Righe quadri e pois

Qui scriverò di cose varie, così come le avrò osservate o vissute.

Ieri pomeriggio, il feretro della Regina Elizabeth II è stato portato a Westminster Hall, scortato da un corteo di familiari, parenti e guardie. Nello stesso giorno, cadevano i 40 anni dalla morte di Grace Kelly, Principessa di Monaco.

Questo anniversario è passato nel silenzio dei mezzi di comunicazione, al netto di qualche rivista specializzata.

Cosa avevano in comune

Ecco, senz’altro il peso di una Corona. La prima per discendenza diretta (ma anche grazie all’abdicazione dello zio Edoardo VIII), la seconda per amore. Poi, oltre a una vita pubblica eternamente sotto i riflettori, una vita privata e familiare, che come per tutte prevede gioie e dolori, matrimoni e divorzi. Dei 4 figli di Elizabeth, 3 hanno divorziato; dei 3 figli di Grace, 2 hanno divorziato.

Ancora, un indubbio fascino ha senz’altro accomunato le due: l’aria rassicurante che promana dal tipico aplomb inglese, e quindi sicuramente dalla famiglia reale, e l’aria fresca, frizzante ma al contempo di gran classe di una giovane attrice americana che arriva in Europa e fa innamorare un Principe di un regno da operetta e con antenati corsari. Lo sapevate?

Lo stile, nell’abbigliamento. Colorato per gusto e necessità, quello di Elizabeth; sobrio ma per niente banale quello di Grace di Monaco. Perfettamente calzanti a entrambe.

In cosa non si assomigliavano

Nelle passioni. Elizabeth amava molto i cavalli, i cani, specie di razza Corgi e pare collezionare francobolli; Grace i fiori, specie le rose e poi ricamare. Naturalmente, chi avesse informazioni da aggiungere, lo faccia pure nei commenti

Cosa penso di loro

A 57 anni, penso le stesse cose che pensavo da bambina. Nel confronto chances/rinunce dell’essere un regnante, le chances vincono alla grande. Non sottovaluto le rinunce, semplicemente quelle di cui sono a conoscenza non sono sufficienti a farmi pensare che “anche loro hanno una vita difficile“. Certo, se fossi una principessa o una regina mi peserebbe non poter esprimere le mie idee politiche. Ma tanto, 1. chi mi conosce sa da che parte sto e 2. non diventerò mai una royal.

Poi, non si sa mai.

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Ieri sera, prima di coricarmi ho scritto il titolo. Ho spento, staccato la spina e mi sono addormentata e solo adesso che è pomeriggio e sto tentando di scrivere, nonostante le interferenze, mi sono accorta che le parole del titolo sono in ordine alfabetico. Ce l’ho dentro l’ordine, c’è poco da fare!

Fossette

Ma quanto sono carine! Sapevate che sono chiamate anche baci degli angeli? Sono una naturale rientranza, solitamente fra guance e mento. Danno un aspetto allegro e curioso al viso, curioso in senso buono. Io ne ho due ai lati della bocca e, udite udite, una sotto ciascun ginocchio. Credo che sia un posto insolito, anche se non rarissimo.

Lentiggini

Le lentiggini sono davvero particolari e questo significa che spesso, chi le ha cerca di mascherarle e, invece, chi non le ha ma le vorrebbe proprio, se le disegna oppure (ho scoperto di recente), se le fa tatuare. Io questo no, perché i tatuaggi non mi piacciono per niente. Ma a pensarci neanche disegnarle. A mia madre comparivano le efelidi (le cugine delle lentiggini), quando ancora andava al mare, adesso non più. Io le ho avute solo una volta e sempre in estate. Durante il Medioevo erano considerate un segno del Demonio, così come tutti i segni sul corpo. Immaginate quanto se la passassero male le persone, credo specie le donne, che avevano questa o altre caratteristiche. A me piacciono e trovo che diano un tocco sempre giovanile al viso.

