Righe quadri e pois

Qui scriverò di cose varie, così come le avrò osservate o vissute.

Stavo per intitolare questo articolo “Relax e stress”; poi ho pensato che queste due parole sono entrate nella nostra lingua (e soprattutto nel nostro parlato) un po’ troppo, e che forse traducendole avrei potuto dare un senso meno prevedibile. Per prima cosa, mi sono chiesta cosa sia per me il relax.

E mi sono persa.

Non è che non lo sappia, al contrario, è proprio che per me vuol dire tante cose. Intanto tutto ciò che per me è bello, più che elettrizzarmi mi rilassa. Sì, poi succede anche che mi carichi, ma di acchito mi rilassa.

Una bella giornata di sole, la prima colazione da sola o con le mie figlie, il caffè o un dolce al caffè, il mare, un piatto di pasta, una lettura intrigante, un’amaca, una mostra di pittura, un vestito bianco, un oggetto antico e poi guidare.

Guidare mi rilassa molto, e come ho già scritto qualche articolo fa, l’ho capito già con un go-kart a pedali che mi fu regalato da bambina. Da diversi anni, però, ho scoperto il piacere di passeggiare o camminare a passo alto e cerco di farlo quotidianamente. Quasi ogni domenica lo faccio con Annalisa e concludiamo con una colazione al bar.

Viaggiare in pullman, comprare cose, stirare, guardare un film mentre stiro, ascoltare musica. Stare al telefono, rimanere a letto un po’, solo un po’ al mattino quando la luce entra dai buchi della tapparella. Dormire al buio completo non mi piace: così, faccio in modo che di notte si intravedano le luci dei lampioni in giardino; al mattino la luce del giorno. Mentre scrivo, proprio adesso, guardare la pioggia fuori. I soldi. Sì, i soldi. E poi le promesse. Promettere è impegnativo ma anche rilassante, perché dietro una promessa c’è convinzione, determinazione e senso del dovere. E non mi rilassa solo fare promesse, mi rilassa anche riceverle.

Cosa mi crea tensione? La mancanza di precisione, le cose fatte o dette a caso, la bugia elevata a sistema, il disordine, dover cedere le armi, mangiare male, la maleducazione, rimanere senza soldi, le promesse non mantenute. E poi il mio romano quando mi fa arrabbiare.

Fine

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Gli unici tavoli da gioco che abbia mai visto di persona, si trovavano in un Casinò di Montecarlo in cui entrai, una volta di tanti anni fa, per curiosità e per provare le slot machines. Ricordo che a un tavolo di black jack c’era una giovane signora napoletana, molto carina e acqua e sapone, che scommetteva un milione (di lire, ovviamente) a ogni puntata, perdendo con il sorriso e senza scomporsi minimamente. Che è l’unico atteggiamento possibile, quando non si sappia come impiegare il denaro che si possiede.

Io, invece, alle slot vinsi ma senza sbancare il Casinò. Fu lo svago di una serata di agosto, senza intenzione di replicare. Per converso, ai giochi da tavolo mi sono appassionata da piccola. Sarà che li associavo all’autunno e all’inverno, al piacere di stare a casa con amici quando fuori era freddo, alla divertente competizione che si scatenava, insomma per anni mi sono divertita a comprare case e alberghi, e a volte finire in prigione. Non spalancate gli occhi: sto parlando del “Monopoli”. Nelle ultime edizioni si chiama “Monopoly”, ma per me non vale.

Normalmente i bambini iniziano con il “Gioco dell’oca”, io iniziai giocando a “Dama”. Mi piaceva la parola dama e anche il gioco non era male, per quanto devo dire che nell’aspetto non lo trovassi (neanche adesso) molto attraente. Poi arrivò il “Monopoli”, durante le feste natalizie del 1974. Stava anche per arrivare mio fratello, l’ultimo di casa. Chiuse l’anno, nascendo appunto il 31 dicembre. Dunque, dicevo che scoprì il “Monopoli” a casa delle cugine e mi piacque subito. Da allora e fino a qualche anno fa, ci ho giocato tutte le volte in cui ho potuto, e la cosa che mi piaceva più di tutte era scoprire le carte “probabilità e imprevisti”.

