Essere e avere

Qui scriverò dell’insieme di regole, che riguardano il vivere civile, la buona educazione, la grazia. Non sarà una sezione didattica, ma una occasione, di trattare un argomento che considero un vero “salva vita” nelle situazioni più diverse.

Da piccoli, di tanto in tanto si andava al parco con le giostre e fare un giro in carrozza, specie se ricavata da una zucca, mi piaceva molto. Faceva tanto Cenerentola che va al ballo. Il fatto è, che anche le scarpe mi piacevano molto e non avrei rischiato di perderne una pur di farmi rincorrere da un principe, per cui la carrozza, ad un certo punto, perdeva la sua magia.

Poi, un giorno ebbi in regalo un go-kart a pedali, rosso fiammante e fu amore a prima vista. La conferma che guidare era nelle mie corde arrivò il giorno in cui scoprì (sempre fra le giostre) il settore delle auto da scontro. Era arrivato il momento di lasciare la carrozza, per quanto bellissima e romantica: volevo l’auto. Un senso di autonomia molto piacevole, offuscato solo dai maschietti che venivano a sbattere contro la mia auto e ai quali lanciavo occhiate tra il seccato e il compassionevole, perché non capivo che divertimento ci fosse a sciupare minuti per sbattere contro qualcuno, quando il bello era proprio guidare.

E per me è bello anche oggi. E a noi che apprezziamo la vita con stile, anche guidare lo facciamo come si deve. La prima cosa sarebbe avere un’auto decorosa, cioè pulita. E questo dovrei dirlo prima di tutto a me stessa. Potrebbe capitare di dover ospitare qualcuno e sarebbe gentile farlo in un’automobile linda e lievemente profumata. Pupazzi ciondolanti, adesivi e avanzi di cibo, no mai. Mozziconi di sigaretta nel posacenere, no mai. Ovviamente, in presenza di passeggeri minori è vietato fumare, senza eccezioni.

La musica. Ecco, è sempre piacevole accompagnare un tragitto con la musica che ci piace, ma faremo attenzione al volume che non sarà troppo alto e, se ci saranno altre persone chiederemo se gradiscono ascoltarla e lasceremo che scelgano quale.

Il clacson non rientra nella musica da scegliere; non si usa per sollecitare l’automobilista davanti a noi, anche se cammina più piano che se fosse a piedi. Si usa solo in caso di estrema necessità. Non si corre oltre i limiti e non si procede alla velocità di una tartaruga. Entrambe le situazioni esasperano.

Non si insultano gli altri automobilisti, anche se fra i denti lo abbiamo fatto tutti, almeno una volta. E può bastare. Non si discute animatamente, questo potrebbe distrarre il guidatore. Nei viaggi notturni, la comitiva cercherà di tenersi sveglia, per non lasciare il guidatore solo, oppure si organizzeranno dei turni alla guida.

Ho notato che agli uomini non piace chiedere informazioni, se sono in difficoltà. Per esempio il mio romano, piuttosto si perde per ore, ma chiedere no. Non forziamoli.

Infine, mettere il rossetto al semaforo? Sì, a patto di aver terminato l’operazione quando scatta il verde. Non è una regola scontata per tutte. Buona guida con stile

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Un paio di settimane fa ho parlato dell’esperienza con i miei levrieri. Una convivenza molto bella fatta anche di rispetto reciproco. Torno sul rapporto con i cani, ma su un piano generale e legato al bon ton.

Forse il titolo vi avrà rimandato a un drago-cane a sei zampe, che emette lingue di fuoco, e che è il simbolo di una nota compagnia petrolifera. In realtà le due zampe in più del titolo, sono le gambe del padrone.

Avere un cane, o un qualsiasi animale che si adatti alla vita domestica, senza che debba rinunciare alla sua essenza (gli uccelli in gabbia), è una esperienza emotivamente e affettivamente forte. La Medicina ha inserito il rapporto uomo-animale fra le possibilità di cura di alcune malattie.

Detto questo, a noi sostenitori delle buone maniere piace conoscere e applicare il comportamento più educato, come possessori o meno di un cane.

