Viaggi

Normalmente non parlo di ciò che non conosco, o che conosco poco; nel caso dei viaggi, farò una eccezione perché esistono anche quelli di fantasia.

A Gallipoli ho vissuto per un certo periodo. Il lavoro di mio padre prevedeva periodici trasferimenti, e Gallipoli fu la nostra residenza per 3 anni.

Ricordo bene la casa, vicino al mare. Ricordo la disposizione delle stanze, il salotto in cui ricevevo le mie amiche immaginarie (le mie sorelle erano troppo piccole per i giochi che piacevano a me) con le quali prendevo un tè. Per questo tè, ovviamente, avevo scelto un servizio di porcellana che i miei genitori avevano avuto in regalo per il matrimonio. L’ho sempre maneggiato con cura e senza rompere nulla, e se si considera che avrò avuto 3 o 4 anni, posso dirmi soddisfatta. Ricordo la cucina luminosa e le anguille che sgusciavano dalla pentola. Non le ho mai mangiate. Non ho memoria, invece, delle camere da letto.

La casa era a un piano e sullo stesso pianerottolo c’erano i proprietari dello stabile. Marito, moglie e 4 figlie universitarie. Le mie sorelle troppo piccole, queste ragazze troppo grandi, per cui non ho mai chiesto neanche a loro di prendere un tè, alle 5 del pomeriggio. Un’altra cosa che mi viene in mente di quel periodo, era il teatrino dei burattini e delle marionette, in Piazza Tellini. Almeno credo, se i ricordi sono giusti, che fosse lì. Io seduta in prima fila, con le gambe che non toccavano a terra, le scarpe occhio di bue (ve le ricordate?), concentrata a seguire storie di cavalieri coraggiosi e damigelle in pericolo.

Ma al di là dei miei ricordi c’è una Gallipoli molto carina da scoprire. Se andrete in estate, una giornata alla spiaggia della Purità vi lascerà contenti. E’ una piccola spiaggia proprio sotto i bastioni della città e al tramonto potrete spostarvi sull’isola di Sant’Andrea dove c’è il faro che segna l’orizzonte; un tempo, per la presenza di una fonte di acqua dolce, ospitava greggi di pecore. Oggi, è sede di nidificazione del gabbiano corso, ed è perciò disabitata.

Il centro storico sorge non proprio al centro del paese, fu progettato dai Greci i quali fecero in modo che le abitazioni più esterne fossero protette dai venti di mare. La Cattedrale di Sant’Agata (patrona della città) e la chiesa di San Francesco d’Assisi, entrambe barocche. In realtà, la chiesa di San Francesco era di origine medievale, poi rimaneggiata fra il 1600 e il 1700. Al suo interno ospita 10 altari barocchi e due statue in legno raffiguranti la crocifissione dei ladroni. Personalmente non ricordo di averla mai visitata, quindi dovrò rimediare presto. E come ogni posto che si rispetti, c’è un castello: il Castello Angioino Aragonese. Circondato quasi del tutto dal mare, la sua costruzione è iniziata nel 1200 ma nel tempo ha subìto le trasformazioni, secondo i conquistatori che si avvicendarono.

Poi la vita sociale, le spiagge, il cibo, la bella gente, il mare, il famoso Festival della Taranta, che celebra la pizzica, antico rito per esorcizzare il dolore che provocava il morso della tarantola. Attraverso il ballo si cercava di superare il dolore fisico. Ovviamente, oggi è una danza di puro svago ed è molto divertente.

Non mi viene in mente altro, ma se siete stati a Gallipoli di recente, scrivete pure nei commenti la vostra esperienza. Se, invece, non ci siete mai stati, non dimenticate di assaggiare lo spumone. Ciao

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Vienna

di Le righe di Ornella

Vienna degli Ultravox? No, Vienna la capitale dell’Austria. Ci sono stata prima di andare a Praga. Stesso viaggio, tra fine luglio e i primi di agosto.

L’arrivo a Vienna fu surreale, per me che ero al secondo volo in aereo, della mia vita. Eravamo sopra l’aeroporto: Vienna-Schweschat è il nome, e siccome la pista era occupata, sorvolavamo in tondo in attesa di avere il permesso di atterrare. Mi sentivo tanto un rapace prima dell’agguato.

Alla fine ce la facemmo a scendere. Aereo, navetta, centro-città, taxi e albergo. Albergo grazioso, camera quasi grande. Era passata abbondantemente l’ora di pranzo e avevamo davvero fame. Ecco, posso dire che la carne che mangiai quel primo giorno di permanenza, buonissima e tenera, non l’ho più mangiata in nessun altro posto per molti anni.

I giorni a disposizione erano 4; molto pochi per una capitale ma riuscimmo a visitare, goderci la città e anche ridere. Ridere capitò durante il giro di una parte del centro storico in carrozza. C’erano due possibilità: giro corto e giro lungo con sosta in una famosa birreria. Ora, io non bevo birra, proprio non mi piace, ma ci sembrava folkloristico e quindi scegliemmo questa opzione.

