Righe quadri e pois

Qui scriverò di cose varie, così come le avrò osservate o vissute.

L’amore è sempre nell’aria, ma oggi è San Valentino, ed è nell’aria un po’ di più. Avete delle storie d’amore che almeno una volta nella vita, avreste voluto pari pari per voi? Io, sì.

I miei genitori

Un matrimonio durato quasi 57 anni, interrotto dalla morte di mio padre. Si conoscevano da ragazzini, si sono innamorati da giovani adulti. Hanno litigato quasi tutti i giorni, e quasi tutti i giorni mio padre portava un regalo a mia madre. Se mancava uno, l’altro perdeva smalto; se non stava bene uno, pure l’altro si acciaccava. A mio padre non piaceva il pepe, e mia madre glielo metteva in quasi tutte le minestre, e questo sempre per 57 anni. A mia madre non piaceva molto uscire, e mio padre insisteva un po’ e poi lasciava perdere. A mio padre piaceva andare al cinema, a mia madre no. Potrei scrivere un elenco lungo di cose tipiche del loro matrimonio, ma le conservo per altre occasioni. Come avrà notato chi mi segue, della mia famiglia parlo spesso.

Paul Newman e Joanne Woodward

Quando Paul e Joanne si incontrano per la prima volta è il 1953, lui è già sposato e ha tre figli. Lei lo trova antipatico, ma poi durante le prove di uno spettacolo teatrale, l’antipatia si trasforma in attrazione fatale e amore ed è difficile da nascondere: nel 1958 Paul divorzia dalla moglie e sposa Joanne. Anche con lei avrà tre figli. Entrambi attori di successo, entrambi Premi Oscar e altri, (hanno recitato insieme in più di un film) hanno avuto una storia d’amore bella, intensa e forte, forte abbastanza da sopportare e superare i momenti di crisi che hanno attraversato, e infatti sono rimasti insieme fino alla morte di lui.

Spencer Tracy e Katharine Hepburn

Spencer e Katharine non si sono mai sposati, ma sono stati insieme per 26 anni, fino alla morte di lui. Lui cresciuto in Winsconsin, lei in Connecticut erano molto diversi. Lui cattolico, lei atea e progressista. Non si sposarono mai proprio perché la fede religiosa di lui, gli impedì di divorziare dalla moglie. Attori bravissimi, anche loro vincitori di Premi Oscar e altri, e anche loro hanno recitato insieme in parecchi film.

Benchè abbiano sempre cercato di tenere segreta la loro storia d’amore, nell’ambiente di Hollywood la conoscevano tutti, e questo anche grazie alla profonda sintonia che emergeva durante le scene dei film. Impossibile non capire cosa realmente ci fosse fra loro. Quando lui è morto erano a casa insieme, e da due mesi avevano finito di recitare in Indovina chi viene a cena?

Costantino II di Grecia e Anna Maria di Danimarca

Questa volta parliamo di amore fra Reali. Il loro primo incontro risale al 1959, quando Costantino è impegnato in un viaggio ufficiale in Danimarca, Svezia e Norvegia. Lui ha 19 anni e lei 13. Si rividero nel 1961, poi l’anno successivo e l’anno successivo ancora, quando Anna Maria fu una delle damigelle al matrimonio della sorella di Costantino, Sofia, che sposò Juan Carlos di Spagna. Nel 1964 fu il loro turno, sì perché anche se erano giovanissimi, non volevano aspettare troppo e poi, improvvisamente era mancato il padre di Costantino, il Re Paolo, quindi governare la Grecia con la sua Anna Maria sembrava la scelta perfetta.

Come Re, non ebbe molta fortuna: il suo regno infatti durò solo tre anni per via di un Colpo di Stato che lo costrinse all’esilio insieme alla sua famiglia. I continui cambi di residenza, la tensione emotiva provocata dalla difficile situazione politica e istituzionale greca, non risparmiarono momenti difficili alla coppia, ma anche qui, come nelle più belle storie, l’amore, l’ammirazione e la stima reciproci hanno permesso di superare tutto e di rimanere insieme fino alla morte di lui, tra l’altro molto recente (2023).