Chi possiede un cane, per strada lo terrà al guinzaglio e questo non solo per non arrecare disturbo ai pedoni, ma per la sicurezza del cane stesso. Vi ricordate di quando ho scritto che il mio levriero Indiano fu investito? Ebbene, accadde perché trotterellava davanti a noi, senza guinzaglio. In un negozio lo terremo in braccio. Certo, se abbiamo un alano è un po’ complicato; in questo caso cercheremo una soluzione al momento. Se in nostro cane è imprevedibile, se purtroppo ha dato segni di intolleranza sarà bene prevenire con una museruola. In generale, è meglio che l’animale non entri in contatto con persone estranee.

Manteniamo puliti gli ambienti in cui il nostro cane vive: non solo per la sua salute, ma per quella di tutti i conviventi; se sporca in un luogo pubblico o privato aperto al pubblico, toccherà a noi provvedere a ripristinare pulizia e igiene.

In ultimo, chi non possiede un cane ha mille motivi validi; evitiamo di imporre la nostra bestiola come se fosse un dono del Cielo. Se non piace, non piace.

E adesso tocca a chi il cane non ce l’ha. Vi piacerebbe prenderne uno ma siete allergici, non avete spazio in casa, non potete dedicargli tempo, oppure non vi piacerebbe affatto averne uno. Tutto lecito. Quello che non va bene è tormentare chi ce l’ha, spesso con lamentele ingiustificate. Ne ho viste e sentite spesso, e guardando il cane di turno, ho compreso cosa vi avrebbe detto se avesse potuto parlare. A presto

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Da quando ho visto la performance di Enrico Brignano sulla banca, ho scoperto che di un luogo a me antipatico, si può anche ridere.

La banca è così come l’ha descritta lui; forse, a seguito di questo pezzo di 2020, sarà anche peggiorata. Io ci metto piede poco. Se posso, pochissimo. In ogni caso, siccome si vive anche di maniere, e a noi piacciono le buone, andiamo a scoprire cosa dice il galateo della banca.

A parte l’ovvietà di rispettare la fila, che è doveroso ovunque, ricordiamoci che in banca, come più o meno in chiesa, si parla a bassa voce. Se il nostro conto corrente piange non interesserà a nessuno; se, invece ride avremo un motivo in più per non fare gli spacconi. Se la filiale dispone di divanetti, sicuramente ci saranno giornali per alleggerire la noia dell’attesa; ovviamente, chiameranno il nostro turno proprio mentre leggiamo l’articolo più che più ci interessa. Pazienza! Lo finiremo la prossima volta, di certo non siamo autorizzati a portar via il giornale.

Rispettando la fila, rispetteremo anche la distanza: chi ci precede ha diritto ala riservatezza, esattamente quanto noi. Questo sia allo sportello che al bancomat. E in ultimo (perché finalmente tocca a noi) dopo aver finito le operazioni, eviteremo di intrattenerci con l’impiegato, magari chiacchierando di cose che niente c’entrano con la banca, e sapendo che dietro c’è altra gente ad aspettare.

Bene, come avete letto, le regole sono poche ma ferree. Ferree. E buona fortuna

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Pensare alla spesa come a una attività rilassante è, per me, cosa recente. Da ragazzina, mi scocciava proprio e speravo sempre che mia madre lo chiedesse alle mie sorelle. Mio fratello, invece, era troppo piccolo. Alcune volte la scansavo, altre no.

Poi le cose sono cambiate e devo dire che, tranne che in situazioni fastidiose (pioggia, mal di testa), mi piace proprio. L’ultima volta in cui ho parlato di buone maniere, avevo tirato in ballo gli ambienti di lavoro e il rapporto fra pubblico e privato, fra dipendenti e capi, fra clienti e professionisti o titolari.

Oggi parlerò di negozi e supermercati, e in particolare del comportamento di noi che andiamo a fare la spesa. Certo, negli ultimi mesi abbiamo conosciuto una modalità completamente nuova di acquistare, ma in fondo le regole sono le stesse.