Dunque individuammo una carrozza libera e fissammo con il cocchiere il tipo di tragitto. Bel pomeriggio, sole e caldo quanto bastava e partimmo per il giro. A metà ci fu la famosa sosta. Io rimasi su, gli altri due scesero ad assaggiare questa birra viennese. Fin qui tutto normale, ma quando riprendemmo il percorso ci accorgemmo che i passanti ci guardavano e ridevano di gusto. Non capivamo fino a quando la testa del cocchiere non si piegò in avanti. E fu tutto chiaro: dormiva perché era mezzo ubriaco, una cosa a cui non avevamo badato durante la contrattazione. Se per ogni turista che sceglieva il giro lungo, beveva anche lui una birra, immaginate un po’ come arrivasse a sera. Il cavallo lo sapeva bene e percorreva il tragitto da solo, a memoria. Finì che ridemmo pure noi finché non tornammo alla base.

Un’altra cosa che mi ricordo con piacere fu una vecchietta, molto fine e carina, che suonava il sax all’ingresso della Kärtnerstraße, la strada pedonale che ha 5 punti focali. E’ una strada molto grande, con ristoranti, negozi lussuosi e appunto artisti di strada. Le strade pedonali si assomigliano un po’ tutte; questa ospita l’Haas-Haus, palazzo moderno che a vederlo per la prima volta, stona un po’ con l’architettura circostante, ma attraverso la sua facciata a specchio, si intravede il Duomo di Santo Stefano che è di fronte. Un bell’effetto. Questo Duomo è il più grande dell’Austria ed è qui che ho sentito una messa interamente in latino, per la prima volta. La seconda volta fu a Praga, dopo qualche giorno.

Graben e Kohlmarkt sono le strade più prestigiose della zona pedonale. Nella prima c’è la “Colonna della Peste”, eretta proprio in seguito all’epidemia che scoppiò nel 1687. Nella seconda, più stretta, esclusivi negozi di abbigliamento e gioiellerie e la storica pasticceria “Demel”.

Da qui poi, si accede all’Hofburg.

L’Hofburg è la residenza imperiale e insieme al Castello di Schönbrunn, ha rappresentato il centro del potere austriaco. Vi consiglio di visitare queste residenze, bellissime, insieme al Castello di Belvedere che (tra le altre cose) ospita un importante museo di arte. Io rimasi molto affascinata da tutto quello che vidi.

Invece non visitai, e quindi dovrò tornare a Vienna prima o poi, il Palazzo della Secessione. Si tratta di un palazzo-manifesto della versione austriaca del Liberty. Klimt e Schiele furono fra i primi adepti di questo movimento artistico, la Secessione appunto. L’architettura “troppo moderna” per l’epoca, fece arricciare il naso a molti. Oggi è uno dei luoghi più visitati dai turisti. Ha una cupola rivestita da 3.000 foglie di alloro di metallo dorato. Se qualcuno di voi lo ha visitato, lo scriva nei commenti.

I teatri più conosciuti sono due: la Staatsoper e il Burgtheater. A dir la verità sono teatri famosi in tutto il mondo. Io sono stata in uno dei due, ma non ricordo quale. Che vergogna!

Poi c’è tanto altro da vedere, ma a voi il piacere della scoperta. Ciao

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Otranto

di Le righe di Ornella

Non so se sia comune, ma a me è accaduto spesso di scoprire luoghi belli e ricchi da adulta, e solo perché molto vicini a dove vivo, per cui c’è sempre quell’idea che tanto si fa presto ad andare a visitarli. E non si va mai. Per esempio non ho ancora visitato Castel del Monte: imperdonabile!

A Otranto invece, ci sono andata spesso, ma sempre per qualche ora, e sempre in estate. Qualche anno fa, per esempio abbiamo trascorso una bella giornata di fine agosto a Porto Badisco. Si tratta di una località balneare che appartiene a Otranto, di cui già Virgilio parla nell’Eneide, a proposito dell’approdo di Enea. Tra l’altro, Porto Badisco ospita la “Grotta dei Cervi” dove sono conservati disegni di epoca neolitica realizzati con guano di pipistrello. Già.

A luglio 2018, ho avuto la possibilità di fare qualche giorno di vacanza con il mio romano. Negli anni è diventata molto popolare, ha tanto turismo anche se prevalentemente estivo, e offre possibilità sia per chi voglia visitare, sia per chi voglia godersi il mare di cristallo che comunque, in Puglia, è praticamente ovunque. A proposito di mare, vi suggerisco la Baia dei Turchi, che prende il nome dall’approdo dei guerrieri turchi, durante la battaglia di Otranto. E’ un posto bellissimo, anche se purtroppo affollato. In ogni caso, sarebbe un peccato non andarci.

Se invece volete godervi la città, sappiate che passerete dalla luce abbagliante del giorno (grazie anche alle case bianche tipiche del Sud), ai caldi colori del tramonto. In entrambi i casi, sempre il mare a completare la fotografia del luogo.

Il centro storico di Otranto è grande e attivo, e come per tutti i centri storici è il cuore della città. Non potrete fare a meno di comprare qualche tipicità. Noi comprammo qualche gioiello in vetro, dipinto a mano.

La Cattedrale. E’ stata costruita nel 1088 ed è famosa per il suo pavimento a mosaico ma anche per essere custode dei resti di 800 martiri otrantini che furono giustiziati dai turchi, nel 1480.

