi in cui si trascorre buona parte della giornata e quindi la convivenza fra colleghi, fra dipendenti e capi, fra lavoratori in proprio e clienti, deve essere regolata. Perché è un bene per tuti. Cominciamo dall’ufficio. All’inizio di un lavoro, abbiamo ben in mente le regole da osservare per entrare a far parte di un team: discrezione e capacità di osservazione.

La prima sarà il nostro miglior biglietto da visita, la seconda sarà utile a noi per capire in che ambiente siamo finiti, o semplicemente arrivati. Anche per questo la discrezione sarà fondamentale. Poi viene il resto: presentiamoci con nome e cognome; non so perché ma oggi non lo fa nessuno e ci faccio sempre caso, poiché a me fu insegnato da piccola e siccome non sapevo pronunciare la “c”, la cosa era più o meno questa: “Mi chiamo Ornella Tandia”. Poi arrivò la pronuncia giusta, ma nel frattempo avevo consolidato questa abitudine.

Il cognome non è un dettaglio, anzi. Ci colloca e ci rappresenta e diversamente dai vari “tesoro, amore, caro” è personale. Se chiamo “tesoro” tutti i colleghi che ho, sto implicitamente ammettendo che

1. non ricordo come ti chiami;

2. tu o un altro non fa differenza.

Agli uomini un po’ distratti, consiglio di non cedere alla tentazione di usare per la collega quel “tesoro” che usate per vostra moglie. Non si sa mai. Nelle presentazioni a persone di grado superiore aspetteremo che ci tendano la mano. La stretta sarà naturale, né molliccia né militaresca.

Se invece siamo dalla parte di chi accoglie un nuovo collega, non cediamo alla tentazione di squadrarlo dalla testa ai piedi e di sommergerlo di domande e, soprattutto, evitiamo commenti inopportuni. Con il passare del tempo, quando il ghiaccio sarà sciolto, si farà strada la confidenza che però non dovrà mai oltrepassare i limiti della buona educazione e del rispetto. “Per favore” e “grazie” non hanno scadenza e non passano mai di moda. Questo aiuterà a mantenere equilibrato e leggero l’ambiente, anche nelle giornate più difficili. Un linguaggio adeguato così come l’abbigliamento, completeranno il quadro.

Nei luoghi di lavoro in cui sia prevista la presenza di pubblico o clienti, l’abitudine alla buona condotta deve essere anche più radicata. Questo ci aiuterà a sopportare (non mi viene in mente un altro verbo) i capricci di utenti e clienti, che non mancheranno mai. E comunque saremo chiamati al dovere di comportarci al meglio. Giorni fa, ero a far la fila in ospedale (situazione tipica) e dopo soli 5 minuti dall’apertura degli sportelli, sono partite le prime discussioni tra utenti, e poi fra impiegati e utenti. Due mesi di isolamento in casa, non sono evidentemente bastati a rendere più lievi i prepotenti e più accomodanti i polemici. Anzi.

E adesso veniamo alla frase che è anche il titolo di oggi. E’ la croce di artigiani, commercianti e professionisti; in più è retrograda e offende il lavoro. Non ho torto solo perché sono titolare di una attività e non ho ragione solo perché sono un cliente.

Spesso i clienti ignorano o dimenticano la differenza tra “luogo pubblico” e “luogo aperto al pubblico”. Un luogo pubblico appartiene allo Stato: giardini, parchi, piazze e tanti altri, sono luoghi pubblici ( e si devono rispettare in quanto di tutti e di nessuno). Pizzerie, bar, negozi, sono luoghi privati in cui è consentito l’accesso rispettando delle regole. Faccio per dire: tenere a bada i propri figli, rivolgersi con gentilezza al personale in servizio, rispettare le regole del posto, sono cose scontate per la maggior parte dei clienti, ma non per tutti. Quindi evitiamo di far parte dell’elenco di compratori che nessun negoziante vorrebbe nel proprio negozio, e non piagnucoliamo per avere lo sconto. Chiederlo è consentito, ma senza insistenze e battito di ciglia. Se i prezzi di un negozio sono al di sopra delle nostre possibilità, sarà più semplice per tutti sostituirlo con un altro.