Intanto, la regola più scontata: salutare quando si entra in un negozio (e anche quando si esce). Il rispetto della fila: sembra strano doverne parlare, eppure accade ancora che qualcuno “per distrazione” passi avanti. Entrando in un negozio, eviteremo di mangiare e bere le nostre merende da strada, come se fossimo a un pic-nic; se abbiamo un animale domestico con noi, lo terremo in braccio. Potremmo aver bisogno del consiglio di un commesso/a: in questo caso tireremo fuori tutto il meglio che ci contraddistingue (compreso un sorriso). Nei negozi in cui sia permesso toccare la merce, la maneggeremo con garbo, e la riporremo esattamente nello stesso posto e nella stessa posizione. Nessun commento sui prezzi con il personale, soprattutto ad alta voce.

In un supermercato, avremo la fortuna di godere di spazi ampi, molto utili se in lontananza abbiamo intravisto la più curiosa o pettegola (fate voi) delle nostre amiche; le corsie larghe ci consentiranno di sgattaiolare con il carrello, evitare di incrociarla e sperare di non ritrovarcela dietro mentre siamo in fila al banco salumi e formaggi. Immaginate la scena: state tentando di non svenire a causa di quel tripudio di profumi, già pensate a quando sarete a tavola, vi sentite bussare sulla spalla e capite che alla fine vi ha beccato!

A pensarci, a me non potrebbe capitare perché non ho amiche pettegole. E per finire, quando siamo alla cassa manteniamo una buona distanza da chi paga con carta. La riservatezza è sempre la benvenuta.

Agli antipodi del supermercato, ci sono i negozi di prossimità: non dimentichiamoli perché hanno fatto e spero faranno sempre la storia di un quartiere e di una città. Sono spesso piccoli, passano di padre in figlio e creano un legame con i clienti che va oltre il semplice acquisto. Tenerli da conto è fare la riverenza alla tenacia e alla passione per il lavoro. Ed è da buone maniere.

Buon sabato e buoni acquisti

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Nella top ten dei luoghi comuni, “il cliente ha sempre ragione” è ai primi posti. Io dissento. Per me le persone hanno ragione quando hanno ragione, e hanno torto quando hanno torto, a prescindere dal ruolo del momento. Argomento di oggi? Le buone maniere sul posto di lavoro.

I luoghi di lavoro sono diversi fra loro; alcuni prevedono la presenza di un pubblico esterno, altri sono chiusi. A parte questa differenza, sono luoghi in cui si trascorre buona parte della giornata e quindi la convivenza fra colleghi, fra dipendenti e capi, fra lavoratori in proprio e clienti, deve essere regolata. Perché è un bene per tutti. Cominciamo dall’ufficio. All’inizio di un lavoro, abbiamo ben in mente le regole da osservare per entrare a far parte di un team: discrezione e capacità di osservazione.

La prima sarà il nostro miglior biglietto da visita, la seconda sarà utile a noi per capire in che ambiente siamo finiti, o semplicemente arrivati. Anche per questo la discrezione sarà fondamentale. Poi viene il resto: presentiamoci con nome e cognome; non so perché ma oggi non lo fa nessuno e ci faccio sempre caso, poiché a me fu insegnato da piccola e siccome non sapevo pronunciare la “c”, la cosa era più o meno questa: “Mi chiamo Ornella Tandia”. Poi arrivò la pronuncia giusta, ma nel frattempo avevo consolidato questa abitudine.

Il cognome non è un dettaglio, anzi. Ci colloca e ci rappresenta e diversamente dai vari “tesoro-amore-caro”, è personale. Se chiamo “tesoro” tutti i colleghi che ho, sto implicitamente ammettendo che:

1. non ricordo come ti chiami;

2. tu o un altro non fa differenza.

Agli uomini un po’ distratti, consiglio di non cedere alla tentazione di usare per la collega quel “tesoro” che usate per vostra moglie. Non si sa mai. Nelle presentazioni a persone di grado superiore aspetteremo che ci tendano la mano. La stretta sarà naturale, né molliccia né militaresca.