Poi è arrivato Risiko!

Il punto esclamativo faceva parte del gioco. Gioco di guerra individuale, con obiettivo segreto da raggiungere. Molto bello, strategia e azione. Eravamo un po’ diplomatici e un po’ guerrafondai. Ricordo che nell’inverno del 1987 dominò tutti i sabati e tutte le domeniche pomeriggio a casa dei miei, dove ancora vivevo. Con i miei fratelli e gli amici era un ottimo svago di fine settimana, e giocavamo dal primo pomeriggio fino a sera, quando poi ci spostavamo in pizzeria. Poi arrivarono “Scruples” e “Taboo”, giochi con le parole e “Inkognito”, intrigo di spie nella Venezia del 1700; gioco per niente facile. Mi piacciono tutti, ma il gioco delle atmosfere magiche è la “Tombola” che però merita un articolo a parte. Buon divertimento

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Il tema è serio. E’ serio perché piacersi è difficilissimo, più difficile di piacere. Intanto, e non lo sappiamo, questo processo inizia con la nostra stessa vita. Ma da neonati non abbiamo grossi impegni o responsabilità, se non mangiare e dormire. Riconoscere l’odore della pelle di nostra madre, la voce di nostro padre, e in ogni caso questi “compiti” sono istintivi, non richiedono alcuno sforzo.

Ogni progresso nella nostra crescita sarà pura gioia, soprattutto dei nonni, che ovviamente attribuiranno ai loro rispettivi figli, tutte le capacità intellettive di questo mondo che il nipote avrà ereditato. E per ogni progresso ci saranno accettazione o rifiuto, perché crescita e affermazione di sé passano da queste due possibilità. La cosiddetta “fase di opposizione”, nel mio caso si manifestò con il cibo: a 2 anni decisi che non volevo più mangiare (ma cosa avevo in testa???) e così prendevo il primo boccone e non lo ingoiavo. Questo duello tra me e mia madre o chiunque mi imboccasse, durava fino a quando i muscoli facciali non iniziavano a dolermi: a quel punto spruzzavo in faccia al malcapitato tutta la minestrina. Ovviamente il “nemico” si arrendeva. Non ho un ricordo personale di questo periodo, ma ho diverse foto che testimoniano la mia posizione irriducibile.

Poi arriva la scuola con prove e obiettivi nuovi, ma ugualmente impegnativi. Aumenterà il numero delle persone con cui avremo a che fare, e anche il numero delle persone che giudicheremo e che ci giudicheranno. E sempre, all’inizio di tutto ci sarà il nostro giudizio su noi stessi. Estetica, intelletto, carattere e temperamento. Saremo sempre pronti a incolparci di ogni cosa andata storta, anche piccola, incapaci di provare pietà per i nostri fallimenti. Come se fallire fosse irrimediabile.

Fallire avendo la certezza di aver tentato tutto il possibile, non deve essere un limite. Passata l’autofustigazione sarà opportuno e augurabile riprovare. Per esempio, concentrandoci sui nostri punti di forza. Ci sono, è solo che li abbiamo messi da parte.

Impariamo a stare da soli.

Questa è una cosa che spaventa molto, e molti. Stare da soli significa correre il rischio che la nostra parte più intima, faccia capolino e ci dica cose indesiderate. A me piace molto stare da sola e ogni giorno ho bisogno di un tempo, anche minimo, in solitaria. Ho scritto di proposito “in solitaria”. Perché, invece, solitudine ha una accezione negativa. E sarà forse questo il motivo per cui cerchiamo sempre la compagnia di qualcuno, a prescindere.

Ma saper stare da soli, dedicandoci al nostro passatempo preferito, oltre a sciogliere le tensioni, può far emergere cose della nostra personalità ancora sconosciute. E soprattutto può aiutarci a scoprire cosa non ha funzionato, cosa ha determinato il fallimento di un progetto. Scrivere con penna e carta, preparare una ricetta di cucina, suonare uno strumento, passeggiare, fare acquisti, leggere, disegnare, cantare e ballare, oppure semplicemente stare distesi a guardare il soffitto sono tutte cose semplici che se fatte da soli, hanno un valore e un potere differenti.