Ai titolari è richiesta pazienza e umiltà. Sì, avete letto bene: umiltà. Più di una volta ho assistito a giovani arroganti trattare con sufficienza clienti anziani. Perché lo fate?

Personalmente, mi considero fortunata perché nella mia vita sono stata dipendente e titolare e quindi ho più punti di vista e questo mi aiuta a relazionarmi nel modo giusto (spero). Per me, ogni persona che entrava nel mio negozio era un potenziale di crescita, ma non nascondo che negli anni ho fatto in modo che un paio di clienti non tornassero più, e ci sono riuscita. Dirò che “dimenticavano” che il negozio era mio e avevano la pretesa di fissare delle regole. Così, gli ho fatto passare la voglia di tornare. Con il sorriso, si intende.

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Sui gesti non esistono concetti universali, perché per esempio, ci sono gesti brutali che a qualcuno piacciono molto, anche perché bisogna ammettere che hanno il vantaggio dell’immediatezza. Per esempio, fare le corna. E’ un gesto che ha due significati: di tradimento e risale alla mitologia greca. Il Minotauro infatti era stato concepito dal tradimento della regina di Creta (Pasifae, credo) con il Toro di Creta. Minosse, re di Creta era il cornuto. L’altro significato è di approvazione e complicità, ma in Nord Europa. Quando i bambini si arrabbiano e fanno la linguaccia, normalmente sorrido; al contrario, se la fanno gli adulti, specie per una fotografia, lo apprezzo meno.

E in tema di gestualità o di linguaggio non verbale, c’è una casistica ampia. Per esempio nel gioco del poker, ci sono i cosiddetti tells: una serie di gesti, a volte inconsapevoli a volte fatti ad arte. Ho provato a giocare a poker un paio di volte ma non mi piace (neanche burraco) e quindi se dimentico le regole, figuriamoci se conosco il significato delle espressioni dei giocatori, ma insomma diciamo che ogni espressione può essere sincera o truccata, per cui tanto vale concentrarsi sul gioco. Possibilmente per vincere.

Poi c’è la gestualità a scuola. Non so come sia adesso, ma quando andavo a scuola io, gesticolare era il metodo per suggerire durante le interrogazioni; forse oggi con la tecnologia è più facile, ma allora il gesto giusto al momento giusto, salvava la pagella. E a tavola?

La gestualità a tavola, forse più che in ogni altra situazione, dovrebbe essere particolarmente misurata. Schiena dritta e braccia basse, niente gomiti a tavola, ma solo i polsi. Ed è inutile precisarlo, non si gesticola con le posate in mano (non ho resistito e l’ho scritto lo stesso). Gli uomini non trascurino di versare acqua o vino nel bicchiere della donna con la quale stanno cenando, con lentezza in modo da evitare che il liquido si versi fuori.

Ma il gesto galante per eccellenza è l’inchino per chiedere la mano. Se posso esprimere una opinione personale, a me non piace quel tipo di inchino, però so che molte donne lo apprezzano e quindi, uomini che pensate di inginocchiarvi, sappiate che sarà sensato tenere ben presente la personalità della vostra fidanzata prima di decidere se farlo in un luogo pubblico o privato, in compagnia di amici o familiari stretti, oppure completamente da soli.

E dopo aver pesato e valutato tutte le possibilità, pregate che vi dica “sì”. Buona fortuna

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Su amicizia e dintorni, da sempre, sono stata particolarmente selettiva. Quando scrivo “da sempre” è proprio così, prendetelo alla lettera. Non so bene perché saltai la scuola materna, ma già alle elementari compresi che il luogo comune per cui si debba essere amici di tutti, non faceva per me. Educazione e rispetto sempre e a tutti, gentilezza anche ma l’amicizia è come una riserva naturale: molta bellezza, molte specialità e molto riguardo.

Io sono stata anche fortunata, poiché di delusioni amicali, ne conto 2 o forse 3, dovrei fare un ripasso, ma insomma non oltre. Quando ci penso sento una punta di amarezza, ma ho commesso anche io degli errori e ho chiesto scusa subito quando mi è stato chiaro, chiedo scusa adesso per quelli inconsapevoli.