Carolina di Monaco e Stefano Casiraghi

Chiamare favola il matrimonio di Carolina e Stefano potrebbe sembrare banale, ma è la descrizione perfetta. E’ durato solo 7 anni, ma credo che in quel periodo chiunque avrebbe voluto essere al posto dell’uno o dell’altro. Hanno rappresentato l’amore, la felicità terrena, l’unione indissolubile, la comprensione profonda e lo hanno fatto nel modo più naturale possibile. Si conoscono a una festa, si rivedono a bordo di uno yacht di amici comuni, e scatta il colpo di fulmine. Lei è reduce dal fallimento del matrimonio con Philippe Junot, lui è fidanzato. Da quella vacanza in mare la decisione di sposarsi è immediata, e poi non si separeranno mai. Tre figli e un amore grande, fino alla tragica morte di lui durante una competizione sportiva, in mare. E questa è l’ironia della sorte: il mare che li aveva uniti, dopo poco tempo li aveva divisi.

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Ormai ci ho preso gusto a manipolare titoli famosi per adattarli ai miei racconti.

Iron

Iron è un incrocio fra non so bene chi, ma direi che in mezzo c’è un Labrador. E’ femmina, anche se ha un nome maschile. A maggio compirà otto anni, anche se chi non la conosce gliene dà di meno. Questo perché ha mantenuto la personalità di un cucciolo. E’ molto affettuosa con tutti quelli che hanno un buon odore, con gli altri mostra indifferenza. Non è aggressiva con i suoi consimili, però, come si dice dalle mie parti: “ognuno a casa sua”.

Le cose che le piacciono

Le piace sicuramente uscire a passeggio, anche se con lei raramente si passeggia, è più un trotto che poi, quando torni a casa ti accorgi che hai fame; mentre trotta annusa, trotta e annusa, trotta e annusa e poi di colpo si ferma perché c’è un odore interessante e bisogna studiare e capire bene; le piace la sirena dell’ambulanza, e siccome abitiamo in una zona dove il passaggio di questo mezzo è frequente, il piacere lo manifesta. E come lo manifesta? Ululando. Immaginate, l’ambulanza da una parte a sirene spiegate, a volte pure la sirena dell’auto del medico e lei dall’altra. Un concerto gratuito. Questo se è a casa; se invece la sente arrivare quando è per strada, si ferma proprio e la guarda passare, e mentre la guarda ulula. E questo è il suo saluto.

Poi le piace il cibo. Diciamo che per il cibo si vende. Le piacciono tutte le verdure, specie i broccoli, non vi dico i finocchi, le uova e le banane. In qualsiasi punto della casa si trovi, se sente movimento in cucina, si fionda e sfodera il suo talento di attrice: sa fare benissimo la faccia triste e affamata del randagio che vive di stenti. Se siamo a tavola, a turno cerca di impietosire tutti, in realtà, quasi tutti, perché lei sa bene da chi non ricava niente, e passa oltre. Poi le piace il contatto fisico: quando ha voglia di carezze, bisogna interrompere qualsiasi cosa perché è così e basta.

…E quelle che non le piacciono

Quelle che non le piacciono non sono molte, ma sono chiare. Per cominciare, non gradisce che si tocchino i suoi giocattoli: non reagisce male, ma cerca di riprenderseli, se invece ha voglia di giocare oppure se è contenta quando rientriamo a casa, è lei a offrirli. Non le piace nemmeno che si tocchino i suoi lettini…No, non ho sbagliato a scrivere al plurale: ne ha tre sparsi in due case, poi volendo anche quelli delle mie figlie. Per finire, non le piace molto sedere sul sedile posteriore, quando è in auto; vuole stare davanti in braccio al passeggero. Ma questo è pericoloso, non si può fare.

Adesso, se volete raccontatemi la vostra esperienza con i cani o altri animali. Io, tempo fa scrissi dei miei levrieri: vi metto il link dell’articolo qui sotto.