Avere pazienza.

Quanto sono belli i risultati veloci! Quanto ci piace avere soddisfazione immediata dalle cose che facciamo e diciamo, specie se viene da chi ci sta intorno! Eppure, in un’epoca in cui la tecnologia ha portato nella vita di tutti noi la velocità e l’immediatezza che sta in un clic, imparare a saper aspettare ci toglie l’ansia da prestazione e da risultato. Avere pazienza modifica il nostro respiro.

Guardarsi allo specchio.

Spesso sento dire “Non mi guardo mai allo specchio”. Sembrerà impossibile, e invece io credo che davvero qualcuno rifiuti di farlo. E qui vengo al tema dell’accettazione del nostro fisico. Qualcosa ci piacerà, qualcosa no. Se potremo migliorare quello che non ci piace, bene. Io avrei voluto qualche centimetro di altezza in più. Posso rimediare? No. Amen. A volte metto i tacchi: cambia poco, ma faccio quello che posso con quello che ho. Quello che non farò mai (anche se “mai dire mai”) è mettermi nuda sulla copertina di un giornale, fingendo fierezza per dei chili in più che mi danno delle forme morbide, quando il messaggio vero è: “Accettatemi voi perché io non ce la faccio”.

In definitiva, chiedere scusa per come si è fisicamente o per le proprie idee è un boomerang, perché crea un precedente: dà agli estranei il potere di modellarci e di dirigerci. E noi non lo vogliamo.

Vi aspetto nei commenti

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Il rischio che alla fine venga fuori un articolo melodrammatico è alto, ma prometto di fare il possibile per evitarlo.

Avete presente un mosaico o un puzzle? Ebbene, se manca una sola tessera, molto probabilmente sarà questo dettaglio che poi ci resterà in mente. Non il soggetto, non la bellezza, né l’equilibrio dei colori. Semplicemente, quell’unico pezzo che non c’è.

Un po’ come quando siamo di fronte a un quadro appeso, ma storto: non guarderemo il dipinto fino a quando non avremo raddrizzato tutto. Sempre che ci sia permesso, tra l’altro. Così è la nostalgia. Tutte le cose belle del presente, tutte le previsioni di bellezza delle cose future rischiano di essere toccate dalla nostalgia del passato. E parlando di me, invece di godermi ogni giorno di questa estate, anche se molto particolare, ho pensato alle estati da bambina. Abitavamo a Bari, ma a scuole chiuse, ci trasferivamo in una villa al mare, in località Capitolo, fino a fine agosto; a settembre passavamo in campagna con i nonni materni in una contrada che si chiama “Antonelli”.

La cucina di nonna Oronzina, le passeggiate con nonno Giovanni, la fila di ville, il buongiorno agli altri villeggianti, il Santuario a Maria Santissima in un viale di pini, la farmacia e la bottega della zona erano un quadretto perfetto che ci godevamo fino a fine mese. Poi si tornava in città. La scuola, all’epoca iniziava a ottobre.

Questa consuetudine si è ripetuta per alcuni anni, fino a quando vicende parentali non hanno modificato alcuni aspetti. Così al posto di una villa al mare e una casa in campagna, è arrivata una roulotte. Ecco, le estati più divertenti, più ricche di risate e spensieratezza sono state proprio quelle in campeggio. Oltre ad aver sperimentato una certa capacità familiare all’adattamento, al contatto strettissimo con la natura, anche la facilità con cui si stringevano amicizie, che in alcuni casi sono rimaste nel tempo. In altri no, si sono perse per strada, a volte già sulla via del ritorno a casa, a vacanze finite.

Poi la nostalgia di alcune compagne di classe. Tranne che in pochissimi casi, non ci siamo cercate. Magari rimandiamo, per timore di chissà che cosa, oppure semplicemente non ci interessa ritrovarci.