Se invece siamo dalla parte di chi accoglie un nuovo collega, non cediamo alla tentazione di squadrarlo dalla testa ai piedi e di sommergerlo di domande e, soprattutto, evitiamo commenti inopportuni. Con il passare del tempo, quando il ghiaccio sarà sciolto, si farà strada la confidenza che però non dovrà mai oltrepassare i limiti della buona educazione e del rispetto. “Per favore” e “grazie” non hanno scadenza e non passano mai di moda. Questo aiuterà a mantenere equilibrato e leggero l’ambiente, anche nelle giornate più difficili. Un linguaggio adeguato così come l’abbigliamento, completeranno il quadro.

Nei luoghi di lavoro in cui sia prevista la presenza di pubblico o clienti, l’abitudine alla buona condotta deve essere anche più radicata. Questo ci aiuterà a sopportare (non mi viene in mente un altro verbo) i capricci di utenti e clienti, che non mancheranno mai. E comunque saremo chiamati al dovere di comportarci al meglio. Giorni fa, ero a far la fila in ospedale (situazione tipica) e dopo soli 5 minuti dall’apertura degli sportelli, sono partite le prime discussioni tra utenti, e poi fra impiegati e utenti. Due mesi di isolamento in casa, non sono evidentemente bastati a rendere più lievi i prepotenti e più accomodanti i polemici. Anzi.

E adesso veniamo alla frase che è anche il titolo di oggi. E’ la croce di artigiani, commercianti e professionisti; in più è retrograda e offende il lavoro. Non ho torto solo perché sono titolare di una attività e non ho ragione solo perché sono un cliente.

Spesso i clienti ignorano o dimenticano la differenza tra “luogo pubblico” e “luogo aperto al pubblico”. Un luogo pubblico appartiene allo Stato: giardini, parchi, piazze e tanti altri, sono luoghi pubblici ( e si devono rispettare in quanto di tutti e di nessuno). Pizzerie, bar, negozi, sono luoghi privati in cui è consentito l’accesso rispettando delle regole. Faccio per dire: tenere a bada i propri figli, rivolgersi con gentilezza al personale in servizio, rispettare le regole del posto, sono cose scontate per la maggior parte dei clienti, ma non per tutti. Quindi evitiamo di far parte dell’elenco di compratori che nessun negoziante vorrebbe nel proprio negozio, e non piagnucoliamo per avere lo sconto. Chiederlo è consentito, ma senza insistenze e battito di ciglia. Se un negozio ha prezzi che sono al di sopra delle nostre possibilità, sarà più semplice per tutti sostituirlo con un altro.

Ai titolari è richiesta pazienza e umiltà. Sì, avete letto bene: umiltà. Più di una volta ho assistito a giovani arroganti trattare con sufficienza clienti anziani. Perché lo fate?

Personalmente, mi considero fortunata perché nella mia vita sono stata dipendente e titolare e quindi ho più punti di vista e questo mi aiuta a relazionarmi nel modo giusto (spero). Per me, ogni persona che entrava nel mio negozio era un potenziale di crescita, ma non nascondo che negli anni ho fatto in modo che un paio di clienti non tornassero più, e ci sono riuscita. Dirò che “dimenticavano” che il negozio era mio e avevano la pretesa di fissare delle regole. Così, gli ho fatto passare la voglia di tornare. Con il sorriso, si intende.

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Sui gesti non esistono concetti universali, perché per esempio, ci sono gesti brutali che a qualcuno piacciono molto, anche perché bisogna ammettere che hanno il vantaggio dell’immediatezza. Per esempio, fare le corna. E’ un gesto che ha due significati: di tradimento e risale alla mitologia greca. Il Minotauro infatti era stato concepito dal tradimento della regina di Creta (Pasifae, credo) con il Toro di Creta. Minosse, re di Creta era il cornuto. L’altro significato è di approvazione e complicità, ma in Nord Europa. Quando i bambini si arrabbiano e fanno la linguaccia, normalmente sorrido; al contrario, se la fanno gli adulti, specie per una fotografia, lo apprezzo meno.