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Certi slogan pubblicitari funzionano al punto che poi li prendi, li modifichi per come ti servono e li usi per intitolare un articolo. Per me farina è casa, casa è farina.

Nel passato

Mia madre ha sempre cucinato tanto, e per molti. Faceva l’elenco della spesa e lo dava a mio padre, il quale lo leggeva a voce alta (per essere certo) e quando arrivava a farina e zucchero le quantità erano di sei chili, cioè sei chili ciascuno (per esempio, i carcioni almeno 150).

A quel punto, mio padre, alzava le braccia e brontolava sulla certezza che, al rientro, non avrebbe mai trovato parcheggio sotto casa. E pure sulla certezza che avrebbe dovuto scaricare la macchina a più riprese.

Questa scenetta è andata avanti per anni, e non era l’unica rappresentazione del loro matrimonio. Avrò modo di parlarne ancora.

Fatto la spesa, mio padre aveva la pia illusione di essere libero di occuparsi delle sue cose, ma mia madre aveva bisogno di lui per conservare le provviste da caserma; anche questo lo faceva con pazienza e spirito di coppia.

In famiglia eravamo in sei, ma mia madre cucinava per otto o nove, perché sul nostro pianerottolo eravamo tutti parenti e non so al Nord, ma al Sud c’è o forse c’era (non so più) il piacere di condividere con il dirimpettaio la ricetta del giorno. Nel condominio in cui abito adesso è più raro, ma lo vedo fare.

Da sei, con i nostri matrimoni eravamo diventati 16. E il sabato era il giorno in cui ci riunivamo per il pranzo. Ogni sabato, e considerate che in tante case non si è in 16 neanche a Natale. La situazione era questa: immaginate la pasta al forno in tre o quattro teglie e questa era la regola, perchè tutti i tentativi di convincere mia madre a cucinare di meno, si perdevano nel vento. Poi c’era il secondo (portata principale, in gergo), i contorni, il dolce, la frutta e il caffè. Una settimana per smaltire, e poi daccapo. Questo nei periodi normali. Ma prima delle feste, personali o comandate, lei si scatenava completamente!

A Pasqua, anzi al Venerdì Santo, la tradizione culinaria pugliese contempla la focaccia con cipolla, pomodori e olive e altri ingredienti (ognuno personalizza); camminando per le vie, si sente il forte odore di cipolla sul fuoco uscire dalle finestre, che, per forza di cose, devono essere aperte.

Mia madre impastava per almeno 4 focacce, e non avanzavano mai. Anzi sì, una volta che aggiunse il finocchietto, e purtroppo, rimasero tutte lì. Poi Pasqua e il Lunedì in Albis, e per il momento si calmava. Ma quando arrivava Natale, anzi per tutto dicembre, erano sempre grandi manovre. L’8 dicembre le Pettole (buonissime con sopra lo zucchero, oppure salate (le mie preferite sono con la cannella), poi Crostate e Croccanti alle mandorle, tutto rigorosamente pugliese, anche se le Cartellate (pugliesi per eccellenza) non gliele ho mai viste fare: mi pare che non le piacessero. Una zia le portava i Purceddrhuzzi, che assomigliano agli Struffoli napoletani. Nelle nostre incursioni a casa dei miei, ovviamente in cucina, era tutto un assaggiare o rubacchiare qua e là e lei ci provava pure a nascondere le cose, fino al momento giusto, ma come segugi a caccia, trovavamo tutto.

Poi c’era tutta la parte salata, che non vi dico! Oltre al fatto che il 31 dicembre è il compleanno di mio fratello, e quindi la scusa era doppia. Per esempio, dalle mie parti, a Santo Stefano ci sono le fazioni: tortellini in brodo e orecchiette con cime di rapa e dintorni. Cose che certamente si possono mangiare tutti i giorni, ma volete mettere durante le Feste?

Infine…

Ad un certo momento, la cucina si è spenta, perché prima si è spento chi andava a fare la spesa e poi chi cucinava . Ma anche a parti invertite, sarebbe stato uguale.