Nei

Per i nei vale un discorso a parte, perché possono ammalarsi e quindi sono un tema serio. Ma non è di questo che voglio trattare qui, anche perché non sono un medico. Sapevo che i nei finti, detti anche “mosche del latte”, fossero di gran voga nel Settecento e invece, ho scoperto di recente, erano in uso anche fra i Romani. C’era una differenza però: fra i Romani i nei non erano solo uno strumento di seduzione, ma servivano anche per coprire i segni di riconoscimento degli schiavi. Dall’Ottocento in poi, per il neo, vero o finto che fosse, si perse interesse fino poi alla seconda metà del Novecento, quando ritornò di moda.

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Ieri sera, prima di coricarmi ho scritto il titolo. Ho spento, staccato la spina e mi sono addormentata e solo adesso che è pomeriggio e sto tentando di scrivere, nonostante le interferenze, mi sono accorta che le parole del titolo sono in ordine alfabetico. Ce l’ho dentro l’ordine, c’è poco da fare!

Fossette

Ma quanto sono carine! Sapevate che sono chiamate anche baci degli angeli? Sono una naturale rientranza, solitamente fra guance e mento. Danno un aspetto allegro e curioso al viso, curioso in senso buono. Io ne ho due ai lati della bocca e, udite udite, una sotto ciascun ginocchio. Credo che sia un posto insolito, anche se non rarissimo.

Lentiggini

Le lentiggini sono davvero particolari e questo significa che spesso, chi le ha cerca di mascherarle e, invece, chi non le ha ma le vorrebbe proprio, se le disegna oppure (ho scoperto di recente), se le fa tatuare. Io questo no, perché i tatuaggi non mi piacciono per niente. Ma a pensarci neanche disegnarle. A mia madre comparivano le efelidi (le cugine delle lentiggini), quando ancora andava al mare, adesso non più. Io le ho avute solo una volta e sempre in estate. Durante il Medioevo erano considerate un segno del Demonio, così come tutti i segni sul corpo. Immaginate quanto se la passassero male le persone, credo specie le donne, che avevano questa o altre caratteristiche. A me piacciono e trovo che diano un tocco sempre giovanile al viso.

Nei

Per i nei vale un discorso a parte, perché possono ammalarsi e quindi sono un tema serio. Ma non è di questo che voglio trattare qui, anche perché non sono un medico. Sapevo che i nei finti, detti anche “mosche del latte”, fossero di gran voga nel Settecento e invece, ho scoperto di recente, erano in uso anche fra i Romani. C’era una differenza però: fra i Romani i nei non erano solo uno strumento di seduzione, ma servivano anche per coprire i segni di riconoscimento degli schiavi. Dall’Ottocento in poi, per il neo, vero o finto che fosse, si perse interesse fino poi alla seconda metà del Novecento, quando ritornò di moda.

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Sta per arrivare, come le tasse, come le bollette, come il brutto tempo nei giorni di festa. È la prova costume. Dopo le gozzoviglie natalizie e pasquali, si parte con urla e svenimenti davanti agli specchi. Poveri specchi! Alla fine, lo specchio di Grimilde aveva vita più facile.

Cominciano le diete ferree, le uova di Pasqua vengono imprigionate nella stanza più alta della torre più alta, del castello più lontano e parchi, piste ciclabili, lungomari e litoranei si popolano di gente (soprattutto donne) che vuole correre ai ripari. Le trasmissioni televisive, sapete, quei contenitori mattutini e pomeridiani riempiono la caletta di ricette dietetiche, interviste a medici e nutrizionisti, i quali consigliano di prepararsi all’estate subito dopo la fine delle feste natalizie.

Per quanto mi riguarda, io ho capito che la prova costume, per essere efficace, deve iniziare a ottobre. Direte che esagero. In realtà, mi sembra il periodo migliore perché precede di due mesi dicembre con tutti i suoi peccati di gola, e in questi due mesi è già possibile fare un percorso adeguato fra cibo e attività fisica.

