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Hermann Hesse

Gertrud

di Le righe di Ornella

Anni fa comprai da una bancarella di libri a metà prezzo, “Gertrud”, che Hermann Hesse scrisse nel 1910. Avevo già letto “Narciso e Boccadoro” e ancora molto dopo avrei letto “Siddharta”, di cui ho scritto per questo blog un po’ di tempo fa.

E’ una storia di amore e di amicizia fra tre giovani: Kuhn, Gertrud e Heinrich; una storia pregna di malinconia (sentimento a cui Hesse dedicò una poesia) e romanticismo. Kuhn giovane violinista e compositore vive per la musica e a essa consacra la sua vita ma è anche innamorato di Gertrud, sua amica di infanzia. Quando rimane vittima di un incidente che lo rende definitivamente zoppo, si convince che nella sua vita non ci sarà posto per niente altro che la musica.

Da quel momento, la musica rappresenta la riscossa, e l’impegno che mette nel suo lavoro di composizione lo premierà regalandogli successo e riconoscimento. Rinunciare a Gertrud però, non significa smettere di amarla. Sceglie così l’unico ruolo che pensa di meritare (amico fraterno), convinto che la sua invalidità fisica gli precluda ogni possibilità di essere felice con lei.

A questo punto entra in scena Heinrich, cantante d’Opera che con il suo fascino di bello e dannato incanta tutti. Incanta Gertrud con la quale si fidanza e incanta Kuhn, che ammira il suo fisico sano e robusto, oltre che le sue doti di artista.

Heinrich e Gertrud, dopo un fidanzamento osteggiato dal padre di lei, si sposano. Ed ecco che viene a galla tutto il tormento interiore di lui, della sua personalità complessa e umorale, dedita al bere, che è tipica di chi sa amare molto ma sa anche distruggere o allontanare chi ama. E infatti Gertrud, ad un certo punto deciderà di andare a stare, temporaneamente, da suo padre. E con la trama mi fermo qui.

In tutto questo, Kuhn sarà solo un sofferente spettatore del declino dei suoi amici, come coppia e come singoli, fino alla conclusione della storia.

Questo romanzo (ma in alcune recensioni, novella) è raccontato in prima persona da Kuhn, non c’è quindi un osservatore o narratore esterno ai fatti. Tocca a lui descrivere via via tutte le emozioni e i sentimenti, positivi e negativi, suoi e dei suoi amici, in una storia circolare senza vincitori né perdenti, in cui solo con la Musica è possibile superare le sofferenze umane.

Buona lettura

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Succede. A me è capitato poche volte in tutta la mia vita, forse quattro. Ho iniziato a leggere, ho provato noia, ho resistito, ma poi ho mollato. In effetti, leggere un libro controvoglia è un esercizio valido per mettere alla prova resistenza e spirito di sacrificio, ma per quello ci sono già i testi scolastici, spesso scritti con i piedi.

Come sempre, dietro ogni decisione, c’è una eccezione (si spera una sola). Voglio dire che, dietro la decisione di lasciar perdere libri poco attraenti, c’è l’eccezione di persistere.

La mia ha riguardato Siddharta, di Hermann Hesse. Di Hesse ho letto “Gertrud”, “Narciso e Boccadoro” forse qualcos’altro; possiedo ma non ho ancora letto “Demian” e “Peter Camezind”. Con Siddharta c’è stato un prendi e lascia per un po’ di volte. La storia mi incuriosiva ma lo stile di scrittura, no. Uno stile tipicamente orientale derivato dalla sua attrazione per l’Asia. Siddharta è ambientato in India, ma l’India, Hesse non la vide mai. Un viaggio in nave, organizzato e fatto con Hans Sturzenegger, pittore suo amico, sarà pieno di contrattempi e pericoli. Alla fine di tre mesi di avventure, spesso spiacevoli, avevano visitato Malesia, Ceylon, Indonesia e Singapore, ma rientrarono in Europa prima di poter raggiungere l’India, che poi era la meta principale del viaggio.

Dunque, tornando al romanzo, ad un certo punto si ripresentò l’occasione di leggerlo. Non starò a raccontarvi come, quando e perché ma mi sforzai di superare le 4 pagine, oltre le quali non ero mai riuscita ad andare. Ci riusciì. Lo lessi tutto in 5 giorni e una volta finito mi sentì bene per due motivi: perché ero riuscita a finirlo, dimostrando a me stessa che potevo forzare un limite e poi perché sapevo che leggerlo una volta bastava e avanzava. In sintesi, avevo sempre creduto che fosse lo stile di scrittura a fermarmi; dopo averlo letto, anche la trama.

Qualcuno starà arricciando il naso per quello che ho scritto, ma la vita di Siddharta con le sue scelte e le sue non scelte, non poteva piacermi, soprattutto sapendo che a un certo momento della Storia del ‘900, fu adottato dai movimenti giovanili degli anni ’60 in USA, insieme al pensiero fondante dei seguaci del movimento psichedelico, che avevano scelto Hesse e il suo Siddharta come espressione della controcultura in voga in quegli anni. So bene (e questo è accaduto anche per Nietzsche) che certe interpretazioni dei lettori, a volte vanno in una direzione diversa rispetto a quella pensata dall’Autore, ma tant’è…a causa o per merito di Siddharta, Hesse diventò, e credo sia tuttora, lo scrittore tedesco più amato negli Stati Uniti. Io l’ho apprezzato per altri romanzi. E magari per quelli che ho, quando li leggerò.

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