Della nostalgia dei miei levrieri vi ho parlato giorni fa. Poi la nostalgia di oggetti e mobili di antiquariato che negli anni ho venduto controvoglia; sì, mi è capitato anche questo. Vendevo perché il mio lavoro era vendere e alcuni mobili e oggetti se ne andavano liberamente, per altri invece era come se mi stessero togliendo un pezzo del mio corpo. E anche questo sembra molto la tessera del mosaico che non c’è, perché a oggi, penso molto alle cose belle che sono andate in casa d’altri, invece di godermi quelle che ho in casa mia.

Poi c’è la nostalgia del tempo in cui le mie figlie erano più piccole ed eravamo un trio molto ben assortito. Con le ovvie similitudini e diversità, ma ben incastrate. Nel tempo, i nostri rapporti si sono modulati e rimodulati, e questo è fisiologico in tutte le famiglie. Ma ciò che ultimamente mi manca con loro è il contatto fisico (e non c’entra il covid19) che normalmente è molto presente con i figli piccoli.

E per finire la nostalgia d’amore. È sottile e tagliente, ha radici forti e profonde. È una presenza invisibile ed è in tutti i momenti della giornata, è un sorriso ebete o un ricordo triste. In certi giorni riusciamo anche a distrarci, ci sentiamo stranamente leggeri e non capiamo bene perché. E proprio in quel momento capita una foto, il nome di un locale, un regalo, una riga scritta a mano, una camicia rimasta nell’armadio e quella breve leggerezza torna a essere un dolore silenzioso, e ci manca il passato che avevamo con quella persona e il futuro che non avremo. Ed è così tutti i giorni, in attesa di nuove nostalgie da aggiungere alle vecchie.

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Alaska e Indiano erano due due levrieri inglesi, due greyhounds. Hanno fatto parte della mia vita un po’ di anni fa e, anche se la nostra convivenza si è interrotta di colpo e per scelta, l’ho pagata cara. Del resto non sono mai stata una impunita, e quindi so che per ogni errore mi arriverà un conto da pagare.

Dopo questa presentazione, sapete già che non sarà un articolo allegro o ironico, come spero lo siano stati gli altri.

1990. Alaska arrivò alla stazione di Monopoli, dal Cinodromo di Roma. Era per me. Spaventata dal viaggio e sola; non c’erano i suoi compagni di corsa, nemmeno i lavoranti del cinodromo. C’era una cassa in legno e lei era in questa cassa. C’era lo stridore dei freni del treno, il fischietto del capotreno, la cadenza ritmica del treno in viaggio, e neanche un goccio d’acqua. Io non sapevo ancora niente perché era una sorpresa, un regalo. Dopo un po’ mi venne portata e scoprì un mondo di cui sapevo pochissimo.

Era uno dei cani corridori che a 5 anni finiva la sua carriera, veniva ceduto gratuitamente a chi volesse prendere un cane già grande e senza impregnazione (imprinting, nel settore). Intanto lei non era più molto spaventata, ma disorientata sì; a parte i volti nuovi, la casa, c’erano le auto, i rumori del traffico, il passeggio estivo cose che lei non conosceva, come anche il guinzaglio al quale, però, si abituò già dopo un giorno.

Il suo libretto di lavoro dice che era una pluricampionessa: il coniglio bianco meccanico con lei non aveva scampo. Lontano dalle corse era timida e riservata, molto femminile nei lineamenti e con un passo felpato più da grosso felino che da cane. A proposito, il suo nome inglese era Charming Chimes.

Indiano arrivò dopo un mese esatto. Per ragioni di lavoro, Alaska rimaneva da sola per molte ore al giorno, per cui pensammo di prendere un altro cane, ovviamente della stessa razza e dallo stesso posto. Tutt’altra personalità. Indisciplinato, baldanzoso, un po’ disobbediente, sempre affamato ma anche molto simpatico. Molto.

Sul suo libretto di lavoro erano riportate diverse vittorie ma anche squalifiche poiché, spesso invece di rincorrere la lepre meccanica percorreva il circuito in senso opposto, per prenderla frontalmente. Ma il regolamento di gara non prevedeva questa opzione e, ridendo, ancora immagino le facce degli scommettitori. Insieme erano una bella coppia di opposti. Sembrava che Alaska fosse la sorella maggiore, saggia e paziente. Indiano, puro divertimento e poche regole.