Subito dopo l’Epifania, sarà più facile riprendere il filo interrotto, e questo fino a maggio, certo con qualche sana e piacevole eccezione che alleggerisca il peso delle rinunce.

Fidatevi, non è difficile.

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Domani, San Giuseppe, sarà la prima Festa del Papà senza di te. Tu avevi le tue preferenze sulle feste comandate, laiche o religiose che fossero, non ti piacevano tutte allo stesso modo. Ma questa sì, non fosse altro perché avevi la scusa per mangiare le zeppole, ché a te i dolci piacevano tanto. E quando andavi a fare la spesa, ti compravi sempre una stecca di cioccolata fondente, perché i dottori ti avevano detto di mangiarne un pezzetto tutti i giorni, e tu mica potevi disobbedire! Ovviamente, la toglievi dai sacchetti prima che la vedesse mamma, così non avrebbe brontolato.

Il buon cibo, dolce o salato, ti è sempre piaciuto, anche se non ti ho mai visto fare il bis; quello che invece io faccio spesso, specie quando si tratta di pasta. Ma tu lo sai. E non era l’unica cosa che ti piacesse.

Il mare

Il mare ce l’avevi dentro, ci sei nato con il mare dentro, come tuo padre, e spero io come te. Però io non saprei guardare il cielo e il mare e fare le previsioni come facevi tu. Ma tu eri un lupo di mare, e con il tuo equipaggio hai condiviso tante avventure, che un po’ conosco, ma sono certa che quelle più rischiose non ce le hai mai raccontate.

La musica

Chiuso in salotto ad ascoltare Beethoven ad alto volume, era un momento solo tuo; e Mozart? Mozart è stato la tua scelta fino alla fine: io quell’Adagio non riesco più ad ascoltarlo. Però, più in là, riproverò. E poi Chopin. Nella tua stanza c’è un mio cofanetto con tutte le opere di Chopin. Me lo chiedesti in prestito credo 20 anni fa, e lì è rimasto. Ingiallito dal fumo di sigaretta. E scusa, ma di sigarette non voglio parlare, anche se ti hanno accompagnato per quasi tutta la vita. Insomma tutta la musica classica l’ho conosciuta con te, e mi viene in mente quando mettevi le cuffie, che era proprio un messaggio di esser lasciato in pace.

La fotografia

Mi ricordo quando abitavamo ancora a Bari, tu avevi creato una camera oscura in casa, fotografavi di giorno e sviluppavi quando non lavoravi, di notte. C’era sempre in giro sui mobili una macchina fotografica carica; ogni momento era buono per cogliere l’espressione di uno di noi. Quando poi, si andava fuori con i vostri amici, erano fotografie o diapositive a raffica. E poi facevi le escursioni fotografiche con i soci del circolo di cui eri presidente.

La lettura

Raccontavi spesso che quando andavi alle scuole superiori (eri uno studente pendolare nel dopoguerra), i soldi che ti davano i nonni per la merenda, spesso li usavi per comprare il libro che volevi in quel momento. Non potevi fare tutt’e due le cose, e così sceglievi. Noi figli non abbiamo avuto bisogno di scegliere. E a casa i libri, di qualsiasi argomento sono tanti. Tu, da ateo, avevi sia la Bibbia che il Corano.

La radio

Le radiocomunicazioni, erano un’altra passione. Ti piaceva fare collegamenti con persone in tutto il mondo. Una volta ti sei anche collegato con un Re. E avevi tanti amici. E anche in questo caso eri presidente. Sei sempre stato presidente di qualcosa.

L’informatica

Quando sento dire che gli anziani sono incompatibili con l’informatica, mi viene da sorridere. Perché tu davi punti a tutti, oltre alla tua disponibilità a insegnare come risolvere piccoli problemi con il computer. Fino a che le forze te lo hanno consentito, lo hai acceso tutti i giorni. Perché diciamolo, avevi sempre qualcosa da fare.