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Tutti, almeno una volta nella vita, siamo stati vittime di malintesi, oppure abbiamo noi stessi malinteso. Cosa abbiamo fatto per rimediare? Come abbiamo affrontato la cosa? Personalmente, essendo mancante della cosiddetta risposta pronta, a volte (per fortuna non sempre), di fronte a una mia frase male interpretata, sono rimasta in silenzio, incapace di spiegare.

Che fare?

Intanto, ho chiesto alle mie figlie come si regolano; avrei chiesto anche a Iron, la nostra femmina di Labrador e qualcos’altro, perché sicuramente a volte non la intendiamo bene. Dunque, le ragazze hanno risposto che decidono in base alle persone con cui si è creato il corto circuito. Se c’è un legame di amicizia solida, di parentela o familiare di solito stretto e forte, si impegnano a chiarire; viceversa fanno spallucce. Se invece sono state loro a capire male, si scusano e chiedono una spiegazione che metta ordine. Mi pare ragionevole, ma andiamo avanti.

Strategie per gestire al meglio un malinteso

  1. Manteniamo un profilo sereno, anche se ciò che abbiamo sentito non ci convince; i punti di vista sono importanti e vogliono rispetto. Questo riguarda i propri, ma, certamente, anche quelli degli altri.
  2. Un malinteso potrebbe essere verbale o scritto. In tempo di sovrautilizzo di social, il rischio di scrivere male (per fretta, per sciatteria, o fate voi) è molto vicino. Anche qui, manteniamo la calma; rileggiamo attentamente il messaggio e se si conferma il tentativo di offenderci o ferirci, prendiamo del tempo utile a elaborare una risposta efficace, non impulsiva. Se siamo noi a scrivere un messaggio, rileggiamolo prima di inviarlo, ma come se fossimo noi i destinatari e se ci rendiamo conto che potrebbe essere frainteso, cancelliamo e ricominciamo.
  3. Facciamo domande che chiariscano il senso di ciò che ci è stato detto, più informazioni avremo e più sarà chiaro il senso di una frase.
  4. Chiediamo scusa. Quando ci vuole, ci vuole.
  5. Un malinteso non è solo una questione fra adulti: fra bambini, fra bambini e adulti, la possibilità è reale. Insegnare ai nostri bambini a esprimersi in modo chiaro, aiuterà loro e sarà un ottimo esercizio per noi.

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Giorni fa, mia figlia Elena mi dice: “Mamma, perché non scrivi sulle farfalle?” “E cosa potrei scrivere?”, rispondo.

“C’è tanto da scrivere”.

Va bene, proviamo.

Se c’è una idea che mette insieme culture diverse, è quella che attribuisce, al ciclo vitale della farfalla, una somiglianza con la rigenerazione dell’anima umana. E questa somiglianza colsero già gli Egizi, che produssero farfalle in oro non solo per la gioielleria personale, ma anche per adornare le tombe. Ma non solo: le civiltà precolombiane intravedevano nella farfalla un legame con la vita umana e per i Cinesi, la farfalla rappresentava l’amore coniugale e la prosperità in famiglia. Anche il Cristianesimo riconobbe questa similitudine, e tutta l’arte pittorica, specie in tema religioso, inserì spesso le farfalle nelle scene o nei ritratti.

Le farfalle nell’arte

Il primo quadro che mi viene in mente è Ritratto di principessa estense (1435-45), un olio su tavola che raffigura Ginevra d’Este, moglie di Sigismondo Malatesta, che morì giovanissima. Qui è ritratta di profilo e si pensa che il pittore, Antonio di Puccio Pisano, (detto Pisanello) abbia lavorato a questo quadro dopo la morte della nobile. Le farfalle presenti rappresentano la speranza di risurrezione.