Una sera, mentre trotterellava allegro e spensierato, fu investito da un ragazzo che proseguì la sua corsa senza neanche fermarsi. Dallo spavento scappò via e lo cercammo per giorni. Quando fu ritrovato, non aveva neanche un graffio: la sua muscolatura forte di corridore lo aveva protetto completamente. Vivendo in un cinodromo, praticamente protetti dal mondo, non avevano sviluppato molto il senso del pericolo.

Per diversi anni furono pezzi di famiglia: molto della nostra quotidianità ruotava intorno a loro, tranne il momento della tavola. Non ho mai apprezzato l’abitudine di tenere il cane accanto quando si mangia, sia perché la tentazione di passargli del cibo potrebbe vincere sulla opportunità di farlo, sia perché ci sono circostanze in cui , è meglio che i nostri cani o gatti, stiano sulle loro brande (tipo quando si hanno ospiti, magari allergici al pelo di animale). Per tenerli in allenamento e per tenere fede alla loro natura, quasi ogni giorno li portavamo a correre fuori città. Come tutti i levrieri, sono anche cani da caccia ma di questo aspetto non ci siamo mai occupati.

Ad un certo punto della mia vita, non potei più occuparmene e così pur rimanendo in famiglia, cambiarono città, anzi regione: la Liguria. Avevo loro notizie ma non li vedevo più, se non un paio di volte l’anno. Ovviamente un tempo insignificante se paragonato a quello in cui avevamo vissuto insieme. Loro molto offesi, si erano dimenticati di me e mi guardavano come se non mi avessero mai conosciuto e come se non fossi stata niente. Era il loro modo di punirmi ma all’inizio non detti peso a questa reazione. Poi, di colpo compresi che l’avevo fatta proprio grossa e data la distanza fisica, sarebbe stato praticamente impossibile riparare al danno. Passò altro tempo e passarono anche loro.

A pochi giorni di distanza, Alaska fu investita e Indiano scappò via, spaventato dai petardi natalizi, sempre in Liguria. Ultimo atto di un legame già interrotto. Dopo di loro non ho più avuto cani, ma se ricapitasse vorrei ancora dei levrieri.

Ah, stavo dimenticando di dirvi che il vero nome di Indiano era Blanco Special.

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Da dove inizio? Questa è la prima domanda che mi faccio, ogni mattina. Devo intanto decidere se cedere alla basica pigrizia (sono nata di domenica a colazione) che mi porto dietro da sempre, o alla voglia di fare tante cose, che pure non mi manca.

In mezzo il senso del dovere, che dice più o meno così: “Scorda di poter stare seduta a non far niente e scorda di poter fare solo quello che ti piace, perché ti tengo d’occhio.”

Avete capito?

Così, dopo colazione e tg, è tempo di mettere a posto varie cose “dimenticate” qua e là per casa. Chiudere cassetti e armadi, spolverare, rifare i letti, caricare la lavatrice. Stendere il bucato con un occhio alla biancheria, e un altro ai gechi che popolano il giardino condominiale e mi degnano della loro presenza, salendo sul mio balcone.

Mi ricordo che, anni fa, una persona della mia famiglia, che non nominerò, si tolse la camicia rosa e la lanciò sul monitor del computer. Era un venerdì sera, e non mi preoccupai della cosa, poiché ero certa che avrebbe acceso il computer e liberato il monitor-servomuto. Andò diversamente. Sì, perché accese un altro computer. All’epoca in casa mia ce n’erano ben 5. Così, per tutto il fine settimana fui certa che la camicia (prima o poi) sarebbe stata messa in lavatrice, e invece il lunedì mattina la misi io. Questo avviene un po’ per tutti gli oggetti che si prendono, si usano e si lasciano lì dove sono serviti. Moltiplicate per il numero medio di una famiglia e ditemi voi. Una babilonia.