Il Castello Aragonese. Insieme alla cinta muraria costituisce l’insieme difensivo della città. Dalla sua costruzione, ha subìto numerosi assedi ma altrettante ricostruzioni e potenziamenti. Tra l’altro è protagonista del primo romanzo gotico nella storia della letteratura, scritto da Horace Walpole (1764).

Ho parlato di Porto Badisco e Baia dei Turchi ma anche i Laghi Alimini sono molto interessanti poiché, uno è di acqua salata e l’altro di acqua dolce. La flora intorno ai laghi è rara e preziosa e in generale l’habitat consente la presenza di numerose specie animali.

Sul cibo sono assolutamente di parte, per cui non dirò nulla, ma provatelo senza indugi e di nascosto dalla bilancia. Buon viaggio

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Bari

di Le righe di Ornella

“Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”. Non ricordo di averla mai sentita da un barese, ma da tutti gli altri, sì e parecchie volte.

A Bari ho vissuto per 8 anni, e ce l’ho nel cuore come la pasta, il mare, e altre cose. Quando ci siamo stabiliti avevo 5 anni e 13 quando siamo andati via, per cui i giri per la città erano soprattutto familiari. Per iniziare, anche Bari ha la sua Piazza San Pietro, che è un’area archeologica in cui sono stratificati ben 3000 anni di storia; si trova a Bari Vecchia ed è in fase di valorizzazione, se non hanno finito i lavori.

Bari è sorta nel territorio della Peucetia, cioè la parte centrale della Puglia, quando si chiamava Apulia. Passò ai Romani, poi ai Saraceni, poi ai Bizantini e con essi divenne il maggior centro commerciale, politico e militare dell’Impero d’Oriente. Cadde di nuovo sotto i Saraceni e poi arrivarono i Normanni. Alla fine del 1100, Bari era il porto più importante di imbarco per le Crociate. Forse il periodo di massimo splendore lo ebbe con gli Svevi, sotto Federico II, quando Bari conobbe anche un grande sviluppo culturale e artistico. Poi cambiò tutto con gli Angioini. Ho scoperto di recente che Bari fu assoggettata anche gli Sforza, Duchi di Milano. Per la costruzione della Città Nuova si dovrà aspettare il 1813 e il merito sarà di Gioacchino Murat, cognato di Napoleone Bonaparte.

A parte questo alternarsi di tempi buoni e cattivi (come ovunqe), è famosa anche per l’attaccamento al Patrono, San Nicola, vescovo di Mira le cui ossa furono portate a Bari per salvarle dal saccheggio saraceno. A questo Santo sono attribuiti vari miracoli ed è considerato il protettore dei marinai. Ogni anno arrivano a Bari migliaia di pellegrini, soprattutto a maggio, quando si dedicano al Santo 3 giornate di processioni e cortei storici che ricostruiscono il trasporto delle sue ossa. Da alcuni anni, si è aggiunta anche l’esibizione delle Frecce Tricolori.

Un altro evento annuale importante e antico è la Fiera del Levante. Nata nel 1930, per celebrare la tradizione mercantile di Bari e della Puglia con i Balcani e con i Paesi del Mediterraneo, si è sempre di più rafforzata nei decenni che seguirono, diventando un evento di grande attrazione internazionale. Per me era un appuntamento fisso. Essendo piccola di statura, (da bambina ancora di più) molte cose non riuscivo a vederle, poiché gli adulti mi toglievano la visuale, ma ricordo che i padiglioni preferiti erano quelli di barche a vela, roulottes e campers. Un altro appuntamento fisso era dal venditore di zucchero filato e poi alla casa in legno dei prodotti gastronomici della Calabria.

Oltre a queste incrollabili certezze, a Bari c’è il bellissimo castello Normanno-Svevo: si trova alle porte della Città Vecchia e si affaccia sul mare, sito tipico dei castelli guardiani della città. E’ stato carcere, caserma, residenza per nobili e oggi ospita mostre ed eventi culturali, oltre agli uffici della Soprintendenza dei Beni Ambientali, Architettonici e Storici della Puglia.

La Basilica di San Nicola, famosa nel mondo quanto il Santo, la Basilica di San Sabino. Questa Basilica è famosa poiché ogni solstizio d’estate la forma del rosone posto in alto sulla facciata, evidenziata dai raggi solari, combacia perfettamente con il mosaico posto sul pavimento. Se trovate in rete il video, riguardo questo fenomeno, guardatelo perché l’effetto è spiegato molto meglio che da me. Piazza del Ferrarese, Piazza Mercantile con il Palazzo del Sedile e la Colonna della Giustizia, che i baresi chiamano “colonna infame”. Il bellissimo lungomare Di Crollalanza, e poi i teatri, in passato mortificati, ma ora in piena attività.

Per chiudere, dopo questo elenco importante, le orecchiette. Passeggiando per le vie della Città Vecchia, troverete fuori dalla porta di casa, tante signore che preparano orecchiette a mano, come nella migliore tradizione. Questa è una delle attività che negli ultimi anni ha contribuito a risollevare questa parte della città e a ripulirla dall’etichetta di “zona pericolosa” per i turisti. Bene, io mi fermo qui, anche perché il fidanzato di una delle mie figlie è un barese doc e non vorrei farlo arrabbiare, sbagliando qualcosa. Anche perché deve ancora digerire il mancato passaggio in B della SSC Bari.