Giove pittore di farfalle è un quadro di Dosso Dossi (1515-1518), pittore italiano di cui si sa poco sui dati biografici, ma i suoi lavori furono di ispirazione per altri grandi artisti. In questo dipinto, Dossi raffigura Giove nell’atto di dipingere tre farfalle su una tela azzurra ed è in compagnia di Mercurio e di una Virtù. Qui le farfalle rappresentano la fluidità del pensiero, una interpretazioe assai divrsa dalle solite.

Anche Vincent Van Gogh scelse le farfalle, per almeno tre quadri: Farfalle e papaveri, Farfalle su un prato, Erba e farfalle. Non li ho mai visti da vicino, benché abbia visitato più di una mostra su questo grande artista. Ma sui libri di arte, e più genericamente su Internet, si trovano facilmente. Con l’Art Nouveau, corrente artistica che si ispirava alla natura, la farfalla conquistò anche i disegnatori di gioielli e di mobili. In molti casi, si produssero dei veri capolavori.

Le farfalle nella moda

La farfalla più famosa è il papillon. Accessorio maschile che qualche anno fa ebbe una impennata nel gradimento degli adolescenti; certamente informale nei colori e nelle fantasie (visto che appunto si rivolgeva ai giovanissimi), sapeva comunque dare un’aria seriosa e composta a chiunque lo indossasse. In generale, nella storia della moda, la farfalla è una costante. Non solo in Occidente, ma anche in Asia; per esempio, in Giappone, la farfalla è spesso la fantasia dei kimono e rappresenta le fasi della crescita di una donna, dalla nascita alla maturità. Non farò un elenco degli stilisti che l’hanno inserita nelle collezioni, ma se conosciamo lo stile che li caratterizza, sarà facile individuarli.

Le farfalle nello stomaco

E’ decisamente l’unico insetto che può permettersi il lusso di stare nel nostro stomaco. Scherzi a parte, farfalle nello stomaco è una espressione che indica il vuoto nello stomaco che proviamo in conseguenza di emozioni intense. Solitamente è associata a questioni d’amore, ma per la psicologia riguarda gli stati d’ansia, in generale. Sappiamo che le emozioni possono avere effetti sulla psiche e sul fisico, perché si scatena una reazione chimica nel nostro organismo in occasione di eventi significativi per noi e per chi ci sta vicino.

Come possiamo controllare queste farfalle che sbattono le ali nel nostro stomaco? Con la respirazione diaframmatica, semplice.

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Mentre scrivo è domenica e tradizionalmente la colazione è più lunga, più rilassata. A casa mia, lo è tutti i giorni. Preferisco dormire un po’ meno, invece che fare una colazione veloce. Ma se anche fosse solo un caffè, deve essere comme il faut. Le mie figlie fanno come me: sedute a meditare sul senso della vita, davanti a una tazza di latte macchiato, biscotti e frutta. Poi c’è Iron, 4 zampe e pelo nerissimo che aspetta la sua banana, e come una attrice consumata, cerca di impietosire: vuoi mettere che ci scappa qualcos’altro, oltre la banana? Fino a un mese fa, c’era anche mia madre, che pure lei a colazione ci dava dentro, salvo poi dire ai miei fratelli che non mangiava niente.

Dolce o salata?

Per me, decisamente dolce. E’ una questione di profumi, non solo di sapori. Sarà anche abitudine, certo, ma i piattini con salumi e formaggi, che normalmente mi piacciono tanto, a colazione no, non li guardo neppure. Specie negli alberghi, sapete quei buffets interminabili, dove c’è abbondanza di tutto? Io vado diritta al settore dolci. Però adesso è di gran moda il salato alle 8 di mattina, e quindi de gustibus…

Colazioni nel mondo

La più distante dai miei gusti è quella del Perù: frutti di mare crudi e marinati nel limone, con spezie varie. Diciamo che in questo caso, l’orario c’entra poco: è che proprio non mangio i frutti di mare, a parte i gamberetti, ma certamente non a colazione.

La Francia, ha la colazione più attraente per me, ed è abbastana conosciuta.

In Islanda colazione mista: aringhe in vari modi, ortaggi, confetture ma anche pane, formaggi e salumi. Una vera colazione anti-freddo.