E in tema di gestualità o di linguaggio non verbale, c’è una casistica ampia. Per esempio nel gioco del poker, ci sono i cosiddetti tells: una serie di gesti, a volte inconsapevoli a volte fatti ad arte. Ho provato a giocare a poker un paio di volte ma non mi piace (neanche burraco) e quindi se dimentico le regole, figuriamoci se conosco il significato delle espressioni dei giocatori, ma insomma diciamo che ogni espressione può essere sincera o truccata, per cui tanto vale concentrarsi sul gioco. Possibilmente per vincere.

Poi c’è la gestualità a scuola. Non so come sia adesso, ma quando andavo a scuola io, gesticolare era il metodo per suggerire durante le interrogazioni; forse oggi con la tecnologia è più facile, ma allora il gesto giusto al momento giusto, salvava la pagella. E a tavola?

La gestualità a tavola, forse più che in ogni altra situazione, dovrebbe essere particolarmente misurata. Schiena dritta e braccia basse, niente gomiti a tavola, ma solo i polsi. Ed è inutile precisarlo, non si gesticola con le posate in mano (non ho resistito e l’ho scritto lo stesso). Gli uomini non trascurino di versare acqua o vino nel bicchiere della donna con la quale stanno cenando, con lentezza in modo da evitare che il liquido si versi fuori.

Ma il gesto galante per eccellenza è l’inchino per chiedere la mano. Se posso esprimere una opinione personale, a me non piace quel tipo di inchino, però so che molte donne lo apprezzano e quindi, uomini che pensate di inginocchiarvi, sappiate che sarà sensato tenere ben presente la personalità della vostra fidanzata prima di decidere se farlo in un luogo pubblico o privato, in compagnia di amici o familiari stretti, oppure completamente da soli.

E dopo aver pesato e valutato tutte le possibilità, pregate che vi dica “sì”. Buona fortuna

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Su amicizia e dintorni, da sempre, sono stata particolarmente selettiva. Quando scrivo “da sempre” è proprio così, prendetelo alla lettera. Non so bene perché saltai la scuola materna, ma già alle elementari compresi che il luogo comune per cui si debba essere amici di tutti, non faceva per me. Educazione e rispetto sempre e a tutti, gentilezza anche ma l’amicizia è come una riserva naturale: molta bellezza, molte specialità e molto riguardo.

Io sono stata anche fortunata, poiché di delusioni amicali, ne conto 2 o forse 3, dovrei fare un ripasso, ma insomma non oltre. Quando ci penso sento una punta di amarezza, ma ho commesso anche io degli errori e ho chiesto scusa subito quando mi è stato chiaro, chiedo scusa adesso per quelli inconsapevoli.

Vi sarete accorti che esistono aforismi per ogni cosa, e quindi anche per l’amicizia; che siano seri, stucchevoli o divertenti dicono tutti una verità condivisibile, poi ci sono le migliaia di verità soggettive, quelle per cui pensiamo di essere unici. La mia verità è che anche l’amicizia più bella e delicata necessiti di comportamenti appropriati. Non scriverò di affetto e buoni sentimenti, poiché in una amicizia sono l’unico punto di partenza possibile. Scriverò di fiducia: un amico deve sempre essere degno di fiducia e questa fiducia dobbiamo ricambiarla, per esempio difendendolo da chi lo attacca. Se poi, invece, di un attacco si tratta di un pettegolezzo, la nostra difesa sarà ancora più rigorosa.

Rispetto. Con un amico avremo cose in comune; ovviamente rispetteremo le cose che ci differenziano ridendoci su per sdrammatizzare, se possibile. Generosità. Gli amici si aiutano e ci aiutano senza ricompensa. Altrimenti non sono e non siamo amici. Senza approfittare, tout court.

E i momenti complicati? Esistono, perché essere amici non vuol dire che andrà sempre tutto liscio, che si passerà insieme ogni momento libero, che si avrà lo stesso credo religioso, lo stesso credo politico, gli stessi gusti a tavola, a cinema, a teatro, gli stessi hobbies, la stessa ragazza…Ehm no, questo non c’entra…Insomma, l’amicizia è un mondo nel mondo, dove si sta bene se ci si sente liberi nelle regole.