A presto.

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Quando ero piccola, “Basilicata” mi faceva sorridere perché pensavo al basilico, al pomodoro fresco, al sugo e per finire, dulcis in fundo, alla pasta. La gioia pura. Ovviamente Basilicata e basilico non c’entrano fra loro, ma all’epoca non lo sapevo. Così come non sapevo che fra il 1932 e il 1947, si chiamò Lucania in ricordo dell’antico nome, che però era riferito ad un’area un po’ diversa, della Regione così come la conosciamo oggi.

La prima volta che entrai in terra lucana fu per andare ai Laghi di Monticchio. Avrò avuto fra gli 8 e i 9 anni, e i miei genitori con i loro amici, organizzarono questa giornata all’aria aperta ai laghi. Non ricordo tutta la giornata, ma con i miei fratelli e con gli altri bambini presenti, ci divertimmo parecchio, anche perché il tempo era bello.

Passarono parecchi anni e ci tornai da sposata e mamma. Anche quella volta, beccammo la bella giornata e le mie figlie, anche se molto piccole, si divertirono. Nella stessa giornata, riuscimmo a ritagliarci una visita all’Area Archeologica di Metaponto, la più antica della Basilicata e che si trova tra i fiumi Bradano e Basento. Fondata dai Greci, divenne un importante centro di produzione del grano e fu la residenza di Pitagora, dopo l’esilio da Crotone. All’interno dell’area si possono visitare le Tavole Palatine, i Templi dedicati ad Apollo, Atena e Afrodite e il Castro Romano. Nel Museo, invece, tutti i reperti emersi durante gli scavi.

Per il pranzo scegliemmo Bernalda. E’ un Comune della provincia di Matera, anticamente chiamato Camarda, la cui fondazione è più recente degli altri centri greci; dopo il saccheggio di Metaponto, da parte dei Romani, molti metapontini si trasferirono in un territorio, che appunto chiamarono Camarda.

La scelta di pranzare lì fu azzeccata perché mangiammo benissimo ma, lo confesso, non riuscì ad assaggiare il famoso sanguinaccio. Non ero pronta (neanche adesso). Se siete da quelle parti, oltre a chiese, palazzi e piazze, vi consiglio il Castello, di epoca Normanna e forse anche Angioina.

Per quel giorno fu abbastanza. Negli anni ho avuto altre occasioni di visitare la Regione. Matera, con i famosi Sassi, il Castello Tramontano, la Basilica Cattedrale, il Museo delle torture e molto altro; la Cripta del Peccato Originale, invece, non l’ho ancora visitata. So però che è soprannominata “Cappella Sistina del rupestre”.

A Potenza ci siamo andati una domenica di fine ottobre. Era la Giornata della Falconeria e in generale, la città era addobbata alla maniera medievale. I falconieri indossavano costumi d’epoca e i falchi erano parecchio annoiati perché c’era vento, e non andava bene per i numeri che dovevano fare. Di Potenza non abbiamo visitato nulla, se non gli spazi dedicati al tema della giornata.

Dopo alcuni anni sono tornata ai Laghi di Monticchio, aggiungendo Lagopesole e Venosa al giro, organizzato da una associazione culturale. Lagopesole è una frazione di Avigliano ed è conosciuta per il Castello, uno dei castelli associati a Federico II di Svevia. Se non ricordo male, di tutti i suoi castelli, è l’unico a possedere al suo interno una cappella. Venosa fu l’ultima tappa della giornata. Intanto, la leggenda dice che si chiami così in onore alla dea Venere, sua fondatrice ma è conosciuta soprattutto per essere la patria di Orazio, oltre a una importante colonia romana.

Subito l’intera area archeologica, che è grande e interessante. Poi la casa di Orazio, ma solo da fuori. Infine una passeggiata per la cittadina, e tutto questo con guide molto simpatiche e preparate.

Tutto bello, ma la prossima volta che avrò l’occasione di andare in Basilicata, sarà al mare, Tirreno o Ionio lo deciderò al momento. Buon viaggio!

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Di mare

di Le righe di Ornella

Avevo 32 anni e accadde una crociera in Grecia e Turchia. Ottobre 1997, nave da 14 ponti. Non si chiamano piani, ma ponti. Le mie figlie erano piccole e ricordano poco, ma spesso erano vestite uguali e con le scarpette lampeggianti, quindi se loro non ricordano tante cose, gli altri passeggeri si ricorderanno di loro. Tipo quando davanti a un qualsiasi ascensore dicevano: “Apriti Sesamo!” e l’ascensore si apriva, e giù applausi da un gruppo di turisti anziani. O tipo che mia figlia, la maggiore, aveva un po’ di bronchite ma dopo le prime 2 ore di navigazione, la tosse era sparita. E questa volta la magia l’aveva fatta il mare.

Dunque, la nave era stata varata da poco ed era, in quel momento, la più grande di quella compagnia di navigazione, oltre a essere molto bella. Salpammo di lunedì in tarda mattinata, e dopo la sistemazione nella cabina e la conoscenza dell’assistente personale, andammo a pranzo. Le tipologie di ristorazione erano varie e anche i menu, che accontentavano gusti ed esigenze dei passeggeri. Dopo il pranzo, partì l’esplorazione della nave. Capimmo subito che per scoprirla tutta ci sarebbe voluta l’intera settimana di viaggio ma tanto fino al giorno dopo non era previsto alcun attracco, quindi perché non iniziare?