La fede politica

Solida, ferma, ti ha preso da ragazzo e non ti ha più lasciato. Eri un militare e non potevi fare attività, ma se avessi potuto, sarebbe stato un successo. Perché tu, per via del tuo lavoro, eri abituato a prendere decisioni in tempi brevi, facili o difficili che fossero. Avevi questo allenamento mentale ad affrontare le questioni in modo pratico, senza fronzoli e senza orpelli. Ma ci sarebbe stato il problema della cravatta. Che tu detestavi, tranne quella della divisa.

Ma un difetto ce l’avevi?

Sì, direi proprio di sì. Ma adesso tocca a te, vediamo se lo ammetti. Ciao

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In un tempo che privilegia molto il presente, io rimango legata al passato e ai ricordi, in un modo speciale. Non è polemica né retorica, semplicemente nella mia vita ho verificato spesso quanto sia stato presente, il passato (adoro i giochi di parole).

Emozioni e ricordi

Il cervello è un organo molto potente e sa distinguere tra memoria e ricordo. I ricordi hanno un legame stretto con le emozioni, la Psicologia è certa di questo. Così, noi sperimentiamo sempre come un ricordo positivo sia un riparo e una consolazione e che possa restituire fiducia in se stessi e poi, come invece un ricordo triste sia in grado di farci rivivere una esperienza negativa, di paura, di rabbia o malinconia. La memoria invece, può essere asettica, meccanica, anche se è importantissima. I ricordi di qualsiasi tipo: un sapore, un odore, una canzone che ci rimandano a un evento, un viaggio, sono nelle nostre radici passate, sono fondamentali per il presente e il futuro perché ci descrivono e ci definiscono , e ci proteggono dal rischio di ripetere esperienze dolorose.

I miei ricordi

Quando penso ai ricordi che ho accumulato finora, penso a una cascata d’acqua fresca, ma rumorosa. Penso a un’onda che investe, magari in un momento qualsiasi della giornata, riportando alla mente un fatto, una frase, anche un gesto, che sembrava seppellito e invece è vivo e magari mi fa sorridere come un’ebete per strada, oppure mi dà un nodo alla gola e so che succede a tutti, non mi sento speciale per questo ma mi colpisce ogni volta e ogni volta penso all’acqua, forse perché è il mio elemento naturale.

Voi a cosa associate i vostri ricordi?

Una citazione per concludere

Niente di ciò che abbiamo posseduto nella mente una volta può andare completamente perduto (Sigmund Freud).

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Fondamentalmente non sono superstiziosa, non in senso rigoroso. Ci sono delle cose a cui faccio caso, ma poi penso che farci caso sia normale prudenza, o istinto di conservazione. Quindi sì, evito scale e impalcature (del resto, è fatto avviso e divieto di passarci sotto) e sto molto attenta a non rompere specchi. Primo perché mi piacciono un sacco, poi per evitare di ferirmi e perché no, anche per evitare 7 anni di disgrazie.

E qui arriva Einstein al quale non mancava certo l’ironia: “Tutto è relativo. Prendi un ultracentenario che rompe uno specchio: sarà ben lieto di sapere che ha ancora 7 anni di disgrazie“. Basta un punto di vista diverso e un presagio si trasforma in leggera considerazione.

Una esperienza personale

Molti anni fa, una conoscente comunicò che di lì a poco lei e il suo fidanzato si sarebbero sposati. Io e una mia amica decidemmo di regalarle un bracciale di perle coltivate. Sapevo vagamente che le perle non si regalano alle signorine, ma in quel momento fu un pensiero veloce e siccome il bracciale era davvero grazioso, più che altro pensai che avrei potuto comprarlo per me. Quando lo ricevette (io ero assente), dette alla mia amica 50 lire per spezzare il malaugurio che recava con sé il bracciale, in quanto di perle. Trovai la faccenda bizzarra, ma rispettai la sua reazione perché non sapevo che fosse superstiziosa, e di nuovo pensai che avrei potuto comprarlo per me. Dopo qualche tempo, la madre della futura sposa superstiziosa ebbe un piccolo incidente che se non ricordo male, costrinse a rimandare il matrimonio. Non è un ricordo nitido, ma mi pare che andò così. Ebbene, la signorina decretò che il responsabile fosse l’inconsapevole bracciale. Che spreco!