E se vi presto un libro, lo rivoglio.

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Quante volte ci siamo morsi le labbra un attimo dopo aver detto una parolaccia, a qualcuno oppure al vento (così solo per sfogare la rabbia)?

Se riusciamo a contarle, vuol dire che non sono molte e questo è buono. Quando si parla di essere e avere, di buone maniere non solo di facciata ma soprattutto di struttura personale, non si può prescindere dal linguaggio. Quello dei bambini è sempre divertente, il loro tentativo di ripetere le parole usate dai grandi è importante e va incoraggiato. Da parte degli adulti, è augurabile una certa attenzione ai contenuti, ma anche alla forma.

Normalmente, un bambino non dice parolacce ma, crescendo e interagendo, inizierà a far caso a tutta una tipologia di espressioni che non si addicono a chi abbia una buona educazione.

Superata la soglia dell’adolescenza, scoprirà che si trova nel punto più alto della parabola, che riguarda la modalità espressiva sciagurata, in cui parolacce e volgarità in genere, razzolano come pennuti in Piazza San Marco.

Forse, avere dimestichezza con il turpiloquio (non ricordo cosa accadesse nelle due o tre comitive che ho frequentato) gli servirà per essere accettato in un gruppo; durerà qualche anno, poi troverà il modo e la voglia di liberarsi dei condizionamenti del capobranco, e magari uscire dal branco.

Fino ad allora, eviterà le parolacce in casa con genitori e fratelli, con i nonni, e soprattutto se ci sono ospiti dei genitori. All’università o al lavoro, avrà sicuramente perduto la smania di farsi conoscere per le modalità al ribasso, e inizierà la fase delle qualità al rialzo. E in queste le parolacce non sono previste, mai!

Poi cresceranno anche le occasioni di parlare in pubblico: mantenere un linguaggio elegante e sobrio in ogni contesto, accrescerà la fiducia e l’interesse di chi ascolta. Personalmente, posso comprendere la parolaccia che sfugge al controllo in un momento di rabbia, ma la parolaccia sistematica che entra stabilmente nel linguaggio ordinario, no. Mi toglie il piacere della conversazione e della considerazione. E a voi?

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Ogni volta, vorrei dire no. Poi dico sì, ma in testa inizia una sfilata di pensieri catastrofici che riguardano l’oggetto che sto prestando. Non lo riavrò perché la persona a cui l’ho prestato lo ha perso, lo ha rotto, lo ha prestato a sua volta, glielo hanno rubato. Non è avidità di possesso, solo gelosia. Che ansia!

Da ragazza, ho prestato libri che non sono più tornati a casa oppure sono tornati con la copertina ferita in chissà quali battaglie. Potevate tiravi dietro dei vasi, e invece no, vi tiravate i miei libri. Poi ho smesso di prestarli, nel senso che non mi mettevo neppure nella condizione di ricevere la richiesta.

Negli anni ho ricominciato, ma solo a persone di assoluta fiducia. Se vi presto un libro, o se mi offro di prestarvelo (questo è raro raro), significa che mi fido molto di voi come persone, e mi fido che capirete che è mio e lo rivoglio. A parte i libri, ho prestato 33 giri, accessori moda, vestiti mai (anche perché sono alta un metro e niente), qualche volta l’auto, e nel condominio quei normali scambi di ingredienti per fare le ricette, che mancano quando non devono. Questa cosa di farina, lievito, cipolle, sedano in soccorso della vicina ma anche in mio soccorso, mi piace moltissimo. Perché come dico sempre e fino alla noia, il cibo comunica. E il messaggio è: “non vorrei mai che una tua ricetta fosse incompleta!”.

A prescindere dalle mie vicende, le norme del galateo anche in questo caso, sono precise:

CHI PRESTA deve contemplare la possibilità che l’oggetto in questione possa rientrare danneggiato o dopo un tempo eccessivamente prolungato; se non vuole correre rischi, ha facoltà di dire no, ma con educazione e gentilezza.