Vi sarete accorti che esistono aforismi per ogni cosa, e quindi anche per l’amicizia; che siano seri, stucchevoli o divertenti dicono tutti una verità condivisibile, poi ci sono le migliaia di verità soggettive, quelle per cui pensiamo di essere unici. La mia verità è che anche l’amicizia più bella e delicata necessiti di comportamenti appropriati. Non scriverò di affetto e buoni sentimenti, poiché in una amicizia sono l’unico punto di partenza possibile. Scriverò di fiducia: un amico deve sempre essere degno di fiducia e questa fiducia dobbiamo ricambiarla, per esempio difendendolo da chi lo attacca. Se poi, invece, di un attacco si tratta di un pettegolezzo, la nostra difesa sarà ancora più rigorosa.

Rispetto. Con un amico avremo cose in comune; ovviamente rispetteremo le cose che ci differenziano ridendoci su per sdrammatizzare, se possibile. Generosità. Gli amici si aiutano e ci aiutano senza ricompensa. Altrimenti non sono e non siamo amici. Senza approfittare, tout court.

E i momenti complicati? Esistono, perché essere amici non vuol dire che andrà sempre tutto liscio, che si passerà insieme ogni momento libero, che si avrà lo stesso credo religioso, lo stesso credo politico, gli stessi gusti a tavola, a cinema, a teatro, gli stessi hobbies, la stessa ragazza…Ehm no, questo non c’entra…Insomma, l’amicizia è un mondo nel mondo, dove si sta bene se ci si sente liberi nelle regole.

E se vi presto un libro, lo rivoglio.

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Quante volte ci siamo morsi le labbra un attimo dopo aver detto una parolaccia, a qualcuno oppure al vento (così solo per sfogare la rabbia)?

Se riusciamo a contarle, vuol dire che non sono molte e questo è buono. Quando si parla di essere e avere, di buone maniere non solo di facciata ma soprattutto di struttura personale, non si può prescindere dal linguaggio. Quello dei bambini è sempre divertente, il loro tentativo di ripetere le parole usate dai grandi è importante e va incoraggiato. Da parte degli adulti, è augurabile una certa attenzione ai contenuti, ma anche alla forma.

Normalmente, un bambino non dice parolacce ma, crescendo e interagendo, inizierà a far caso a tutta una tipologia di espressioni che non si addicono a chi abbia una buona educazione.

Superata la soglia dell’adolescenza, scoprirà che si trova nel punto più alto della parabola, che riguarda la modalità espressiva sciagurata, in cui parolacce e volgarità in genere, razzolano come pennuti in Piazza San Marco.

Forse, avere dimestichezza con il turpiloquio (non ricordo cosa accadesse nelle due o tre comitive che ho frequentato) gli servirà per essere accettato in un gruppo; durerà qualche anno, poi troverà il modo e la voglia di liberarsi dei condizionamenti del capobranco, e magari uscire dal branco.

Fino ad allora, eviterà le parolacce in casa con genitori e fratelli, con i nonni, e soprattutto se ci sono ospiti dei genitori. All’università o al lavoro, avrà sicuramente perduto la smania di farsi conoscere per le modalità al ribasso, e inizierà la fase delle qualità al rialzo. E in queste le parolacce non sono previste, mai!

Poi cresceranno anche le occasioni di parlare in pubblico: mantenere un linguaggio elegante e sobrio in ogni contesto, accrescerà la fiducia e l’interesse di chi ascolta. Personalmente, posso comprendere la parolaccia che sfugge al controllo in un momento di rabbia, ma la parolaccia sistematica che entra stabilmente nel linguaggio ordinario, no. Mi toglie il piacere della conversazione e della considerazione. E a voi?

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Ogni volta, vorrei dire no. Poi dico sì, ma in testa inizia una sfilata di pensieri catastrofici che riguardano l’oggetto che sto prestando. Non lo riavrò perché la persona a cui l’ho prestato lo ha perso, lo ha rotto, lo ha prestato a sua volta, glielo hanno rubato. Non è avidità di possesso, solo gelosia. Che ansia!

Da ragazza, ho prestato libri che non sono più tornati a casa oppure sono tornati con la copertina ferita in chissà quali battaglie. Potevate tiravi dietro dei vasi, e invece no, vi tiravate i miei libri. Poi ho smesso di prestarli, nel senso che non mi mettevo neppure nella condizione di ricevere la richiesta.