Dopo questo episodio decisi di approfondire: volevo sapere quale fosse il legame tra perle e sventura. Ho trovato una spiegazione che è molto convincente, ma magari non è l’unica, poiché le superstizioni si tramandano, come i miti e le leggende, e il racconto nel tempo può modificarsi o magari, è possibile che ci siano più versioni, tutte plausibili.

Nel 1500, in Inghilterra, alle donne che possedevano gioielli era proibito indossarli durante le funzioni in chiesa, che fossero una messa, o un funerale. L’unico gioiello consentito era appunto la perla; da qui l’associazione con le lacrime e il dolore. Si dice anche, che in Cina e Giappone, quando morivano i pescatori di perle durante le immersioni, le loro donne incolpassero appunto le perle, perché portavano pianto e dolore. Sappiate comunque, qualora le riceviate in regalo, che potete dare una simbolica moneta, come fece la conoscente di cui ho parlato prima.

Io ricevetti una collana di perle da mia madre prima del matrimonio, e non le detti alcuna moneta: lei non ci crede e neppure io. Fine

Ombrello, gatto nero, cappello sul letto

Qualche mese fa ho scritto un articolo sulla storia dell’ombrello, nella categoria antiquariato (Sotto la pioggia e sotto il sole) e chi lo ha letto sa che fu inventato per proteggere dal Sole. E da qui nasce la superstizione, secondo cui aprire un ombrello in casa porti sfortuna. Infatti, anticamente, si riteneva che nei raggi solari si celassero spiriti maligni che poi si sarebbero liberati se l’ombrello fosse stato aperto in un ambiente chiuso. Mia nonna paterna, donna colta e intelligente, aveva paura di questa cosa e ciò dimostra che se una credenza condiziona, non importa quanto uno legga e studi, gli rimarrà sempre addosso. Il gatto nero.

Il gatto, dalle origini, ha conosciuto sorti molto diverse. È passato da animale sacro, secondo gli Egizi, tanto che il parterre delle divinità contemplava una dea con corpo umano femminile e testa di gatto, chiamata Bastet. Durante il Medioevo le cose cambiarono notevolmente. Al gatto furono attribuiti poteri malefici e fu dichiarato animale fedele al Diavolo. Da qui partirono le persecuzioni, fra l’altro benedette dalla Chiesa, le torture e le uccisioni di gatti soprattutto dal pelo nero. Ovviamente, i topi andarono a nozze, nel senso che si diffusero talmente tanto da scatenare la peste bubbonica. Una pandemia, in realtà.

Il cappello sul letto, invece, è malvisto perché ricorda l’usanza del medico che arrivava al capezzale del malato all’ultimo stadio, e nella fretta di intervenire poggiava appunto sulla coperta il proprio cappello. Per la verità anche il prete, quando era chiamato dai familiari del malato.

Su superstizione e dintorni c’è un elenco lungo di racconti interessanti. Almeno per me. Non viene risparmiato nulla: oggetti, flora, fauna, astri e relativi fenomeni, hanno stimolato la creatività di interi popoli e la diffusione di miti, leggende e affini si è tramandata nei secoli, subendo anche le normali modificazioni che capitano raccontando. Se volete, raccontate pure la vostra posizione in merito, o magari una esperienza diretta o indiretta.

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Parto da due certezze: mi piace il colore e mi piace l’armonia, anche se poi le stelle nascono dal caos. Lo diceva molto meglio di me Nietzsche, ma non è di filosofia che voglio parlare.

