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Galateo

Ci sono giornate storte: iniziano e finiscono male; poi ci sono giornate che iniziano bene, ma si trasformano in giornate storte: impegni presi e poi ignorati, risposte che non arrivano, promesse non mantenute. In queste situazioni il galateo non serve a far finta di niente, quanto invece, a mantenersi in equilibrio tra la voce esteriore e quella interiore.

Non reagire sul momento

La prima reazione verso ciò che ci ha deluso o irritato, potrebbe non essere la migliore; prendiamoci del tempo: un’ora, mezza giornata, quello che serve per costruire una risposta, rappresenta una forma di rispetto, anche verso sé stessi, e di controllo.

Separare ciò che accade dal suo significato

Non tutto ciò che ci capita e che non ci piace dobbiamo considerarlo come un attacco personale; spesso un progetto salta, non per mancanza di rispetto, ma per superficialità, sciatteria, disorganizzazione o perché cambiano le priorità. Non c’entra con noi, ma con chi è venuto meno.

Comunicare con la forma migliore

Farsi condizionare dalla delusione e cedere a una comunicazione brusca, serve come sfogo ma non come soluzione. Evitiamo il tono freddo e duro, optiamo per la classica frase “Mi dispiace, mi sarei organizzata diversamente se lo avessi saputo prima”.

Concentrarsi su ciò che è solido

Non cadiamo nella tentazione di dimenticare tutte le cose belle delle nostre giornate, solo perché qualcosa non ha funzionato: una pausa caffè, una musica che ci rilassa, o qualsiasi altra cosa sposti l’attenzione da ciò che ci ha irritato, concediamocela perché serve farlo.

Mantenere lo stile

Il galateo è autogestione, è dialogo con sé stessi, prima che con gli altri; conoscerlo e applicarlo ci aiuta non negare una frustrazione, ma a maneggiarla con stile ed eleganza.

Una giornata da pollice verso, capita indipendentemente dalla nostra volontà; possiamo scegliere se farci controllare dal malumore o gestirlo con cura: la differenza risiede in questa scelta.

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Il 15 aprile si celebra la Giornata Internazionale dell’Arte. Questa data non è casuale: è il giorno di nascita di Leonardo da Vinci, genio universale nella scienza, nell’arte, nella ingegneria e in anatomia.

Quando parliamo di arte, inevitabilmente, pensiamo ai luoghi destinati a custodirla, per esempio i musei; eppure l’arte si manifesta ogni volta che sostanza e forma si incontrano. Partendo da questa certezza, è facile comprendere come arte e galateo intreccino le loro radici. Come mai?

Ebbene, considerando che entrambi si fondano su principi comuni, che però non sono regole rigide, quanto invece una naturale disposizione verso il bello, l’armonia, lo stupore ma anche la misura, la tensione al rispetto e alla discrezione.

La vera eleganza, proprio come l’arte, non ha bisogno di essere esibita, ma questo non le impedisce di essere presente, anzi, saper vivere con grazia può diventare una forma silenziosa di arte.

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Ha ancora senso parlare di galateo? Le buone maniere sono alla portata di tutti, oppure sono un privilegio per pochi?

Ebbene, alla prima domanda rispondo: sì, ha ancora senso e lo avrà sempre; alla seconda domanda rispondo: sì e no. Mi spiego meglio. Certamente, un tempo, la buona educazione era appannaggio dell’aristocrazia, anche della borghesia, non certo dei ceti più bassi, dove l’accesso allo studio di base non era minimamente considerato, figurarsi l’accesso alle regole delle buone maniere. Oggi, queste regole sono alla portata di tutti se le intendiamo come un regalo che facciamo a noi stessi, quando le scopriamo e accogliamo, e quindi di conseguenza sono un vantaggio per chiunque. 

Il galateo è un complesso di regole del saper vivere che parte dal rispetto verso sé stessi e si estende al rispetto verso gli altri. Conoscere le buone maniere non è un passatempo per snob, né un modo per sentirsi migliori o superiori agli altri, quanto invece una vera arte della comunicazione e della relazione, ed è anche un esercizio di pazienza. 

Quando dico pazienza, mi riferisco al percorso di automiglioramento che decidiamo di fare: sarà costellato da regolette facili, intuitive, pure scontate, come anche da imposizioni e divieti che dovremo fare nostri, sapendo che errori e gaffes sono in agguato. 

Un po’ di storia

Ufficialmente, il galateo è nato intorno alla seconda metà del ‘500 con Monsignor Giovanni Della Casa, un arcivescovo cattolico, scrittore, noto soprattutto per la sua opera Galateo overo de’ costumi (pubblicato postumo). In realtà, erano già state scritte in passato operette che trattavano l’argomento: Cinquanta Cortesie da tavola di Bonvesin De La Riva e Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione sono due esempi. 

Perché il galateo è sempre utile e attuale

Ecco alcuni argomenti a favore del galateo.