Negli anni ho ricominciato, ma solo a persone di assoluta fiducia. Se vi presto un libro, o se mi offro di prestarvelo (questo è raro raro), significa che mi fido molto di voi come persone, e mi fido che capirete che è mio e lo rivoglio. A parte i libri, ho prestato 33 giri, accessori moda, vestiti mai (anche perché sono alta un metro e niente), qualche volta l’auto, e nel condominio quei normali scambi di ingredienti per fare le ricette, che mancano quando non devono. Questa cosa di farina, lievito, cipolle, sedano in soccorso della vicina ma anche in mio soccorso, mi piace moltissimo. Perché come dico sempre e fino alla noia, il cibo comunica. E il messaggio è: “non vorrei mai che una tua ricetta fosse incompleta!”.

A prescindere dalle mie vicende, le norme del galateo anche in questo caso, sono precise:

CHI PRESTA deve contemplare la possibilità che l’oggetto in questione possa rientrare danneggiato o dopo un tempo eccessivamente prolungato; se non vuole correre rischi, ha facoltà di dire no, ma con educazione e gentilezza.

CHI RICEVE deve avere massima attenzione per il bene ricevuto, accordarsi con il proprietario su tempi e modi per la restituzione e, sopra ogni cosa, non prestare ad altri ciò che ha ricevuto; se malauguratamente l’oggetto si dovesse danneggiare, il proprietario dovrà essere rimborsato.

Un pensiero a parte va sul prestito di denaro. Diciamo che difficilmente rientra danneggiato ma può danneggiare i rapporti fra le persone. Se poi per soldi prestati si sfasciano famiglie intere, allora capiamo bene quanto sia delicato l’argomento. Da una parte c’è il rischio, a offrir denaro spontaneamente a chi è in impasse, di urtarne la sensibilità. D’altra parte, avere la disponibilità materiale di aiutare qualcuno e voltargli le spalle, richiede una disposizione di animo molto risoluta, ma non è compito di questo blog giudicare.

Poi c’è anche la possibilità che un prestito di denaro diventi una donazione. Questo è un atto che salva amicizie e parentele, ma ovviamente non può essere un automatismo. E voi? Che esperienze avete in merito al prestito di oggetti?

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O tempora, o mores. Così avrebbe detto Cicerone, tra l’altro senza il punto esclamativo che, invece, fu aggiunto nel Medioevo, perché nel mondo latino non si usava.

Dunque, non scriverò di corruzione, come Cicerone contro Catilina; scriverò di come sia velocemente cambiato, almeno qui in Italia, il modo di salutare a causa della (ormai è classificata così) pandemia da coronavirus. In situazioni normali, noi italiani siamo estroversi, e ancora di più noi meridionali. Baci e abbracci non ci fanno difetto, anche quando sono obiettivamente superflui, o magari per qualcuno, fastidiosi. Le buone maniere, in materia di incontri e saluti, sono precise e non guardano la posizione geografica: valgono sempre e ovunque, e anche se possono modificarsi nel tempo, la sostanza della buona educazione rimane intatta.

Mi spiego meglio: il baciamano, che a me piace moltissimo, non è più in voga da tempo ma, se per caso appartenete all’esiguo numero di uomini che vorrebbero recuperarlo, sappiate che si fa solo in luoghi chiusi, non per strada, né al cinema o ristorante, a teatro sì, è l’unica eccezione. Solo alle signore, mai alle signorine.

Dopo questa divagazione, torniamo alla questione principale. Dicevo, potenza di un virus, e da un momento all’altro è mutato il modo di essere e fare con gli altri. Distanza di sicurezza in strada, niente contatti, di mani o guance. Sui social gira un video di gente che si saluta toccandosi i piedi. Però, andando a rispolverare qualche testo sul galateo, per rinfrescare la memoria, mi è sovvenuto che anche la stretta di mano ha delle regole, esattamente come il baciamano. E’ ammessa durante le presentazioni, o se ci si incontra dopo tanto tempo; mai in luogo pubblico a meno che, l’occasione non avvenga senza creare scomodità a tutti gli altri. Deve essere ferma, né energica né molliccia.