Anni fa mi consolavo guardando le riviste di arredamento, dove magicamente monolocali lillipuziani potevano contenere un sacco di roba ben organizzata e ordinata. Io poi, riconosco di avere il senso dell’organizzazione e della pianificazione, eppure il risultato non è mai soddisfacente e non è mai duraturo. Alla fine, quelle riviste, ho smesso di comprarle.

Anche ora, mentre scrivo, ci sono cose intorno a me fuori posto, e anche se le fisso minacciosa, non si spostano. Sanno che alla fine cederò e le sposterò io. Poi, anche per il mio lavoro di antiquaria, ho la tendenza a conservare e quindi il rischio di cadere in quella terra di mezzo che è “manca poco al caos”, è prossimo. Quindi, ordine e disordine, cosa sono? Mi sono documentata: l’ordine è la nostra idea personale di sistemazione degli oggetti nello spazio a disposizione. Non è detto che debba essere uguale per tutti e sempre uguale a se stesso; il disordine è l’invasione degli spazi altrui.

E con questo tentativo di spiegare la differenza, vi saluto anche perché ho da mettere a posto un po’ di cose. Poi, un giorno metterò a posto un po’ di persone. Senza fretta

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Spunta dal buio, con il suo mantello nero, il cavallo nero e il viso basso. Non desidera parlare e non vuole che gli si parli, così ha lo sguardo rivolto dove non c’è nessuno. E’ il cavaliere nero, ma non uno qualsiasi. E’ il mio. Può darsi che ogni donna abbia il suo. Il mio non assomiglia a nessun altro.

Vive in una città antica, vecchia e giovane; grandissima e verdissima, tagliata in due dal fiume “sacro ai destini di Roma”. E’ molto alto e se cammino qualche passo avanti a lui, invece che accanto, allunga la mano e la poggia sulla mia spalla, perché niente deve sfuggire al suo controllo. Le sue idee sono forti, si batte per esse e si arrabbia se qualcuno le contesta. Se è di buonumore, è molto socievole e nessuno direbbe che sia timido, e invece sì. Dice che preferisce leggere in estate, ma per suonare il basso o la chitarra ogni stagione è giusta. Se urla è come Giove Tonante, ma quando ride è contagioso. Quando mi fa arrabbiare, la sua risata mi basta per perdonarlo (io non lo faccio arrabbiare mai).

Si sveglia che il sole c’è già, ma gli piace rubare dei minuti alla mattina. Poi si alza, e una cascata di acqua tiepida lo sveglia del tutto. Quando si sente fresco e pulito, mi bacia. Intanto la tavola è pronta per la colazione e gli piace la varietà. Poi sella il cavallo e parte per le sue missioni. Tra lui e il suo cavallo c’è un accordo: se non gli imporrà l’andatura, non sarà disarcionato. In queste sue missioni spesso ha un vessillo. Fa parte del suo Credo. Quando incontra altri cavalieri è gentile e camerata; premuroso con le dame e loro con lui, direi un po’ svenevoli con lui.

Tra un fatto e un altro manda il suo falco da me, con poche righe su un rotolo di carta e il falco non riparte fino a quando non ho scritto una risposta. Succede molte volte, per tutto il giorno. Povero falco. Ad un certo punto della giornata, inizia ad avere fame ma mangia poco e male. Non ha tempo, lui e il suo cavallo corrono sempre fino al tramonto.

Poi si ferma, ma non smette di chiedersi se abbia fatto tutto quello che poteva e doveva e con questo pensiero torna al castello. E’ molto stanco ma sa come ricaricarsi. La musica è la soluzione, perché è sua complice da sempre e ascoltarla lo rinfranca. Anche suonarla lo rinfranca. Poi ci sono altre cose a cui non rinuncia. Tipo guardare due compagnie che corrono incontro a un pallone e se lo contendono, se lo rubano, anche provocando capitomboli e cadute degli avversari e vince chi, tirandolo, centra una porta fatta di rete. Se non vince la compagnia del cuore, vi consiglio di stargli lontano abbastanza da non essere investiti dai suoi dardi!