Ristorante raffinato, ristoranti informali, pizzerie, self-service e postazioni mobili per spuntini, se non ricordo male, su diversi ponti. Palestra, lavanderia infermeria, ludoteca, teatro, cinema, discoteca, chiesa e piscine. Due normali e grandi e una con idromassaggio. Parrucchiere, estetista casinò e poi bar, diversi bar. Durante la ricognizione, ad un certo punto, leggo che sullo stesso ponte della chiesa c’era una biblioteca. Ovviamente, dovevo vederla e subito. Vado al ponte indicato e inizio a percorrere il corridoio su e giù. Niente. La chiesa c’era e ogni pomeriggio si diceva una messa e sempre in una lingua diversa, per accontentare tutti i passeggeri. Continuavo a cercare, ma niente. Per tutta la settimana, dopo le escursioni a terra, andavo a cercare questa biblioteca e trovai qualcosa solo l’ultimo giorno. Ma vi scriverò tutto dopo.

Dunque per il secondo giorno era prevista la prima escursione; ora non ricordo il nome del luogo, ma l’escursione saltò perché c’era mare forza 7 e a tratti 8 e quindi non si potevano usare le piccole imbarcazioni che avrebbero dovuto portarci a terra. Così, il numeroso staff di intrattenimento organizzò giochi e quiz in sostituzione. Oltre a questo, siccome il cibo si abbina a tutto, approntarono delle grigliate di carne che, se mi concentro, sento ancora il profumo! Insomma, annoiarsi non era contemplato. Il giorno dopo ancora fu la volta di Atene; un bel giro per la città, poi il Partenone.

Il quarto giorno arrivammo in Turchia, a Kusadasi. Si tratta di una località balneare che si affaccia sul mar Egeo e, oltre che per il mare, è famosa per le vicine rovine di Efeso. Noi passeggeri avremmo potuto scegliere fra una giornata al mare o una alle rovine. Scegliemmo la seconda. Efeso fu una grande colonia romana, greca e bizantina, situata in Anatolia. Fu capitale della provincia romana e rimane un sito archeologico importante in cui (se non ci siete già stati) potrete ammirare la Biblioteca di Celso, che è davvero monumentale e anche se è parzialmente distrutta, rende bene l’idea delle grandi opere romane. Poi c’è il Teatro, il Tempio di Adriano, e il Tempio di Artemide di cui purtroppo resta solo qualche colonna ma che, all’epoca fu il tempio più grande sino ad allora costruito e che è una delle Sette Meraviglie del Mondo.

Il giorno dopo ancora fu la volta delle Meteore oppure di Makrinitsa. Mentre scrivo scopro che praticamente Makrinitsa non esiste più come comunità greca, ma è stata inglobata nel comune di Volos. E’ un posto molto carino, a 600 metri sul livello del mare. Noi scartammo le Meteore, perché era un’escursione molto faticosa per le bambine e poi perché c’erano delle prescrizioni molto precise da seguire, ma Makrinitsa fu una bella alternativa. Ovviamente, tutti i giorni, tra una visita e l’altra c’erano sulla nave occasioni di provare cibo buonissimo, intrattenimenti o tranquille conversazioni con altri passeggeri nei vari salotti sparsi un po’ ovunque. E, per me, sempre la ricerca della biblioteca.

Arrivò il sabato che fu un giorno di sola navigazione e durante la notte rientrammo in Italia, precisamente a Venezia. La domenica mattina, dopo l’ennesima abbondante colazione, scendemmo a terra e iniziammo il giro della città che si presentava stupenda esattamente come raccontato nei libri di arte, nei documentari e nei racconti di chi ci era stato già. Ora sto per dire una cosa che farà spalancare gli occhi a qualcuno, ma pure di fronte a tanto splendore non riuscì a emozionarmi molto. Quello che ho provato in altri posti, a Venezia non si è verificato.

La visita fu comunque interessante e in qualche caso, curiosa. Venezia era anche l’ultima tappa e quindi ritornando sulla nave dovevo sbrigarmi a trovare questa biblioteca. Sinceramente, per tutta la settimana me l’ero immaginata come quella del cartone Disney “La Bella e la Bestia” e invece alla fine trovai una orrenda libreria chiamata biblioteca. Si era giocato sulla etimologia. Intanto, l’ultimo giorno di vacanza stava per chiudersi.

A mezzogiorno del lunedì eravamo già a casa, con tanti rullini di foto da far sviluppare. La prossima crociera sarà tra i fiordi norvegesi, e poi vi racconterò.

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Ho sangue siciliano da parte di papà e pugliese da parte di mamma. Oggi tocca alla Sicilia. Dunque dicevo, che da parte di papà il mio sangue è metà messinese e metà palermitano. Ho vissuto a Trapani per i primi due anni della mia vita, ma per dirla tutta, già quando ero “in nuce”. Però, sono nata in Puglia.