Baci e abbracci. Sui baci, devo dire che vedo una esagerazione immotivata. Fatta esclusione per i familiari, per il fidanzato o coniuge, non c’è ragione per baciarsi a ogni occasione con gli amici. Anche qui, l’eccezione riguarda gli incontri dopo tanto tempo. In ogni caso, il galateo per baci e abbracci, prevede che sia il più anziano a decidere. A pensarci, tutte queste regole, se osservate alla lettera, non sono poi tanto lontane dalle disposizioni attuative del governo, dalla comparsa del coronavirus.

Solo che adesso c’è un motivo urgente e serio per metterle in pratica. Adesso non si tratta più di bon ton, di saper vivere e galateo; adesso si tratta di stare “uniti ma distanti” per sconfiggere questo virus, proteggerci e proteggere tutti, indistintamente. Si tratta di essere ligi per rispetto verso medici, infermieri, e tutti gli altri lavoratori che non si stanno fermando mai, per esempio camionisti e corrieri che garantiscono i beni necessari a farmacie, ospedali e supermercati, e quindi a tutti noi. E allora coraggio e pazienza, perché ne serve a iosa.

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Ho sangue siciliano e pugliese, per cui la vena ironica non mi manca, forse neanche il sarcasmo (ma questo non lo considero un pregio). Il brutto che possa capitare a una persona ironica è un’altra persona ironica che le tiene testa. Il peggio, una persona che non comprende l’ironia. A me son capitate entrambe e, sinceramente, riguardo il secondo caso, ho provato un certo senso di colpa. Per aver messo in difficoltà chi avevo di fronte ma, confesso, soprattutto per aver sprecato un talento quando non era il caso. Allora mi sono chiesta se ci sia un momento in cui l’ironia o il sarcasmo rischino di tramutarsi in maleducazione. Forse no.

E’ vero che l’ironia vuole alleggerire e il sarcasmo appesantire; è vero che con l’ironia diamo alle parole un significato diverso da quello letterale, nel tentativo di alleggerire una situazione, di prendere le distanze, di sollevare qualcuno. Il sarcasmo è erroneamente considerato un sinonimo dell’ironia; in realtà è la volontà di ferire, di trattare in modo beffardo, anche solo cambiando intonazione di voce e, infatti, il sarcasmo è tipico della comunicazione verbale. E’ amaro ed esprime astio contro qualcuno, e se da una parte viene usato per segnare un confine tra chi si sente intellettualmente superiore e agli altri, dall’altra c’è una teoria secondo la quale, il sarcasmo sia un’arma per mascherare le proprie debolezze, attaccando frontalmente.

Alla fine di tutto, che si tratti di ironia o che si tratti di sarcasmo, si parla comunque di abilità, con fini diversi. La maleducazione, che è forse una loro parente lontana, non è mai un’abilità, quanto piuttosto una sconfitta, una disfatta, direi proprio un fallimento sopratutto per se stessi.

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Come ho scritto ai primi di dicembre, una frattura al piede mi ha fermato. Sin dopo l’Epifania ho tenuto il gesso e siccome non era bastato, ho dovuto mettere un tutore. Con il tutore e le stampelle ho ripreso a camminare, diciamo.

Vi sarete già chiesti cosa c’entri il titolo con le prime due righe. Vi soddisfo subito. Camminando in certe condizioni, ho verificato le difficoltà di chi in modo temporaneo o in modo permanente è costretto ad adattarsi alla città, fra buche e marciapiedi rotti (e la mia frattura al piede è dovuta a un blocco di marciapiede staccato dal resto). Oltre a questo però, ho piacevolmente verificato la galanteria dei passanti, per lo più sconosciuti, che mi hanno ceduto il passo, aperto la porta di un negozio per facilitarmi, o il sorriso affettuoso di signore che potevano essere mia mamma o mia nonna (…e che avranno pensato che non mangio abbastanza, perché il cibo c’entra sempre!). Tutto questo mi è piaciuto soprattutto perché contraddice il luogo comune, secondo il quale i ritmi e gli stili di vita di oggi, mortificano la sensibilità della gente. Ecco, non è così.