Dal castello vede la sua città e si commuove, perché è bellissima e perché è maltrattata. Dice che se ne andrebbe per non vederla sfiorire, ma sa bene che non lo farà. E poi ci sono io. E può bastare.

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L’altro giorno, pensavo al verbo “credere” e l’ho appuntato sul quaderno del blog, giusto per avere una composizione mentale di ciò che poi avrei scritto. Se ci penso, non è facile tradurre in scrittura cosa significhi, perché credere non è una azione e basta, ma è un processo, anzi è l’atto finale. E se si riflette, è un termine poco usato, perché è molto impegnativo. Comporta comprensione, empatia e fiducia. Si comincia da neonati, quando l’odore della pelle di nostra madre ci rassicura, visto che tutto intorno è sfuocato. Poi, e non è secondario, il contatto con nostro padre. Non siamo ancora consapevoli, ma già crediamo. E andiamo incontro ad ogni singola tappa della nostra crescita.

Poi arriva la scuola, e conosciamo una nuova forma di credere, cioè credere in un insegnante, che è un adulto con cui passeremo parte della giornata ma estraneo alla famiglia, credere nel suo lavoro, e che ciò che insegna sia giusto e che lo stia facendo con passione. Nel frattempo, accanto a queste certezze si accostano anche le esperienze giovanili con le loro novità: politica, religione, amicizia, amore e la squadra del cuore.

Sono tutti campi che ci accompagnano per la vita e che toccano il lavoro così come la salute, per i quali esultare e soffrire vanno di pari passo, ma l’essenza è sempre molto profonda, perché quando crediamo fortemente, non siamo disposti a rischiare la delusione e se accade, ci ritroviamo a fare i conti con noi stessi divisi in due: da una parte la rabbia e dall’altra il credo. Ma come ho scritto sopra, credere è un traguardo, e per arrivarci è necessario farsi attraversare dal dubbio. Il percorso è complicato, e anche la fede più pura può pencolare, ma il dubbio e la paura di sbagliare rispondono alla funzione di rendere più forte e solido, alla fine di tutto, il nostro credo.

E, se per caso, una nuova idea dovesse presentarsi a noi? Saremmo per questo volubili o incoerenti? O peggio, opportunisti? Ciascuno risponderà di sé, perché onestà e sincerità son il primo dovere verso se stessi, e basterà tendere l’orecchio. Giusto?

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La minigonna è nata ufficialmente nel 1963, ma già a metà degli anni ’50 c’era stato qualche tentativo di presentarla alle donne.

La titolare di questa invenzione è stata Mary Quant, stilista inglese molto innovativa. L’idea era quella di liberare il mondo femminile, almeno quello più giovane, da regole rigoriste considerate fuori tempo, dal movimento femminista. Personalmente non mi è mai piaciuta molto; anche a 20 anni, indossavo gonne che scoprivano il ginocchio e non oltre, e bastava così. Ammiro chi la porta con disinvoltura, ma il punto è proprio questo: qualsiasi cosa indossiamo, se “si incastra bene” con noi, vuol dire che è giusta, e la minigonna non si è mai incastrata con me. Però è una cosa piccola e quindi è carina ed è una cosa che pur essendo piccola ha avuto e ha ancora potere.

La zanzara. Credo abba il primato negativo del potere delle cose piccole. Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, si è scomodato a confezionare persino un aforisma su questo insetto anti-riposo: “Se pensi di essere troppo piccolo per fare la differenza, prova a dormire con una zanzara”.

Specchio da borsetta. Questa è una cosa da donne (e anche da chi vorrebbe esserlo), direi irrinunciabile. Non occupa spazio, torna utile nelle giornate in cui trascorriamo molte ore fuori casa e se si rendesse necessario improvvisarsi investigatrici, diventerebbe un congegno potente.

Matita. Ho scoperto di recente che mi piacciono più delle penne. Quando andavo a scuola, sentivo le mie compagne di classe (non prestate troppa attenzione alla parola compagne…) dire “Preferisco la penna nera” “No, io la penna blu”. Io non ho mai avuto preferenze per l’uno o l’altro colore di inchiostro, anche perché essendo mancina, la mano scorre sullo scritto, il mignolo si tinge, il foglio si macchia e il risultato è sciatto, e questo a prescindere dal colore. La matita è ideale per chi ama il legno e può essere prodotta in una infinità di colori.