Tornando alla Sicilia non ho, ovviamente, ricordi personali dei primi anni della mia vita. Ho fotografie e aneddoti dei miei genitori e di garbate signore che vivevano nello stesso condominio e che si spupazzavano la più piccola del palazzo, che ero io. Passarono gli anni e il lavoro di mio padre ci portò in Puglia, a Gallipoli per la precisione, e dopo qualche anno a Bari.

Nel 1978 però, quando avevo 13 anni, fu deciso un viaggio estivo in Sicilia. La famiglia nel frattempo si era ingrandita, non eravamo più in 3, ma in 6. Sbarcati dal traghetto facemmo subito tappa (subito si fa per dire, considerata la viabilità siciliana) a San Vito Lo Capo. Si tratta di un Comune della cintura di Trapani famoso per la sua spiaggia lunga 3 km, considerata tra le migliori d’Italia, ed è vicino alla “Riserva dello Zingaro”. La permanenza a San Vito, fu principalmente l’occasione di ritornare a Trapani e rivedere la casa in cui abitammo e le carissime signore con figli e mariti, tutti a tavola allegramente. L’unico cous cous di pesce della mia vita l’ho mangiato quel giorno.

Dopo qualche giorno di sole, spiaggia e lacrimucce di commiato, ci spostammo a Palermo. E’ completamente inutile che io dica quanto sia bella, ma lo dico lo stesso. Cominciamo dalla Piazza dei Quattro Canti o Ottagono del Sole: è una piazza ottagonale costruita nella prima metà del ‘600 dal viceré Paceco, marchese di Villena, e si ispira alle “Quattro Fontane” di Roma. Si tratta, infatti, di quattro impianti architettonici, con inserimenti figurativi che dal basso verso l’alto ricordano l’ascesa dalla terra al cielo.

Palazzo dei Normanni. Ho un vago ricordo di fotografie scattate su per una scalinata, ma chissà dove sono finite. Dai Fenici ai Borboni, conserva tracce di tutti. Oggi è sede del Parlamento siciliano e dell’Osservatorio astronomico. Dal 2015 è Patrimonio dell’umanità.

Catacombe dei Cappuccini. Ecco, questa visita rientra fra le cose insolite che possono capitare quando si è in vacanza. Queste catacombe ospitano migliaia di scheletri di siciliani mummificati (8.000 circa), a partire dal 1600 e credo fino ai primi anni del 1900. La pratica di mummificare, in origine era riservata ai monaci ma poi fu estesa a tutti i siciliani, specie se appartenenti ai ceti più elevati. La mummia più famosa è una bambina, Rosalia Lombardo, che morì all’età di 2 anni e che è rimasta intatta, e infatti pare che dorma. Anche qui a Monopoli abbiamo mummie di tutto rispetto, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio (detta anche Purgatorio) e, anche qui c’è una bimba che pare dorma. Si chiamava Plautilla Indelli.

Con Palermo mi fermo qui, anche se ho visitato tanti altri posti, e vi consiglio di non lasciarla con troppa fretta. Ah, in ultimo: Palermo è la regina del cibo di strada, approfittatene!

Dopo Palermo fu il turno della Valle dei Templi. Si tratta di un parco archeologico nella zona di Agrigento, anch’esso Patrimonio dell’umanità che ospita templi (ben 12), musei, tombe, grotte e un oratorio, e lo stato di conservazione è ottimo.

La tappa successiva fu Taormina, poi le Gole dell’Alcantara e l’Etna. Taormina, graziosa e modaiola, è stata spesso scelta come residenza di scrittori e registi stranieri. Le Gole dell’Alcantara sono gole alte 25 metri e larghe fra i 2 e i 5 metri. La loro caratteristica è data dalle pareti fatte di lava e potrete scegliere fra diverse tipologie di escursioni per visitarle al meglio. Sull’Etna? E’ il vulcano più alto d’Europa, cos’altro posso dire che non sappiate già? Quando ci siamo andati noi è stato emozionante e non è una esagerazione. Non ricordo completamente il nome del rifugio nel quale ci fermammo prima di tornare giù; ricordo invece che eravamo senza guida e quindi non ci avventurammo oltre. So però che i crateri Silvestri sono tra i più facili ed economici da raggiungere.

A Catania ci fermammo pochissimo e quindi posso solo dirvi che trovai molto curiosi i blocchi di lava qua e là per le strade. Torre Faro e Messina furono le ultime tappe. A Torre Faro c’è un gruppo nutrito di parenti, che non vedo da tanto ma che periodicamente sento. E’ una frazione di Messina, ed è proprio sullo Stretto. Navigare nello Stretto, fra correnti e vortici, è una esperienza che richiede molta preparazione e concentrazione. Di interessante ci sono i laghi, fino a Ganzirri che comunicando con il mare, presentano delle tipicità ambientali e quindi sono protetti da vincoli di paesaggio e natura. Messina è graziosa ed è la città dove per la prima volta vidi un orologio astronomico. La seconda fu a Praga, molti anni dopo. Se capitate a Messina intorno a Ferragosto non perdete La Vara.

Non vi dico di più perché il piacere della scoperta deve rimanere intatto. Ma tra una tappa e l’altra non fatevi mancare una brioche con il gelato.