Poi c’è l’Alaska con la carne di renna. Non sapevo che la renna fosse commestibile, figuriamoci a colazione!

Fagioli, bacon, uova, toast in Inghilterra. Ma avreste immaginato la Queen mangiare fagioli di prima mattina?

Cercando qua e là, sulle colazioni dal mondo ho scoperto che a Cuba potrebbero servirvi del latte con un pizzico di sale (https://www.dissapore.com/cucina/il-giro-del-mondo-in-30-colazioni/). Mi fermo qui con l’elenco, ho riportato le cose più bizzarre, Francia a parte. E mi piacerebbe assaggiare il pane di segale al cioccolato, in Danimarca.

Colazione natalizia

Anche in questo caso, documentandomi, ho fatto scoperte interessanti, per esempio che in Austria è diffuso il Christstollen, o Pane di Cristo, che è una torta di pane con uva sultanina, burro e semi a piacere. E’ un dolce in voga già dal 1400, per la verità di origine tedesca, a Dresda per l’esattezza e si chiamava semplicemente Stollen. Essendo tipico del periodo natalizio, non poteva contenere né burro né latte, in accordo con il periodo di digiuno. L’autorizzazione a inserire il burro arrivò alla fine del ‘400, con Papa Innocenzo VIII: in una lettera chiamata proprio “Lettera del burro“, e indirizzata al Principe di Sassonia Ernst Von Sachsen, mise fine al divieto. Nel 1530 prese la denominazione di Christstollen. Oggi è un prodotto IGP di Dresda.

Pandoro o Panettone

Tornando in Italia, voi cosa preferite? Pandoro o Panettone? Io P…

Indovinate un po’!…

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Ieri pomeriggio, il feretro della Regina Elizabeth II è stato portato a Westminster Hall, scortato da un corteo di familiari, parenti e guardie. Nello stesso giorno, cadevano i 40 anni dalla morte di Grace Kelly, Principessa di Monaco.

Questo anniversario è passato nel silenzio dei mezzi di comunicazione, al netto di qualche rivista specializzata.

Cosa avevano in comune

Ecco, senz’altro il peso di una Corona. La prima per discendenza diretta (ma anche grazie all’abdicazione dello zio Edoardo VIII), la seconda per amore. Poi, oltre a una vita pubblica eternamente sotto i riflettori, una vita privata e familiare, che come per tutte prevede gioie e dolori, matrimoni e divorzi. Dei 4 figli di Elizabeth, 3 hanno divorziato; dei 3 figli di Grace, 2 hanno divorziato.

Ancora, un indubbio fascino ha senz’altro accomunato le due: l’aria rassicurante che promana dal tipico aplomb inglese, e quindi sicuramente dalla famiglia reale, e l’aria fresca, frizzante ma al contempo di gran classe di una giovane attrice americana che arriva in Europa e fa innamorare un Principe di un regno da operetta e con antenati corsari. Lo sapevate?

Lo stile, nell’abbigliamento. Colorato per gusto e necessità, quello di Elizabeth; sobrio ma per niente banale quello di Grace di Monaco. Perfettamente calzanti a entrambe.

In cosa non si assomigliavano

Nelle passioni. Elizabeth amava molto i cavalli, i cani, specie di razza Corgi e pare collezionare francobolli; Grace i fiori, specie le rose e poi ricamare. Naturalmente, chi avesse informazioni da aggiungere, lo faccia pure nei commenti

Cosa penso di loro

A 57 anni, penso le stesse cose che pensavo da bambina. Nel confronto chances/rinunce dell’essere un regnante, le chances vincono alla grande. Non sottovaluto le rinunce, semplicemente quelle di cui sono a conoscenza non sono sufficienti a farmi pensare che “anche loro hanno una vita difficile“. Certo, se fossi una principessa o una regina mi peserebbe non poter esprimere le mie idee politiche. Ma tanto, 1. chi mi conosce sa da che parte sto e 2. non diventerò mai una royal.

