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Majano

Sono tradizionalista. Questo tanto per le cose importanti, quanto per le quisquilie della vita, in genere. Anche sull’uso delle parole faccio fatica ad adeguarmi alla modernità (che, diciamolo, a volte è inutile). Ecco, lo dico: a me la parola “fiction”, riferita a storie televisive divise per puntate, non piace. Io sono rimasta affezionata alla parola “sceneggiato”. Fiction è proprio finzione; sceneggiato è trasposizione. Prendiamo un classico della letteratura a caso, per esempio “David Copperfield”, di Charles Dickens. Molti ricorderanno sicuramente lo sceneggiato tratto dal romanzo omonimo, diretto da Anton Giulio Majano e trasmesso in RAI fra il 1965 e il 1966, di 8 puntate. All’epoca avevo pochi mesi e lo guardai qualche anno dopo. La trasposizione era fedele, la trama rispettata dall’inizio alla fine. Domanda: ve lo immaginate se si fosse chiamato fiction? Io no, non me lo immagino e credo che non sarebbe stato adeguato.

Nel 2009 l’intento si ripete: stesso romanzo ma in 2 puntate. Nel frattempo la parola fiction è entrata nel gergo comune televisivo. Non l’ho visto e non ne parlerò, ma temo che tutta la vicenda sia stata un po’ sacrificata. Le trame dei romanzi hanno bisogno di spazio, di tempo, di aria. Comprimere una bella storia è un po’ mortificare autori, attori e spettatori.

So che da qualche parte tutta la produzione degli sceneggiati RAI è conservata e mi ricordo che forse una decina di anni fa, erano rientrati nel palinsesto ma alle 6 del mattino. Già, alle 6 del mattino, di sabato e domenica. Vagamente scomodo.

Oggi non seguo più il genere e credo che l’antipatia per la parola fiction mi condizioni parecchio. Intanto proverò a recuperare quello che guardavo da bambina. Credo che comincerò da “Il tenente Sheridan”. Oppure “Gamma”? …”E le stelle stanno a guardare”? “La baronessa di Carini”? No, ora che ci penso, comincerò da “La figlia del capitano”. Perfetto.

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