CHI RICEVE deve avere massima attenzione per il bene ricevuto, accordarsi con il proprietario su tempi e modi per la restituzione e, sopra ogni cosa, non prestare ad altri ciò che ha ricevuto; se malauguratamente l’oggetto si dovesse danneggiare, il proprietario dovrà essere rimborsato.

Un pensiero a parte va sul prestito di denaro. Diciamo che difficilmente rientra danneggiato ma può danneggiare i rapporti fra le persone. Se poi per soldi prestati si sfasciano famiglie intere, allora capiamo bene quanto sia delicato l’argomento. Da una parte c’è il rischio, a offrir denaro spontaneamente a chi è in impasse, di urtarne la sensibilità. D’altra parte, avere la disponibilità materiale di aiutare qualcuno e voltargli le spalle, richiede una disposizione di animo molto risoluta, ma non è compito di questo blog giudicare.

Poi c’è anche la possibilità che un prestito di denaro diventi una donazione. Questo è un atto che salva amicizie e parentele, ma ovviamente non può essere un automatismo. E voi? Che esperienze avete in merito al prestito di oggetti?

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O tempora, o mores. Così avrebbe detto Cicerone, tra l’altro senza il punto esclamativo che, invece, fu aggiunto nel Medioevo, perché nel mondo latino non si usava.

Dunque, non scriverò di corruzione, come Cicerone contro Catilina; scriverò di come sia velocemente cambiato, almeno qui in Italia, il modo di salutare a causa della (ormai è classificata così) pandemia da coronavirus. In situazioni normali, noi italiani siamo estroversi, e ancora di più noi meridionali. Baci e abbracci non ci fanno difetto, anche quando sono obiettivamente superflui, o magari per qualcuno, fastidiosi. Le buone maniere, in materia di incontri e saluti, sono precise e non guardano la posizione geografica: valgono sempre e ovunque, e anche se possono modificarsi nel tempo, la sostanza della buona educazione rimane intatta.

Mi spiego meglio: il baciamano, che a me piace moltissimo, non è più in voga da tempo ma, se per caso appartenete all’esiguo numero di uomini che vorrebbero recuperarlo, sappiate che si fa solo in luoghi chiusi, non per strada, né al cinema o ristorante, a teatro sì, è l’unica eccezione. Solo alle signore, mai alle signorine.

Dopo questa divagazione, torniamo alla questione principale. Dicevo, potenza di un virus, e da un momento all’altro è mutato il modo di essere e fare con gli altri. Distanza di sicurezza in strada, niente contatti, di mani o guance. Sui social gira un video di gente che si saluta toccandosi i piedi. Però, andando a rispolverare qualche testo sul galateo, per rinfrescare la memoria, mi è sovvenuto che anche la stretta di mano ha delle regole, esattamente come il baciamano. E’ ammessa durante le presentazioni, o se ci si incontra dopo tanto tempo; mai in luogo pubblico a meno che, l’occasione non avvenga senza creare scomodità a tutti gli altri. Deve essere ferma, né energica né molliccia.

Baci e abbracci. Sui baci, devo dire che vedo una esagerazione immotivata. Fatta esclusione per i familiari, per il fidanzato o coniuge, non c’è ragione per baciarsi a ogni occasione con gli amici. Anche qui, l’eccezione riguarda gli incontri dopo tanto tempo. In ogni caso, il galateo per baci e abbracci, prevede che sia il più anziano a decidere. A pensarci, tutte queste regole, se osservate alla lettera, non sono poi tanto lontane dalle disposizioni attuative del governo, dalla comparsa del coronavirus.

Solo che adesso c’è un motivo urgente e serio per metterle in pratica. Adesso non si tratta più di bon ton, di saper vivere e galateo; adesso si tratta di stare “uniti ma distanti” per sconfiggere questo virus, proteggerci e proteggere tutti, indistintamente. Si tratta di essere ligi per rispetto verso medici, infermieri, e tutti gli altri lavoratori che non si stanno fermando mai, per esempio camionisti e corrieri che garantiscono i beni necessari a farmacie, ospedali e supermercati, e quindi a tutti noi. E allora coraggio e pazienza, perché ne serve a iosa.

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