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Umbria

di Le righe di Ornella

Avevo 12 anni quando sono andata in Umbria con la mia famiglia. All’epoca e per diversi anni dopo, le nostre vacanze erano con una roulotte e io ho ricordi molto belli di quegli anni, dei posti che ho visitato e delle amicizie che sono nate allora, e che in molti casi ancora ci sono.

Di quella vacanza del ’77 ricordo le colline verdi verdi, e infatti l’Umbria è soprannominata “il cuore verde dell’Italia”. Associare Umbria-Assisi-San Francesco-Santa Chiara è facilissimo, tuttavia la prima località che visitammo fu Spello.

Spello sorge sul Monte Subasio, famoso per la pietra rosa che, ho letto di recente, i geologi chiamano scaglia rosa e che caratterizza le costruzioni antiche del posto, come anche quelle di Assisi. È una città che conserva tracce romane e medievali; se deciderete di visitarla, non tralasciate l’Anfiteatro, il Teatro, la Porta Urbica (a cui sono collegate alcune leggende, ma non chiedetemi quali), la Porta Consolare e la Porta Venere, che è la principale. La Cappella Tega, la Pinacoteca, la Chiesa di Sant’Andrea e poco fuori le Fonti del Clitunno. Insomma c’è da fare, anche perché ho citato solo pochi gioiellini.

Assisi. Cosa si può dire che non si sappia già? Le Basiliche sono 3: la Basilica di San Francesco, la Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, la Basilica di Santa Chiara. Nella Piazza del Comune si affacciano il Tempio di Minerva, il Palazzo dei Priori, la Torre del Popolo e la Fontana dei tre leoni.

Perugia. Quando arrivammo a Perugia, scoprimmo che non era possibile raggiungere il campeggio con auto e roulotte: la strada era ripida e con molte curve, così il direttore scese in città a prenderci con la sua jeep. Di Perugia non ricordo molto, ma ogni paese o città ha la sua piazza e Perugia ha Piazza IV Novembre dove troneggia la Fontana Maggiore. Costruita nella seconda metà del 1200, riceveva l’acqua dall’Acquedotto del Monte Pacciano. È il simbolo di Perugia, realizzata in marmo e bronzo e presenta delle formelle che raffigurano i mesi dell’anno e i segni zodiacali. L’Acquedotto non funziona più dal 1800 ma è possibile percorrerlo a piedi, poi la Cattedrale di San Lorenzo, con delle parti incomplete, la Rocca Paolina voluta da Papa Paolo III, o meglio ciò che rimane dopo la parziale distruzione del 1860.

Gubbio e Terni, non ricordo per quale motivo, le saltammo e poi è sempre mancata l’occasione di andarci.

Ecco, questa fu una delle prime vacanze della mia vita e anche una delle prime occasioni di gustare dell’ottimo cibo che non fosse pugliese. Ma questa è un’altra storia. E poi scoprì luoghi e paesaggi lontani dal mare e anche questo fu completamente nuovo per me.

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Sono stata a Napoli tre volte. Le prime due, per una manciata di ore. La terza, per un fine settimana. E’ bellissima. Voi direte “che scoperta!”, e avete ragione. Ma ogni tanto, di quelle bellissime città italiane, di cui si parla soprattutto per aspetti negativi (vedi Palermo), bisognerebbe avere la generosità di ricordare quanto sono belle.

Non mi soffermerò sui suoi primati a livello europeo, durante il Regno delle Due Sicilie; però sappiate che sui testi scolastici di Storia troverete poco o niente sul vero Sud prima e dopo l’Unificazione. Parlerò invece del fine settimana di due anni fa.

Dunque, sono partita da Monopoli e sono arrivata poco dopo mezzogiorno di un bellissimo venerdì di maggio, nell’area bus della Stazione Metropark; un’area molto assolata, con bar e studi tecnici, panchine, pensiline e gente di ogni nazionalità. Ad attendermi il mio romano, non proprio come un film di Claude Lelouch, ma insomma quasi. Ecco, tra Roma e Monopoli, c’è di mezzo Napoli.

La prima cosa che ho visto è stata la metropolitana, treni nuovi e molto ben messa. Arriviamo al B&B, nel centro storico e l’accoglienza ci piace: formale ma gentile. Abbiamo fame e usciamo a cercare un posto per uno spuntino. La ricerca dura poco perché a pochi metri non solo c’è una rosticceria ma anche la famosa pasticceria che ha brevettato il “fiocco di neve”. Tutto questo in mezzo al mercato ortofrutticolo colorato e rumoroso. Pomeriggio in giro, senza una meta precisa, percorrendo interamente via Toledo; Spaccanapoli (o decumano inferiore) e tutta la zona che riunisce le botteghe artigiane di presepi, in via San Gregorio Armeno, le abbiamo viste da una certa distanza poiché c’era tanta folla di turisti, per riuscire a entrarci. Cena in una trattoria di pesce e Napoli notturna.

Sabato mattina , colazione coi fiocchi e dritti al Maschio Angioino (o Castel Nuovo). Sapevate che Napoli è anche la città dei 7 castelli? Dunque, il Maschio Angioino troneggia su Piazza Municipio, ha una pianta a trapezio e 5 torri. Il resto non ve lo racconto perché ci sono delle guide molto brave che sapranno fare meglio di me. Vi dico solo che c’erano 3 percorsi tra i quali scegliere e noi abbiamo scelto quello medio, di 2 ore. Passeggiata con aperitivo in Via Chiaia, sole caldo e tanti turisti.

