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Charles Dickens

Charles Dickens l’ho conosciuto attraverso “David Copperfield”. Non il romanzo, ma lo sceneggiato prodotto da RAI, e mandato in onda fra il 1965 e il 1966. All’epoca avevo pochi mesi, per cui vidi una replica di qualche anno dopo. In effetti, quella trasposizione piacque talmente tanto al pubblico a casa, che di repliche ce ne furono diverse.

Così scoprì, ancora piccola, che c’era stato un inglese in epoca vittoriana (ripetevo questa espressione senza sapere bene cosa fosse) che aveva scritto tante belle cose, con quel lieto fine che ben si addice ai bambini e che arriva dopo tante tribolazioni. Il lieto fine mi piace anche ora, soprattutto nella realtà, non crediate…

Da adulta, ho imparato che il suo stile era la fusione del genere picaresco e del genere rosa, per arrivare al romanzo sociale.

Dunque, “La piccola Dorrit” è Amy, figlia di William, uomo benestante che però contrae debiti che non riesce a saldare, e finisce in prigione. La legge del tempo consentiva al condannato di condividere la cella con la sua famiglia. Amy ha due fratelli più grandi, e con i genitori vivono insieme nella prigione di Marshalsea. Quando Amy ha 8 anni sua madre muore, e poco dopo muoiono sia l’ostetrica che il carceriere. A questo punto, William diventa decano del carcere.

Passano gli anni e Amy con i suoi fratelli, iniziano a lavorare, avendo raggiunto l’età per farlo. Quindi, di giorno escono di prigione per poi rientrarvi in serata. Amy va a lavorare a casa Clennam, da una signora della buona società londinese che forse nasconde un segreto. Questa signora ha un figlio, Arthur, che vive in Oriente, dove cura gli affari di famiglia. E’ in possesso di un orologio che potrebbe aver a che fare con il segreto di sua madre e che lui intende scoprire. E qui mi fermo.

Dickens merita un posto nella libreria di casa, come tanti scrittori classici, quindi confido che leggerete questo romanzo, che va bene per ogni età e magari anche qualche altro, per esempio “Il circolo Pickwick”, in cui l’Autore si cimenta nel genere umoristico. Buona lettura

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Sono tradizionalista. Questo tanto per le cose importanti, quanto per le quisquilie della vita, in genere. Anche sull’uso delle parole faccio fatica ad adeguarmi alla modernità (che, diciamolo, a volte è inutile). Ecco, lo dico: a me la parola “fiction”, riferita a storie televisive divise per puntate, non piace. Io sono rimasta affezionata alla parola “sceneggiato”. Fiction è proprio finzione; sceneggiato è trasposizione. Prendiamo un classico della letteratura a caso, per esempio “David Copperfield”, di Charles Dickens. Molti ricorderanno sicuramente lo sceneggiato tratto dal romanzo omonimo, diretto da Anton Giulio Majano e trasmesso in RAI fra il 1965 e il 1966, di 8 puntate. All’epoca avevo pochi mesi e lo guardai qualche anno dopo. La trasposizione era fedele, la trama rispettata dall’inizio alla fine. Domanda: ve lo immaginate se si fosse chiamato fiction? Io no, non me lo immagino e credo che non sarebbe stato adeguato.

Nel 2009 l’intento si ripete: stesso romanzo ma in 2 puntate. Nel frattempo la parola fiction è entrata nel gergo comune televisivo. Non l’ho visto e non ne parlerò, ma temo che tutta la vicenda sia stata un po’ sacrificata. Le trame dei romanzi hanno bisogno di spazio, di tempo, di aria. Comprimere una bella storia è un po’ mortificare autori, attori e spettatori.

So che da qualche parte tutta la produzione degli sceneggiati RAI è conservata e mi ricordo che forse una decina di anni fa, erano rientrati nel palinsesto ma alle 6 del mattino. Già, alle 6 del mattino, di sabato e domenica. Vagamente scomodo.

Oggi non seguo più il genere e credo che l’antipatia per la parola fiction mi condizioni parecchio. Intanto proverò a recuperare quello che guardavo da bambina. Credo che comincerò da “Il tenente Sheridan”. Oppure “Gamma”? …”E le stelle stanno a guardare”? “La baronessa di Carini”? No, ora che ci penso, comincerò da “La figlia del capitano”. Perfetto.

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