Ho scoperto l’Armocromia di recente, cioè sapevo di questa scienza ma pensavo fosse riservata a gente dello spettacolo, attori, insomma a chi sta dietro uno schermo, o a luci di teatro. E invece chiunque, facendosi aiutare da esperti, può scoprire la palette di colori perfetta per il proprio colore di capelli, occhi e pelle. E io ho scoperto che ci sono colori che mi “ingialliscono” e colori che mi “illuminano”. Inconsapevolmente li usavo tutti, perché mi sono sempre e solo fatta guidare dal gusto e dalla preferenza per alcuni colori e tonalità, al posto di altri.

Ebbene, alla fine della mia consulenza io sono risultata un “Inverno Profondo Soft”, che detto così sembra una astrazione. Poi ho avuto tutte le spiegazioni del caso, compreso il fatto che sicuramente da ragazza sarò stata un “Inverno Profondo” ma che con l’età sia subentrata la componente grigia che riguarda sempre capelli, occhi e pelle. Perché sì, con l’avanzare degli anni, cambiano anche gli occhi e la pelle, e invece siamo sempre e solo concentrati sui capelli.

La palette dedicata a me non prevede colori accesi, né colori neon, neppure colori pastello (che ho sempre usato). Niente rosso fuoco, ma rosso spento. Sul nero ho letto opinioni diverse, ma certamente il nero totale è sconsigliato. In effetti mi indurisce. Semmai al nero si può abbinare uno dei colori in palette, anche con un foulard o una collana. Magari un tuxedo.

Il bianco c’è (per fortuna), pure l’argento, ma non l’oro. L’arancio no, a meno che non sia abbinato al viola, oppure al blu e di seguito nei colori in palette. Ho due cardigan arancioni, uno dei due acquistato da poco e mai indossato. Che ci faccio? Li abbinerò come sopra. E adesso veniamo ai verdi. Ce n’è più di uno. Ora, proprio il verde è in coda, non mi piace molto. Ci sono delle tonalità che non metterei, però su altre posso riflettere. E poi i lilla, i viola, i malva , i grigi e un paio di gialli, i marroni e i tortora, blu, turchesi e celesti, e frutti di bosco.

L’esperienza è stata piacevole, leggera e istruttiva e poi la consulente molto gentile e disponibile. E ho una consapevolezza in più su me stessa. Perché sì, sapere quali colori mi valorizzano, anche nel trucco, mi fa sentire più sicura e più carina. E anche questo serve, nella vita.

 

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Ho iniziato a camminare, nel senso di attività motoria, quasi 20 anni fa. Ad un certo momento, mi ero resa conto che per quanto mi piacesse molto guidare (e continua a piacermi molto), di perdere tempo a cercar parcheggio quando da casa andavo al mio negozio, non ne potevo più. Per fortuna, al ritorno non avevo lo stesso problema, perché abito in un condominio con grande giardino e posti auto.

Quindi ho iniziato una sera di maggio, dopo il lavoro e ho visto che mi piaceva, rilassante e nuovo.

Nel tempo, si è aggiunta un’amica ma ha resistito pochissimo e così ho continuato da sola. Se ci penso, in tutti questi anni le volte in cui ho camminato da sola sono molto più numerose, di quelle in compagnia. Non mi dispiace né l’una né l’altra condizione. In entrambi i casi, mentre cammino riesco a sentire i rumori della natura; osservo invece, che la maggior parte dei camminatori o corridori, ascolta musica con gli auricolari e alcuni cantano anche.

C’è chi porta a spasso il cane, c’è qualche neo-mamma con il carrozzino che cerca di riprendere la linea dopo la gravidanza. Ci sono molti anziani che in coppia o in gruppo, si ritrovano ed è molto bello vederli impegnati e all’aria aperta.