Orecchini. Io sono piccola e quindi mi si addicono orecchini piccoli. Ovviamente le dimensioni non influiscono sulla capacità di dare luce al volto, anche se poi è idea diffusa che un bel sorriso sia la luce migliore. Ma gli orecchini, specie le perle, ma anche di acquamarina o brillanti, hanno il potere di ingentilire e distendere qualsiasi volto. Non credete?

Anello. Termino con l’oggetto piccolo per eccellenza. Quello con maggior significato. Quello a cui non resiste (scommetto un gelato al caffè con doppia panna) nemmeno la più disincantata delle creature. Alla mano sinistra. E che è una promessa.

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Le relazioni a responsabilità limitata, sono quelle relazioni in cui le persone coinvolte rispondono solo nei limiti e obblighi stabiliti dai contesti.

A scuola, tra docenti e discenti, c’è un rapporto che nella stragrande maggioranza dei casi nasce e si consuma nel periodo scolastico. È fatto di buona educazione, rispetto per i ruoli, piacere o meno per la materia, verifiche scritte e interrogazioni, successi o delusioni. Fra studenti simpatie, antipatie, cotte passeggere, amori duraturi oppure insignificante convivenza di classe che, anche in questo caso, si tramuta in perdita completa dei contatti a scuola finita.

Sul lavoro non cambia molto. In alcuni ambienti lavorativi, la comunicazione e la partecipazione fra colleghi, sono veramente circoscritte alle ore di lavoro, e poi il silenzio.

Poi ci sono le relazioni amorose a responsabilità limitata. Sono relazioni fra due persone che stabiliscono dei confini entro i quali muoversi e da non superare. Sono governate da sentimenti tiepidi e tanto amore per se stessi e per la propria libertà. Perché, è vero che ad alcune persone il coinvolgimento spaventa e quasi toglie il respiro. Di conseguenza, si rimane in superficie e si procede fino alla noia, solitamente reciproca.

Per finire, le storie a responsabilità limitata con tre o a quattro personaggi.

Nella prima versione, solitamente uno dei tre è all’oscuro che la coppia è diventata un trio. Nel frattempo gli altri due vivono una storia di passione o di amore o di entrambi gli aspetti e per mesi, tutto sembra quasi facile o almeno possibile.

Poi arrivano le feste comandate e uno dei due deve accontentarsi di una telefonata o di messaggi, magari tanti ma solo quelli. Poi arriva l’estate e quello o quella dei due che ha ancora la fede al dito, deve fare un programma ferie che, dopo aver studiato tempi e modi, preveda sia una vacanza con il coniuge che una vacanza con l’amante. E si va avanti così fino a quando l’amante, esaurita la pazienza, chiede di più (che poi sarebbe banalmente una relazione alla luce del sole); potrebbe ottenere quello che chiede, ma il punto è che purtroppo lo deve chiedere, perché altrimenti non lo avrebbe presumibilmente mai.

E poi c’è la situazione più mesta di tutte. Marito e moglie che non si amano più, forse non si sono mai amati ed entrambi hanno vite parallele con storie d’amore importanti, stabili e solide in cui credono veramente, ma più importante di tutto c’è la necessità di salvare le apparenze con genitori, figli e colleghi (nel caso lavorino nello stesso posto), salvare le convenzioni sociali, il conto in banca, le vacanze nelle seconde e terze case oppure all’estero, fingendo di essere una coppia da manuale e lasciando parcheggiati i loro rispettivi compagni, che intanto stanno buoni ad aspettare svolte decisive, ove mai ci saranno. Ogni tanto queste relazioni segrete si interrompono per “lavori in corso”, ma questi lavori sono come la Salerno-Reggio Calabria: interminabili. E a questo punto gli amanti si arrabbiano molto e girano i tacchi.

Lo sapevate?

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