Poi, non si sa mai.

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Ieri sera, prima di coricarmi ho scritto il titolo. Ho spento, staccato la spina e mi sono addormentata e solo adesso che è pomeriggio e sto tentando di scrivere, nonostante le interferenze, mi sono accorta che le parole del titolo sono in ordine alfabetico. Ce l’ho dentro l’ordine, c’è poco da fare!

Fossette

Ma quanto sono carine! Sapevate che sono chiamate anche baci degli angeli? Sono una naturale rientranza, solitamente fra guance e mento. Danno un aspetto allegro e curioso al viso, curioso in senso buono. Io ne ho due ai lati della bocca e, udite udite, una sotto ciascun ginocchio. Credo che sia un posto insolito, anche se non rarissimo.

Lentiggini

Le lentiggini sono davvero particolari e questo significa che spesso, chi le ha cerca di mascherarle e, invece, chi non le ha ma le vorrebbe proprio, se le disegna oppure (ho scoperto di recente), se le fa tatuare. Io questo no, perché i tatuaggi non mi piacciono per niente. Ma a pensarci neanche disegnarle. A mia madre comparivano le efelidi (le cugine delle lentiggini), quando ancora andava al mare, adesso non più. Io le ho avute solo una volta e sempre in estate. Durante il Medioevo erano considerate un segno del Demonio, così come tutti i segni sul corpo. Immaginate quanto se la passassero male le persone, credo specie le donne, che avevano questa o altre caratteristiche. A me piacciono e trovo che diano un tocco sempre giovanile al viso.

Nei

Per i nei vale un discorso a parte, perché possono ammalarsi e quindi sono un tema serio. Ma non è di questo che voglio trattare qui, anche perché non sono un medico. Sapevo che i nei finti, detti anche “mosche del latte”, fossero di gran voga nel Settecento e invece, ho scoperto di recente, erano in uso anche fra i Romani. C’era una differenza però: fra i Romani i nei non erano solo uno strumento di seduzione, ma servivano anche per coprire i segni di riconoscimento degli schiavi. Dall’Ottocento in poi, per il neo, vero o finto che fosse, si perse interesse fino poi alla seconda metà del Novecento, quando ritornò di moda.

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Lentiggini

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Sta per arrivare, come le tasse, come le bollette, come il brutto tempo nei giorni di festa. È la prova costume. Dopo le gozzoviglie natalizie e pasquali, si parte con urla e svenimenti davanti agli specchi. Poveri specchi! Alla fine, lo specchio di Grimilde aveva vita più facile.

Cominciano le diete ferree, le uova di Pasqua vengono imprigionate nella stanza più alta della torre più alta, del castello più lontano e parchi, piste ciclabili, lungomari e litoranei si popolano di gente (soprattutto donne) che vuole correre ai ripari. Le trasmissioni televisive, sapete, quei contenitori mattutini e pomeridiani riempiono la scaletta di ricette dietetiche, interviste a medici e nutrizionisti, i quali consigliano di prepararsi all’estate subito dopo la fine delle feste natalizie.

Per quanto mi riguarda, io ho capito che la prova costume, per essere efficace, deve iniziare a ottobre. Direte che esagero. In realtà, mi sembra il periodo migliore perché precede di due mesi dicembre con tutti i suoi peccati di gola, e in questi due mesi è già possibile fare un percorso adeguato fra cibo e attività fisica.

Subito dopo l’Epifania, sarà più facile riprendere il filo interrotto, e questo fino a maggio, certo con qualche sana e piacevole eccezione che alleggerisca il peso delle rinunce.

Fidatevi, non è difficile.

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Domani, San Giuseppe, sarà la prima Festa del Papà senza di te. Tu avevi le tue preferenze sulle feste comandate, laiche o religiose che fossero, non ti piacevano tutte allo stesso modo. Ma questa sì, non fosse altro perché avevi la scusa per mangiare le zeppole, ché a te i dolci piacevano tanto. E quando andavi a fare la spesa, ti compravi sempre una stecca di cioccolata fondente, perché i dottori ti avevano detto di mangiarne un pezzetto tutti i giorni, e tu mica potevi disobbedire! Ovviamente, la toglievi dai sacchetti prima che la vedesse mamma, così non avrebbe brontolato.

