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Ci sono giornate storte: iniziano e finiscono male; poi ci sono giornate che iniziano bene, ma si trasformano in giornate storte: impegni presi e poi ignorati, risposte che non arrivano, promesse non mantenute. In queste situazioni il galateo non serve a far finta di niente, quanto invece, a mantenersi in equilibrio tra la voce esteriore e quella interiore.

Non reagire sul momento

La prima reazione verso ciò che ci ha deluso o irritato, potrebbe non essere la migliore; prendiamoci del tempo: un’ora, mezza giornata, quello che serve per costruire una risposta, rappresenta una forma di rispetto, anche verso sé stessi, e di controllo.

Separare ciò che accade dal suo significato

Non tutto ciò che ci capita e che non ci piace dobbiamo considerarlo come un attacco personale; spesso un progetto salta, non per mancanza di rispetto, ma per superficialità, sciatteria, disorganizzazione o perché cambiano le priorità. Non c’entra con noi, ma con chi è venuto meno.

Comunicare con la forma migliore

Farsi condizionare dalla delusione e cedere a una comunicazione brusca, serve come sfogo ma non come soluzione. Evitiamo il tono freddo e duro, optiamo per la classica frase “Mi dispiace, mi sarei organizzata diversamente se lo avessi saputo prima”.

Concentrarsi su ciò che è solido

Non cadiamo nella tentazione di dimenticare tutte le cose belle delle nostre giornate, solo perché qualcosa non ha funzionato: una pausa caffè, una musica che ci rilassa, o qualsiasi altra cosa sposti l’attenzione da ciò che ci ha irritato, concediamocela perché serve farlo.

Mantenere lo stile

Il galateo è autogestione, è dialogo con sé stessi, prima che con gli altri; conoscerlo e applicarlo ci aiuta non negare una frustrazione, ma a maneggiarla con stile ed eleganza.

Una giornata da pollice verso, capita indipendentemente dalla nostra volontà; possiamo scegliere se farci controllare dal malumore o gestirlo con cura: la differenza risiede in questa scelta.

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Quando sento dire che nel mondo del lavoro il galateo è superfluo, penso che si tratti di pura ingenuità.

Dando per scontato un lavoro stabile e duraturo, non è difficile immaginare che si passino più ore fuori casa, con i colleghi, con i clienti, al telefono, al computer, o in tutte le forme che il lavoro richiede.

Siamo proprio sicuri che il galateo non serva? E se magari fosse uno strumento di equilibrio tra rispetto, collaborazione e discrezione? Vediamo insieme.

Le buone maniere sul lavoro

Cosa fare. Entrare in un ambiente di lavoro richiede osservazione, ascolto e attenzione. Ogni componente ha un suo metodo, delle abitudini consolidate che devono essere comprese prima di qualsiasi intervento. Il passo immediatamente successivo riguarda la comunicazione verbale, che nella sua forma più elegante si esprime attraverso la chiarezza: solo in questo modo si evitano fraintendimenti, usando un tono calmo e fornendo tutte le informazioni necessarie a lavorare in armonia.

A volte cambiamo lavoro, a volte cambiamo azienda mantenendo lo stesso lavoro: in questo caso siamo facilitati dall’esperienza che abbiamo accumulato, ma, come accennato all’inizio, è importante adeguarsi all’impostazione già data, poi arriverà anche il momento in cui inserire qualche variazione, sempre nel rispetto del contesto.

Quante volte abbiamo evidenziato l’importanza della discrezione nella vita sociale? Nel lavoro non c’è alcuna differenza, anzi garantisce rapporti professionali equilibrati, sia tra colleghi di pari grado, che nelle gerarchie.

Cosa non fare. Il desiderio di mostrarsi capaci fin da subito può essere un boomerang. Prendiamoci il tempo che serve, la competenza, se c’è, viene fuori naturalmente.

Non è strano che ci siano giornate di lavoro cariche di tensione, in cui la comunicazione può risultare brusca e sbrigativa: in questo caso, il galateo del lavoro invita a non reagire sul piano personale.

Eccedere nella confidenza è ugualmente controproducente, quanto volersi dimostrare bravi in breve tempo: la misura è una forma altissima di eleganza.

Per concludere

L’eleganza è equilibrio anche negli ambienti di lavoro: da una parte chi arriva, deve sapersi inserire con rispetto, e chi c’è già ha il compito di accogliere con disponibilità. E’ questo il modo in cui si costruiscono relazioni professionali funzionali alla qualità del lavoro e al benessere di chi lo vive ogni giorno.

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Il 15 aprile si celebra la Giornata Internazionale dell’Arte. Questa data non è casuale: è il giorno di nascita di Leonardo da Vinci, genio universale nella scienza, nell’arte, nella ingegneria e in anatomia.

Quando parliamo di arte, inevitabilmente, pensiamo ai luoghi destinati a custodirla, per esempio i musei; eppure l’arte si manifesta ogni volta che sostanza e forma si incontrano. Partendo da questa certezza, è facile comprendere come arte e galateo intreccino le loro radici. Come mai?

Ebbene, considerando che entrambi si fondano su principi comuni, che però non sono regole rigide, quanto invece una naturale disposizione verso il bello, l’armonia, lo stupore ma anche la misura, la tensione al rispetto e alla discrezione.

La vera eleganza, proprio come l’arte, non ha bisogno di essere esibita, ma questo non le impedisce di essere presente, anzi, saper vivere con grazia può diventare una forma silenziosa di arte.

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Il tema delle infradito è ciclico e attira dubbi e domande.

Un po’ di storia

Dall’Antico Egitto alle Havaianas nate in Brasile negli anni ’50, passando per i tradizionali zori giapponesi che gli Americani scoprirono dopo la II Seconda Guerra Mondiale, le infradito hanno fatto tanta strada.

Ma cosa dicono eleganza e galateo?

Le infradito in gomma sono perfette in piscina, al mare e a casa.

Le infradito gioiello sono senz’altro più raffinate, quindi sì per un aperitivo, un cocktail all’aperto; non in occasioni molto eleganti e formali.

E attenzione: eleganza non è solo ciò che si indossa, ma soprattutto come. Il rischio di camminare in modo trascinato c’è, e l’unico modo per evitare di strisciare rumorosamente è fare passi piccoli sollevando i piedi.

Ricordiamo

Un portamento aggraziato ci fa ricordare, a prescindere da ciò che abbiamo nell’armadio.

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