Perché è importante la buona educazione:

  • Influenza sulle relazioni. La buona educazione promuove interazioni di qualità e costruisce relazioni basate sulla fiducia. 
  • Prima impressione. Un comportamento educato crea una buona impressione in società e al lavoro. 
  • Tradizione e cultura. Si possono perpetuare le tradizioni culturali di un posto anche attraverso il galateo. 
  • In ambito lavorativo. Una buona educazione consente di essere a proprio agio nel mondo del lavoro ed è tra i fattori che favoriscono la carriera. 
  • In ambito sociale. La conoscenza del galateo rende la vita sociale più gradevole.
  • Capacità di adattamento. E’ più facile adattarsi a situazioni sociali diverse fra loro, formali o informali che siano, quando si conosce il galateo. 
  • Padronanza di sé. Sapere come stare in pubblico aumenta la sicurezza personale; inoltre, ci aiuta a gestire situazioni imbarazzanti, per esempio a tavola. 
  • Condurre una conversazione. Essere educati facilita l’avvio di conversazioni in pubblico.
  • Consapevolezza sociale. Si sviluppa la capacità comunicativa e relazionale, in contesti sociali diversi tra loro.
  • Linguaggio del corpo. Il corpo ha un suo linguaggio e sviluppare una buona postura è un efficace mezzo di comunicazione positiva. 

Sviluppo di un timbro personale. Attraverso il galateo si conquista una immagine raffinata e rispettata.

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In passato, alzare il mignolo durante i pasti era ritenuto simbolo di raffinatezza e buona educazione, soprattutto negli ambienti aristocratici.

Durante il Medioevo e il Rinascimento, la norma era mangiare con le mani usando le prime tre dita e lasciando puliti anulare e mignolo; questo dettaglio distingueva gli aristocratici da coloro che usavano tutte le dita. In Europa, tra il 1600 e il 1800, specie in Francia e Regno Unito, chi alzasse il mignolo era considerato molto elegante: il gesto aiutava a mantenere equilibrio e leggerezza. Si faceva soprattutto perché a quei tempi, le tazze erano delicate, a volte senza manici e quindi per evitare di scottarsi, si sollevava il mignolo.

Però, a partire dal 1900, si abbandonò completamente l’idea originaria e ciò che prima era segno di distinzione, divenne snobismo e cattivo gusto. 

Oggi è considerato un vero e proprio errore ed è uno dei cambiamenti del galateo e del suo adattamento ai tempi.

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Questo omaggio alle signore è praticamente in disuso, ma rimane uno dei gesti più eleganti che esistano, ed è presente in contesti particolarmente formali. Risale all’epoca medievale ed era un segno di devozione e riconoscimento da parte di un cavaliere o un nobile verso una dama di alto rango.

Il baciamano è più comune in eventi formali e quindi eleganti, anche se è una pratica ancora presente in famiglie legate al galateo tradizionale. Inoltre, è d’uso in contesti religiosi o regali, per esprimere una particolare cortesia. Anche se si chiama baciamano, le labbra del signore non baciano davvero la mano, ma si limitano a sfiorarla. In dettaglio, si sfiora il dorso della mano, non le dita e non l’interno.

Non è un dovere fare il baciamano; sarebbe scortese farlo ad alcune signore e non ad altre, ed è per questo che si può scegliere di farlo solo alla padrona di casa.

 Alle signorine, per esempio, non si fa, a meno che non si tratti di una parente vicina, oppure di una signorina non più giovane.

Non si fa neanche a una mano inguantata.

Il baciamano si fa solo in luoghi chiusi: a casa o al palco dell’opera; sono esclusi i luoghi all’aperto, il cinema, il ristorante, l’ufficio. Unica eccezione ai luoghi all’aperto: la stazione, e per me è una immagine bellissima e raffinata prima del distacco per una partenza.

Non si forzi il gesto: se una persona non desidera il baciamano, bisogna fare un passo indietro.

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Si sa che al galateo non sfugge nulla, e quindi anche i rapporti con il clero meritano un’occhiata, così tanto per capire come fare, ovemai un vescovo ci porgesse la sua mano. La stringiamo? No, baciamo l’anello, o magari, Covid docet, simuliamo il bacio.

Qualche regola

Conversare con un ecclesiastico è cosa assai seria: si eviti la troppa leggerezza, così come i toni aggressivi o ironici (e mai sarcastici).

La padrona di casa che ricevesse in visita un rappresentante del clero si orienterà verso un abbigliamento sobrio, direi discreto e non porgerà la mano per prima, a meno che non si tratti di una persona anziana. Un trattamento speciale è previsto ai ricevimenti: i padroni di casa vanno incontro all’ecclesiastico quando arriva, lo si accompagna quando va via; se si è ospiti lo si saluta dopo la padrona di casa. A tavola gli è riservato il posto d’onore (a destra della padrona di casa, o comunque il posto che abbia la migliore visuale). Entra per primo in sala da pranzo con la padrona di casa, ed è servito prima di tutte le altre signore. Prima di iniziare a mangiare la padrona di casa gli chiederà di benedire la tavola.