Il buon cibo, dolce o salato, ti è sempre piaciuto, anche se non ti ho mai visto fare il bis; quello che invece io faccio spesso, specie quando si tratta di pasta. Ma tu lo sai. E non era l’unica cosa che ti piacesse.

Il mare

Il mare ce l’avevi dentro, ci sei nato con il mare dentro, come tuo padre, e spero io come te. Però io non saprei guardare il cielo e il mare e fare le previsioni come facevi tu. Ma tu eri un lupo di mare, e con il tuo equipaggio hai condiviso tante avventure, che un po’ conosco, ma sono certa che quelle più rischiose non ce le hai mai raccontate.

La musica

Chiuso in salotto ad ascoltare Beethoven ad alto volume, era un momento solo tuo; e Mozart? Mozart è stato la tua scelta fino alla fine: io quell’Adagio non riesco più ad ascoltarlo. Però, più in là, riproverò. E poi Chopin. Nella tua stanza c’è un mio cofanetto con tutte le opere di Chopin. Me lo chiedesti in prestito credo 20 anni fa, e lì è rimasto. Ingiallito dal fumo di sigaretta. E scusa, ma di sigarette non voglio parlare, anche se ti hanno accompagnato per quasi tutta la vita. Insomma tutta la musica classica l’ho conosciuta con te, e mi viene in mente quando mettevi le cuffie, che era proprio un messaggio di esser lasciato in pace.

La fotografia

Mi ricordo quando abitavamo ancora a Bari, tu avevi creato una camera oscura in casa, fotografavi di giorno e sviluppavi quando non lavoravi, di notte. C’era sempre in giro sui mobili una macchina fotografica carica; ogni momento era buono per cogliere l’espressione di uno di noi. Quando poi, si andava fuori con i vostri amici, erano fotografie o diapositive a raffica. E poi facevi le escursioni fotografiche con i soci del circolo di cui eri presidente.

La lettura

Raccontavi spesso che quando andavi alle scuole superiori (eri uno studente pendolare nel dopoguerra), i soldi che ti davano i nonni per la merenda, spesso li usavi per comprare il libro che volevi in quel momento. Non potevi fare tutt’e due le cose, e così sceglievi. Noi figli non abbiamo avuto bisogno di scegliere. E a casa i libri, di qualsiasi argomento sono tanti. Tu, da ateo, avevi sia la Bibbia che il Corano.

La radio

Le radiocomunicazioni, erano un’altra passione. Ti piaceva fare collegamenti con persone in tutto il mondo. Una volta ti sei anche collegato con un Re. E avevi tanti amici. E anche in questo caso eri presidente. Sei sempre stato presidente di qualcosa.

L’informatica

Quando sento dire che gli anziani sono incompatibili con l’informatica, mi viene da sorridere. Perché tu davi punti a tutti, oltre alla tua disponibilità a insegnare come risolvere piccoli problemi con il computer. Fino a che le forze te lo hanno consentito, lo hai acceso tutti i giorni. Perché diciamolo, avevi sempre qualcosa da fare.

La fede politica

Solida, ferma, ti ha preso da ragazzo e non ti ha più lasciato. Eri un militare e non potevi fare attività, ma se avessi potuto, sarebbe stato un successo. Perché tu, per via del tuo lavoro, eri abituato a prendere decisioni in tempi brevi, facili o difficili che fossero. Avevi questo allenamento mentale ad affrontare le questioni in modo pratico, senza fronzoli e senza orpelli. Ma ci sarebbe stato il problema della cravatta. Che tu detestavi, tranne quella della divisa.

Ma un difetto ce l’avevi?

Sì, direi proprio di sì. Ma adesso tocca a te, vediamo se lo ammetti. Ciao

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