Ma a proposito di galanteria, c’è un’altra faccia, dell’interazione fra persone che voglio trattare.

Giorni fa, un giovane uomo che conosco e che è sentimentalmente impegnato, ha fatto una gaffe coi fiocchi. Ha scritto ad una donna sua amica, in inglese (chissà perché in inglese), che ha gambe bellissime e che è magnifica. Nel malaccorto tentativo di giustificarsi con la sua compagna, ha detto che era stata solo galanteria. No. Si chiama flirtare.

Se fai un apprezzamento su una parte del corpo di una donna, non sei galante. Stai flirtando. Flirtare è un bel gioco se è fra due singles; se però uno dei due è impegnato (o entrambi), è avvilente, genera insicurezza in chi lo scopre e potrebbe essere l’anticamera di qualcos’altro. Galante è l’uomo che apre la portiera dell’auto, che cede il passo, che precede la donna entrando in un locale ignoto e la segue uscendo, che le versa da bere e ordina al posto suo. La lista è lunga, ma questi esempi sono sufficienti a dimostrare che la differenza è concreta. Cose di altri tempi? No, cose senza tempo.

Naturalmente, anche noi donne abbiamo un codice da seguire, e senza scuse. Ma di questo parlerò prossimamente.

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Quando ho scelto le categorie di cui avrei scritto in questo blog, ho escluso la politica e sono convinta di aver fatto una scelta giusta. Non fraitendetemi, la politica mi piace moltissimo, la seguo quotidianamente e nel mio piccolo partecipo scrivendo le mie opinioni, ma altrove.

Ovviamente, interessarmi alla politica fa di me una persona assolutamente nella norma, né più né meno. Ma lo confesso, a volte mi ha fatto arrabbiare, e questo non è un bene. Dunque, mi fanno arrabbiare i telegiornali, a volte completamente incolori e a volte sottilmente schierati, e più è ricercato l’uso della parola per riferire le notizie, più sono schierati.

I programmi televisivi di politica. Ecco, in questo campo, da qualche anno c’è una timida pluralità. Si può scegliere, salvo poi procurarsi comunque qualche bruciore di stomaco.

I social. Qui, le cose sono più serie. Non per suscitare simpatie, ma ho avuto la peggio, perché l’impegno di chi ha pesantemente giudicato male le mie opinioni, è andato ben oltre la più vivace creatività. Sui social non si tratta più di sbattere la scarpa come Nikita Kruscev all’Onu, nel 1960. Sui social, l’insulto è all’ordine del giorno, la volgarità, la bassezza quasi la norma, augurare la morte un passatempo. A me, ma certamente non solo a me, queste cose sono capitate tutte e manco a dirlo, da gente con una conoscenza mediocre delle questioni. Perché poi, come spesso accade, più si ringhia e meno si sa. No. Non mi piace.

Ecco, ho descritto un po’ cosa avviene dentro lo schermo, di tv, cellulare o computer. Negli incontri di persona, fra amici e conoscenti, per fortuna gli scambi di opinione sono più smussati. In casa (propria o d’altri), l’osservanza delle buone maniere impone di mantenere un profilo basso perché se avete invitato, rischiereste di essere dei cattivi padroni di casa; se siete stati invitati, rischiereste di essere banditi dalla cerchia di amici o parenti, per le riunioni successive.

In un luogo pubblico, non cambia poi molto. All’aperto o al chiuso, quando si tratta di politica, dal sorriso alle fauci infuocate il passo è breve. In un ristorante chic è richiesto un tono di voce basso, e probabilmente le vostre idee politiche al vicino di tavolo, non interessano; se invece siete in una rumorosa trattoria non servirà il vostro contributo per renderla ancora più rumorosa.

Al mare, per come sono affollate certe spiagge, libere o attrezzate, la regola è ancora più ferrea, a meno che non vogliate rischiare di finire in acqua da chi vuole liberarsi di voi. E in montagna, urlando di politica si rischia la valanga.

Quindi, ricapitoliamo. La politica è bella, interessante e fa parte di noi, ignorarla non serve, anzi è dannoso. Detto questo, non imbruttiamola e non imbrattiamola con comportamenti sopra le righe. Questo lasciamolo ai politici.

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