A loro, per contro, si chiede di operare con la massima discrezione, nelle interazioni con la società laica; dovendo provvedere ai bisogni dell’Ordine a cui appartengono, ai bisogni dei più deboli, ai bisogni delle parrocchie sono spesso nella posizione, per carità, scomoda, di incoraggiare offerte e donazioni: per operare con discrezione, si scelgano modi e misure consoni al luogo, ai presenti, e alla circostanza.

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Alzi la mano chi non vorrebbe un vero gentiluomo, almeno uno, nella propria vita. Nel mio caso si è trattato di mio padre. Non starò a descrivere le cose che faceva e come le faceva; dirò solo che, credetemi, era considerato un gentiluomo da donne e uomini, ragazze e ragazzi. E mi fermo qui.

Cosa definisce un gentiluomo

Un gentiluomo è sempre presentabile. Con ciò, non intendo solo l’abbigliamento, e se fosse, non intendo solo giacca e cravatta; per presentabile intendo pulito e ordinato, perché questo è un basilare segno di rispetto verso sé stesso. E una donna apprezza un uomo così.

Sa che aprire lo sportello dell’auto a una donna non è una opzione. Va bene, ci sono delle circostanze in cui sarebbe complicato farlo, specie nel caotico traffico cittadino e in doppia fila; in tutti gli altri casi, non dimenticatelo.

Ha modi gradevoli, è umile nel tono e riconoscente per ciò che riceve. Ebbene sì, un tono rispettoso a scuola, al lavoro, con gli amici, in famiglia è ciò che ci si aspetta da un gentiluomo. Questo non vuol dire non avere diritto ad una sana arrabbiatura, o a una “giornata no”. Semplicemente significa saper dominare, quando necessario, le emozioni negative. Tempo fa, lessi questa massima: “Se vuoi sapere com’è un uomo, guarda come tratta i suoi genitori”.

Un gentiluomo è coerente: quello che dice e quello che fa, corrispondono.

Un gentiluomo è onesto: sa essere diretto senza risultare offensivo, e soprattutto, se promette, mantiene.

Un gentiluomo è puntuale. Organizzare gli impegni, curando anche i dettagli, gli consentirà di calcolare il tempo che si potrebbe perdere con gli imprevisti.

Sa ascoltare e in generale è concentrato sulla persona con cui sta conversando.

Un gentiluomo è riservato. Ammettetelo, vantarvi tra maschi delle conquiste galanti vi piace un sacco! Va bene fino a 18 anni, poi basta. E comunque, non fate nomi.

Un gentiluomo è cortese con i suoi dipendenti, al lavoro o a casa, se per esempio, si tratta di personale di servizio. Eventuali rimproveri, saranno privi di insulti e volgarità.

Un gentiluomo non si vanta di essere un gentiluomo.

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Domani mattina, alle 12 (ora italiana), saranno celebrati i funerali di Elisabetta II del Regno Unito. Sicuramente, al momento il funerale più importante al mondo; è risaputo che la Regina abbia partecipato all’organizzazione del suo funerale, anche apportando, periodicamente, delle modifiche. Ovviamente, ogni più piccola regola del protocollo reale è stata rispolverata per l’occasione. I membri di una casa reale non ricevono tutti lo stesso funerale, ma insomma ci sono molte cose in comune.

E funerale e lutto dei comuni mortali?

Andiamo a controllare

Come scrive Barbara Ronchi della Rocca nel suo Si fa non si fa (Vallardi 2013, a pagina 199), la comunicazione di un decesso, attraverso manifesti o quotidiani, è un dovere sociale. Sì, lo è se consideriamo che non possiamo conoscere i recapiti di tutti coloro che dovranno essere informati. Appreso la notizia, si può scrivere un biglietto, di quelli listati a lutto che si trovano agilmente in cartoleria o tabaccheria, a prescindere dalla decisione di presenziare o meno al funerale. Se, invece, abitiamo in un’altra città e siamo impossibilitati a partecipare, un telegramma ci salverà.

Abbigliamento. Questo è un evento che si è uniformato poco alla modernità (per fortuna). Il nero rimane il colore d’elezione, ed è difficile che non ci sia almeno un capo di abbigliamento nero nell’armadio di ciascuno di noi; diversamente il grigio o il blu saranno ottimi sostituti. In certe culture anche il bianco, in ogni caso qui da noi colori accesi e modelli eccentrici, per favore no.

Condoglianze. Sono sempre un modo gentile per far sentire il nostro dispiacere ai familiari del defunto, ma devono essere di poche parole, per non monopolizzare l’attenzione dei congiunti e per dare a tutti la possibilità di fare altrettanto.

Infine, dopo il funerale, stabiliamo un periodo di silenzio con i familiari del defunto, in modo da consentire loro il giusto raccoglimento e poi, facciamoci sentire con una breve telefonata.

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