Pomeriggio di sabato ancora a passeggio e, prima di cena, visita al “Museo della follia: da Goya a Maradona”. In realtà, si tratta di una mostra itinerante, curata da un famoso esperto d’arte (non so se posso citarlo): 200 opere, tra filmati, foto, sculture, dipinti sul tema della follia.

Pizzeria.

Eravamo stati avvisati di evitare la pizzeria a Napoli di sabato, ma noi più temerari che coraggiosi, abbiamo ignorato il consiglio. Male, molto male. Per carità, la pizza buona buona, ma è vero che di sabato è meglio scordarsela. Poi fate voi. Dopo la pizza, di nuovo Napoli notturna.

La domenica, a parte il fatto che era l’ultimo giorno di vacanza, anzi l’ultima mezza giornata, è stata ugualmente interessante e anzi, anche emozionante. Dopo un’altra abbondante colazione, e scartata la possibilità di visitare il Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli sotterranea, Castel dell’Ovo, Museo Archeologico e tutto il resto, siamo capitati davanti all’ingresso del Complesso Monumentale Vincenziano, dove è conservata un’ampolla, che è parte delle reliquie di San Gennaro. Non so dirvi come mai fosse esposta ai fedeli, fatto sta che volendo si poteva baciare. Vincendo la normale reticenza, e considerando che veniva pulita, l’abbiamo baciata pure noi. Suggestivo.

Intanto il tempo passava e si avvicinava l’ora del rientro a casa. Così, ripreso il piccolo bagaglio (piccolo no, diciamo adeguato per un fine settimana) siamo ritornati al terminal dei pullman e quindi a casa.

L’idea era di riprendere Napoli quanto prima, magari per più giorni, ma al momento non è ancora accaduto. E se ci si pensa, succede spesso con i viaggi: c’è sempre qualcosa per cui valga la pena tornare in un posto e magari farlo davvero, sarebbe meglio.

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Da piccola più che giocare leggevo, e mentre leggevo immaginavo e mentre immaginavo, un po’ mi scordavo di dove ero. Ed è proprio leggendo uno dei racconti de “Le mille e una notte” che scoprì che esisteva il tappeto volante. Cioè, magari esistesse davvero! Insomma, quando leggi fiabe e favole, funziona così: scopri cose fantastiche e bellissime, e poi però devi gestire la realtà di tutti i giorni, tipo che esiste la matematica.

Ma tra una noia e l’altra, niente mi impediva di organizzare un viaggio sul tappeto volante, anche perché all’epoca non ero ancora diventata freddolosa (che è forse l’unico impedimento a questo tipo di viaggio).

Quindi, con il mio tappeto, iniziai a viaggiare un po’ ovunque (nella vita reale molto meno). All’inizio fu un sorvolo del mare, qualsiasi mare, purché mare. Poi i posti che avrei voluto visitare davvero: ovviamente l’Italia tutta, la Francia, la Terra di Albione, al Portogallo non pensavo con particolare interesse, ma oggi sì; la Spagna ma senza sorvolare arene e corride. Tutta la Scandinavia, la Germania la associavo alla birra e quindi, no. La Grecia, la allora Cecoslovacchia, la Polonia mi intristiva molto, e assolutamente mai e poi mai la Russia. Da adulta, invece, la Russia mi attrae moltissimo (tempo fa ho scritto in proposito e proprio su questa categoria) e di recente sono stata anche sul punto di credere che un tour nella terra degli zar fosse quasi vicino, ma mi è toccato rimandare.

Questo viaggio fantasioso era iniziato una mattina, di un giorno estivo qualsiasi, a colazione, per cui per l’ora di pranzo mi era toccato tornare a casa. Subito dopo la frutta (sbucciata da mamma, giusto?), ho decollato di nuovo e questa volta per l’America. Argentina (ho parenti, alcuni dei quali mai visti), Messico e Perù. Poi Caraibi per una nuotatina, e poi gli USA. Washington, Boston, Filadelfia, L.A., New York, Milwaukee per conoscere il cast di “Happy days” (scherzo!, all’epoca la serie non era ancora arrivata in Italia). Poi Alaska e Canada.

Siccome mancava poco alla cena, ho fatto giusto un giretto e ho ripreso il viaggio per l’Asia. Il Borneo, Il Giappone, la Cina rurale, e qualche monumento qua e là, tipo Taj-Mahal, Grande Muraglia, e parchi favolosi con nomi difficili da ricordare.

Poi di nuovo a casa per cenare e andare a dormire. Giornata piena.

Il giorno dopo, di nuovo in partenza per l’Africa e l’Australia. Cioè, in Australia troppi ragni e serpenti, però pensai che ne valesse la pena e l’Africa…Be’, che dire dell’Africa? Intanto i colori, e poi siccome ero piccola, e tante cose ancora non le comprendevo, mi dissi che non c’era proprio niente che non fosse bello.

Alla fine del mio giro del mondo, il tappeto volante era un po’ stanco, io no. Avrei ricominciato daccapo, possibilmente scendendo a terra per mangiare cibo locale.

Senza dirlo a mamma e nonne.

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