Se cammino verso il mare, mi ricarico già solo per questo: da casa mia il mare non lo vedo, ma ci sono le colline in lontananza e sono graziose con le luci dei lampioni e le auto che sembrano formiche.

Se cammino verso il centro città è tutto diverso: i rumori del traffico, le signore che parlano dai balconi, le auto in doppia fila e i vigili urbani che sbucano quando non è il momento, i negozi bellissimi, i bar alla moda, le piazze sempre frequentate, i turisti, qualche cane randagio.

Chi come me cammina quotidianamente sa di cosa parlo; chi non ha ancora iniziato, lo scoprirà presto. E quindi, vi piace camminare?

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Anni fa, una imprudente signora disse a mio padre “Lei è un uomo pieno di dubbi”. Lui che la trovava antipatica e forse anche spocchiosa, le rispose “Solo i cretini non hanno mai dubbi”.

La sventurata tacque.

Un personale stato di incertezza è la sintesi del significato di questa parola, sui vocabolari. Il dubbio in sé, contiene un valore positivo, a meno che non presenti i tratti della patologia. Non essendo un medico, non approfondirò questo aspetto.

Dubitare spaventa; prendere in mano tutte le nostre certezze e metterle da parte, abbracciando il dubbio, è una operazione di coraggio, ma necessaria perché è soprattutto una operazione di crescita.

Quanto sono belle le certezze! Sono sicuramente rilassanti e leggere. Ma se fossero sbagliate? Se le idee che ci accompagnano da sempre, non fossero poi così giuste? Il solo modo per saperlo è metterle in discussione, che non vuol dire abbandonarle, anzi. Potrebbe anche voler dire, alla fine di tutto rinforzarle, ma bisogna voler provare.

Faccio per dire: da ragazza mi chiesi se le mie idee politiche fossero una tradizione familiare e anche dell’aria che tirava nel mio ambiente. Provai a spostarmi da quelle convinzioni e a pensare in modo opposto. Non ci volle molto, il dubbio mi tolse ogni dubbio e tornai convintamente dov’ero stata prima dell’esperimento.

Il dubbio è l’argine naturale per non sentirci infallibili. Ci costringe alla riflessione, alla pazienza e all’ascolto di se stessi e degli altri. E non è in opposizione alle certezze, che pure sono fondamentali: è semplicemente la prima parte del percorso.

Per il dubbio patologico, consultate i testi adatti, perché dubito di saperne abbastanza per scrivere.

Buona lettura.

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Ricordate Ernesto Calindri, seduto a un tavolino al centro strada, mentre beveva un amaro al carciofo (e altre 13 erbe)?

All’epoca ero piccola, ma mi faceva letteralmente impazzire l’aria imperturbabile di questo signore che, completamente concentrato a bere il suo Cynar, non si curava di tutto il resto.

Voi cosa fate contro il logorio della vita moderna?

Io, per dirne qualcuna, leggo. Da quando ho imparato a leggere, l’ho sempre trovato un ottimo salvavita. Durante l’adolescenza poi, leggere mi ha letteralmente salvato e non dal logorio, ma dalla noia.

Quando posso guardo il mare. Da casa mia, il mare non si vede; da casa mia vedo le colline e la superstrada e quando è buio le luci delle auto che sembrano formiche in fila. Perciò, al mare devo proprio andarci ma va bene così.

Guardo un film. Se straniero, in lingua originale con i sottotitoli, sennò doppiato. Se scelgo un film italiano, so che mi piacerà, o almeno è quello che succede la maggior parte delle volte.

La musica la ascolto poco, anche se mi piace. Non tutti i generi, però. Mi piace ascoltarla soprattutto in auto, mentre guido.

Eh già, stavo dimenticando la guida. Dell’auto, s’intende. Quando guido sono molto a mio agio e questo era chiaro già da piccolina, quando guidavo il mio go-kart rosso oppure al luna park, nel settore delle auto da scontro. Ma se leggete i miei articoli, questa passione per la guida la conoscete già, giusto?

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